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The Warlords PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 11 gennaio 2008

The Warlords
Titolo originale: Tau ming chong
Cina, Hong Kong: 2007. Regia di: Peter Chan Genere: Avventura Durata: 127'
Interpreti: Jet Li, Andy Lau, Kaneshiro Takeshi, Xu Jinglei
Sito web:
Inedito in Italia
Voto: 6,5
Recensione di: Nicola Picchi

the_warlords_leggero.jpgIspirato al classico “Blood Brothers” di Chang Cheh (1973), senza esserne un remake, “The Warlords” è una megaproduzione che in Cina ha già incassato più di 12 milioni di dollari (seconda solo a “Lust, caution”), e delle produzioni di questo genere, ovvero dichiaratamente commerciali ma di ottimo livello, conserva i pregi e i difetti. Il film è ambientato nella seconda metà del diciannovesimo secolo, nel periodo della dinastia Qing (che governò la Cina fino al 1912) e della ribellione dei Taiping, che devastò il sud del paese causando, pare, trenta milioni di vittime.
Il generale Pang (Jet Li), unico sopravvissuto di una cruenta battaglia con le forze ribelli ed ormai ridotto a un mendicante, si trascina verso il villaggio più vicino, dove verrà accolto e confortato da Lian (Xu Jinglei), con cui passerà la notte. Il giorno successivo incontra Jiang (Kaneshiro Takeshi), che fa parte di una banda di fuorilegge guidati da Zhao (Andy Lau). Jiang lo invita ad unirsi a loro ed a seguirli al loro villaggio, dove Pang scoprirà che Lian è la moglie di Zhao. Pang convincerà Jiang e Zhao ad arruolarsi nell’esercito, nella speranza di riscattare la sua sconfitta e di raggiungere la gloria militare, con il segreto intento di liberarsi sia dei ribelli Taiping che della corrotta dinastia Qing. Il giovane Jiang suggerisce di suggellare la loro amicizia con un giuramento e un patto di sangue, ma ben presto ambizione, gelosia e sete di potere incrineranno indelebilmente il loro rapporto. Zhao entrerà in conflitto con Pang per i suoi metodi sanguinari, mentre Pang progetta di ucciderlo per avere Lian, senza accorgersi che anche lui è solo una pedina nei disegni della dinastia imperiale, suscettibile di essere eliminato in qualsiasi momento per ragioni di convenienza politica. L’ingenuo Jiang rimarrà l’unico a credere nel loro antico patto, e sarà disposto anche all’assassinio di Lian, purchè la pretesa “fratellanza” non si dissolva.
Stupisce vedere Peter Chan, già autore di “Almost a love story”, “Perhaps love” e di un bellissimo episodio di “Three”, alla guida di un progetto così imponente e con un tale schieramento di star, ma bisogna dire che la sua regia non ha niente da invidiare a quella di registi più versati nel genere, e surclassa decisamente quella di molti suoi colleghi americani. Le numerose scene di battaglia sono rese con perizia straordinaria, considerando che il film non adotta lo stile ipercoreografato ed astratto tipico del “wuxia” o dell’ultimo Zhang Yimou, ma preferisce optare per uno stile più sporco e realistico, nonostante le elaborate coreografie del solito Siu-Tung Ching. Chan rifugge dall’epica, e in “The Warlords” non si volteggia senza peso su foreste di bambù, ma si muore nel fango trafitti dalle frecce o fatti a pezzi da una palla di cannone.
Questa scelta di estremo naturalismo si riflette anche nelle tonalità della fotografia di Arthur Wong e dei costumi, tutte giocate sulle sfumature che vanno dal grigio al marrone, un po’ come accadeva nei precedenti “Battle of wits” e “Mongol”.

Un Jet Li invecchiato e sovrappeso dà una svolta inaspettata alla sua carriera, limitandosi a recitare e rendendo perfettamente le diverse sfumature del personaggio di Pang e le emozioni che lo attraversano: vergogna, desiderio di rivalsa, dolore, gelosia e ambizione sono rese con insospettata abilità. Andy Lau ha da tempo raggiunto una felice maturità espressiva, e ci offre una delle sue migliori interpretazioni di sempre, mentre Kaneshiro Takeshi, pur bravo, sembra leggermente fuori posto. Ma forse la colpa è solo della sua faccia troppo “moderna”, che siamo abituati a vedere nelle commedie e nei noir di Hong Kong.
Quello che davvero non funziona in “The Warlords” è invece la cosa più importante per rendere credibile la storia, ovvero l’alchimia tra i tre protagonisti.
Tutta la retorica del “patto di sangue” sembra strumentale, i tre attori vanno ognuno per conto proprio, e Chan non riesce a farci credere nemmeno per un attimo a quello che racconta, compromettendo qualsiasi tipo di partecipazione emotiva da parte dello spettatore.
Anche nelle scene che si vorrebbero più coinvolgenti (il dolore di Pang quando sceglie di far assassinare Zhao, Jiang che si costringe ad uccidere Lian, la lotta conclusiva tra Pang e Jiang), si rimane ammirati per la perfezione della messa in scena ma impassibili.
Questo limita fortemente la riuscita del film, incatenandolo alla sua natura di blockbuster, assolutamente perfetto, sì, ma senz’anima.

 
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