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Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 18 marzo 2011

71: Into the Fire
Titolo originale: Pohwa Sokeuro
Corea: 2010  Regia di: Lee Jae-han Genere: Azione Durata: 120'
Interpreti: Kwon Sang-woo, Cha Seung-won, T.O.P., Kim Seung-woo
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Nazionalista

71: Into the FireIl giovanissimo Oh Jang-beom sopravvive al suo battesimo del fuoco senza aver esploso un solo colpo. Nonostante questo, il Capitano della sua unità decide di affidargli il comando di un gruppo di studenti che si sono appena arruolati. Mentre l’esercito raggiunge il fiume Nakdong, dove è attestata l’estrema linea difensiva, a Jang-beom e ai suoi volontari viene affidato il compito di difendere la scuola di Pohang-dong, ritardando l’avanzata delle truppe di Kim Il-sung fino allo sbarco delle truppe americane.

Nell’unica nazione al mondo divisa in due, le ferite della guerra di Corea sono ancora lontane dal rimarginarsi. Il carattere fratricida di una guerra civile in cui, in tempi di Guerra Fredda, Unione Sovietica e America si combattevano per interposta persona, è stato ben sottolineato in una manciata di film che si svincolavano dalla rozza propaganda anticomunista del cinema antecedente al 1992.
Opere significative come “The Taebaek Mountains” di Im Kwon-taek o “Taegukgi” di Kang Je-gyu, in cui il rapporto tra fratelli si faceva evidente metafora di quello tra le due Coree, oppure come il favolistico “Welcome to Dongmakgol” di Park Kwang-hyun. A dimostrazione dell’attualità dell’argomento, la tematica del rapporto con un nemico che è la propria immagine speculare innerva molti thriller, come “Shiri”, “JSA” o il recente “Secret Reunion”, ed è stato declinato in chiave horror da Kong Su-chang in “The Guard Post”. Più o meno riusciti, si trattava comunque di film immuni dal greve manicheismo che zavorra questo “71: Into the Fire di Lee Jae-han (A Moment to Remember) che narra un episodio realmente accaduto il 13 agosto 1950, durante la battaglia di Pohang-dong (5-20 agosto) quando, ad appena due mesi dallo scoppio della guerra, le forze nordcoreane sembravano in netto vantaggio.

In tempi di rinnovata tensione politica con il regime di Kim Jong-il si avvertiva forse la necessità di una robusta dose di nazionalismo, con i buoni tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra, ma l’orgoglio patriottico è sempre dannoso, soprattutto quando si dimentica la realtà dei fatti e s’idealizza all’eccesso.
Come in ogni conflitto, le atrocità furono equamente divise tra le parti in causa. Non si dimentichi che gli americani, qui disposti a donare paternamente bazooka anticarro a capitani sudcoreani dal cuore d’oro, fecero spesso e volentieri stragi di civili e bombardarono le città del Nord con il napalm, né che Syngman Rhee, Presidente della Repubblica di Corea, diede ordine di giustiziare sommariamente migliaia di presunti simpatizzanti comunisti.

Lee Jae-han segue con mimetica diligenza la lezione impartita da Spielberg in “Salvate il Soldato Ryan”, come aveva già fatto Feng Xiaogang in “Assembly”: colori desaturati, camera a mano che catapulta lo spettatore nel caos della battaglia, violenza cruda e realistica. Insomma, sangue, sudore e polvere da sparo.
Il problema è che per il resto si affida pedissequamente alle convenzioni del film di guerra vecchia maniera, i cui intenti sono essenzialmente celebrativi. Con queste premesse il risultato è un prodotto di buona professionalità, ma annegato in un’enfasi magniloquente.
Tutto è  platealmente oleografico, a cominciare dalla caratterizzazione dei due protagonisti, Jang-beom e Kap-jo. Gli altri studenti, scarsamente caratterizzati per ovvi limiti di tempo, assolvono infatti all’unica ma decisiva funzione di dipartire eroicamente, lottando fino ad esalare l’ultimo respiro.
Kap-jo è un piccolo gangster che, accusato di omicidio, ha preferito arruolarsi piuttosto che scontare la pena in riformatorio. Intollerante a qualsiasi forma d’autorità, il ragazzo entra subito in conflitto con l’insicuro Jang-beom, poco fiducioso nelle proprie qualità di leader. Inutile dire che Jang-beom attraverserà un processo di maturazione che lo porterà a guadagnarsi il rispetto dei suoi uomini, mentre Kap-jo diventerà un individuo responsabile, pronto a difendere il proprio paese.
Dopo una virile scazzottata, i due cementeranno la loro amicizia durante la strenua difesa dalle orde barbariche della Repubblica Democratica Popolare di Corea, un po’ come i “300” di Miller/Snyder ma con un addestramento inferiore.
Unico personaggio rilevante, sebbene affatto approfondito, il Generale nordcoreano Park Moo-rang, arrogante e insofferente agli ordini che gli arrivano dai burocrati del Partito, che sceglie di offrire ai ragazzi una possibilità di resa.

Per il resto, il catalogo è questo: combattimenti tra le spighe di grano come neanche nell’iconografia del realismo socialista, bambini con le cartucciere a tracolla che, plagiati dalla propaganda comunista, inneggiano al Grande Leader, giovinetti gravemente feriti che implorano i compagni di porre fine alle loro sofferenze, commossi militari che piangono i caduti per la patria ed estremi sacrifici in slow-motion.
Quando lo sprovveduto addetto alle comunicazioni tenta di fermare un T-34 con una Molotov sappiamo già quale sarà l’inquadratura successiva: i suoi occhiali frantumati dal cingolato. L’evento si verifica puntualmente, non certo per preveggenza dello spettatore quanto per il ripescaggio, senza troppa fantasia, da un ideale archivio di immmagini sedimentate nella memoria. Si riaffaccia persino un momento topico che si credeva definitivamente archiviato: la lettera alla mamma, accompagnata da un flashback lievemente seppiato e da una colonna sonora lirico-nostalgica.
Si è abbastanza certi che, fosse stato italiano, il regista avrebbe senz’altro dedicato una struggente parentesi alla Piccola Vedetta Lombarda di deamicisiana memoria.
Gli attori (tra cui il cantante T.O.P) sono tutti convincenti, per quanto si possa esserlo incarnando uno stereotipo, la costruzione della sceneggiatura riesce ad infondere un genuino senso di tensione e le scene d’azione sono dirette ottimamente.
L’unica cosa che affonda “71: Into the Fire” è la grossolana retorica, ben più micidiale delle pallottole di Kim Il-sung.

 
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