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Ratatouille
Titolo originale: Ratatouille
USA: 2007. Regia di: Brad Bird, Jan Pinkava Genere: Animazione Durata: 117'
Interpreti (Voci): Patton Oswalt, Brian Dennehy, Janeane Garofalo, Brad Garrett, Ian Holm, Ashley O'Connor, Adam Scott
Sito web: www.disney.go.com/disneypictures/ratatouille
Voto: 8
Trailer
Recensione di: Luca De Paola
L'aggettivo ideale: Capolavoro
Può un comunissimo ratto essere lo chef di punta di uno dei ristoranti più rinomati di tutta Parigi?
O meglio, può un comunissimo ratto aiutare un essere umano, negato per la cucina, a diventare lo chef più richiesto del momento? La risposta è si, se il ratto in questione si chiama Remy, si muove su due zampe e, cosa non da poco, ha un vero e proprio dono: quello di saper miscelare tra di loro i sapori delle pietanze.
No, non sto dando i numeri, sto solo enunciando la trama che sta alla base dell’ ottavo lungometraggio targato Pixar: Ratatouille.
Protagonista è Remy, un ratto che vive nella campagna francese con il fratello Emile, suo padre e il resto della colonia. Dopo essere stati “sfrattati” dal loro rifugio, le strade di Remy e della sua famiglia si dividono, conducendo il nostro eroe roditore nel sottosuolo di Parigi. Comincia così la sua scalata verso la cucina che conta. Spinto dal suo idolo, nonché mentore, Auguste Gusteau, fautore della filosofia secondo la quale ognuno può cucinare, Remy si ritrova infatti nientemeno che nella cucina di uno dei ristoranti più importanti di Parigi: quello di Gusteau, appunto.
Qui si allea con lo sguattero Linguini che, manovrato da sotto la toque, acquista considerazione all’interno della cucina. Il resto del film lo lascio scoprire a voi anzi, gustare forse è il termine più consono per un film del genere, che va lentamente assaporato per meglio coglierne i significati e gli insegnamenti che certo non mancano.
Ecco, Ratatouille ha questo pregio, quello di affrontare temi importanti e mai banali come la famiglia ( quella di Remy e di Linguini ), l’affermazione personale ( sia di Remy che di Linguini, ma anche di Skinner ), persino la discriminazione femminile nel mondo del lavoro ( Il personaggio di Colette non manca di farlo notare ), ma soprattutto l’imprescindibilità di essere se stessi, il tutto senza mai cadere nello stucchevole. Che dire poi della tecnica? D’accordo, stiamo parlando della Pixar, e ormai non dovremmo più stupirci, ma ogni volta i “geni della lampada” riescono a dipingere un’opera che supera in qualità grafica, e non solo, la precedente, aumentando sempre più la profondità dell’abisso che separa i soci della Disney dalle altre case che trattano l’animazione.
I cibi sembrano veri, talmente veri che ci si potrebbe aspettare da un momento all’altro di percepirne gli aromi; i peli dei ratti e la resa dell’acqua lasciano esterrefatti da quanto sono resi alla perfezione; e che dire della scena in cui Remy tenta di scappare dalla cucina, rappresentata da una prospettiva “topesca”? Decisamente impagabile.
Unica pecca, purtroppo, sono gli umani che, dai tempi di Toy Story, continuano a non godere di quella stessa bellezza di cui invece beneficiano tutte le altre creature che nel corso degli anni ci sono state donate da coloro che sono i più degni e giusti eredi del sogno di Walt Disney che un giorno disse: “se puoi sognarlo puoi farlo”; Alla Pixar lo credono veramente, ed è questa la sottile differenza che separa il genio dall’ artista comune.
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