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Scritto da Andrea De Luca   
domenica 07 settembre 2008

Caos
Titolo originale: Chaos
USA, Gran Bretagna, Canada: 2006 Regia di: Tony Giglio Genere: Azione Durata: 102'
Interpreti: Jason Statham (detective Quentin Conners), Ryan Phillippe (detective Shane Dekker), Wesley Snipes (Lorenz/Jason York), Henry Czerny (Capitano Martin Jenkin), Bustine Waddell (detective Teddy Galloway), Nicholas Lea (detective Vincent Durano), Jessica Steen (Karen Cross)
Sito web: www.tfmdistribution.fr/fiches_films/chaos/index
Nelle sale dal: In dvd - Inedito Cinematografico
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Andrea De Luca

caos_leggero.jpegA Seattle il detective Quentin Conners viene sospeso dal suo incarico dopo che, durante l’arresto di un malvivente, lui e il suo collega Jason York uccidono per errore un ostaggio. Qualche mese dopo, cinque uomini armati fanno irruzione nell’American Global Bank e prendono in ostaggio clienti e impiegati. Accerchiato dalla polizia, Lorenz, il capo della banda, chiede di trattare con una sola persona: Quentin Conners con cui sembra avere un conto in sospeso da vendicare. Conners  accetta di riprendere servizio e dovrà lavorare in squadra con il giovanissimo detective Dekker. Giunti sul posto iniziano le trattative ma Conners ordina l’irruzione, cosa che i criminali avevano previsto nel loro piano di fuga. Ne segue un’esplosione che permette ai cinque della banda di scappare mischiati tra la folla di ostaggi. Pur essendo andato tutto apparentemente secondo i loro piani, i criminali fuggono senza rubare denaro. La polizia riesce a risalire all'identità di uno scagnozzo di Lorenz e lo arresta. Il suo nome è Damon Richards, la pedina che permetterà ai detective Dekker e Conners di iniziare a ricostruire i fili di una trama apparentemente caotica, in cui nulla è ciò che sembra. Dekker, proseguendo le indagini, scopre infatti che durante la rapina il gruppo di criminali invece di rubare direttamente il denaro, ha inserito un virus nel computer della banca per trasferire elettronicamente i soldi (un miliardo di dollari) sul loro conto corrente...

Per un giovane regista pressoché sconosciuto la strada per l’affermazione individuale è sempre più impervia. In questo caso Tony Giglio si sarebbe meritato più attenzione da parte del mercato italiano, un mercato che spesso concede grande attenzione ai film spazzatura, come quella enorme massa di film horror-splatter senza trama che riescono a perdere credibilità persino di fronte allo sguardo vergine di un bambino, ed è ormai sempre più incapace di presentare un’offerta che si discosti dalla schiavitù del profitto.
Caos è passato praticamente inosservato, gettato nella massa dei film d’azione-polizieschi di serie Z, relegato nell’indifferenza dell’home video. Del resto un regista sconosciuto che in un poliziesco non propone nomi del calibro di Denzel Washington o Al Pacino sembra ormai destinato a trovare, almeno fuori dagli Stati Uniti, soltanto porte sbarrate. Eppure in questo film c’è qualcosa di particolare. Per prima cosa il titolo del film può considerarsi assolutamente azzeccato. La trama solleva quel caos tipico dei romanzi gialli polizieschi con imprevisti e colpi di scena a non finire, ma allo stesso tempo, a differenza di molti film che spesso finiscono per perdersi per strada, è ben collegata e comprensibile. Il caos è creato ad arte nell’osservatore, il quale non conosce le situazioni e finisce per immedesimarsi nel protagonista, il detective Dekker.
Come il giovane detective che pensa di essere onnisciente, lo spettatore arriverà spesso a conclusioni anticipate, molte volte penserà di conoscere l’esito della trama - del resto spesso i polizieschi ripropongono una trama lineare che porta sempre ad un punto preciso - ma i continui colpi di scena lo lasceranno esterrefatto deludendone le capacità deduttive. Il regista sembra divertirsi a mettere ordine nel caos a suo piacimento.
Conners, che sembrava il protagonista, “ci abbandona” inaspettatamente a metà film, quella che sembrava la semplice vendetta del fratello del criminale ucciso da Conners si rivela invece un piano ben più intricato, i buoni diventano cattivi, ma ciò che ci lascia piacevolmente sorpresi è la coraggiosa scelta di un finale inedito il quale stronca una monotonia caratterizzante troppo spesso i film del genere, noiosi come un viaggio in treno tra paesaggi già visti. Dopo aver visto Caos, lo spettatore guarderà questi film con meno malizia e disincanto, non relegando l’attenzione soltanto sulla piacevolezza di una trama che porta a un finale già scritto, ma cercando a sua volta di risolvere il caso.

Il regista-sceneggiatore sembrerebbe un patito del motto “niente è ciò che sembra”, che richiede grande fantasia per orchestrare una trama accattivante e non banale. Molti trucchi li apprende da film precedenti; spesso sembrerà di trovarsi di fronte a situazioni già viste, come se il regista avesse preso le scene preferite da tutti gli action polizieschi precedenti dando vita a una miscela personale. L’inizio ricorderà Inside Man di Spike Lee, ma in questo caso resta da vedere quale dei due è stato girato prima essendo usciti entrambi lo stesso anno; le scene di irruzione in appartamento, gli inseguimenti in motocicletta e il poliziotto sospeso che viene riabilitato sono una costante del genere. Spesso lo stesso poliziotto è circondato da un’aurea affascinante determinata da un temperamento forte e da vizi che lo rendono più umano, erano così Mel Gibson in Arma Letale, Bruce Willis in Die Hard e qui dovrebbe esserlo un Jason Statham troppo “duro” per essere espressivo e di certo non paragonabile ai predecessori. Inoltre il duello finale tra i container ricorda molto quello tra Robert De Niro e Al Pacino in Heat. Quindi chi più ne ha più ne metta. Spesso citata è la Teoria del caos di Lorenz; evidentemente gli americani, Tony Giglio compreso, vanno molto fieri del loro scienziato, considerato il padre della teoria del caos deterministico. La teoria sostiene che “in un sistema complesso una minima variazione dei dati di input ha grande impatto nel risultato finale e che, pur in condizioni iniziali simili, il sistema può reagire in modi molto diversi. Tale numero di possibili soluzioni è comunque finito”.
Da qui il famoso effetto farfalla che ritroviamo citato già in film come Jurassic Park e soprattutto come protagonista in Sliding Doors o proprio in The Butterfly Effect: Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Il regista sembra voler insistere troppo su questo punto, su una teoria complicata che già di per sé sembra studiata apposta per alimentare inutili paranoie.
Una teoria ben più realista afferma che la storia non si fa con i se e con i ma. L’idea, bella in partenza, si dimostra troppo generalizzata ed ambiziosa da sostenere, il che rischia di far perdere di credibilità; resta difficile capire quanto sia utile a Dekker per risolvere il caso, a parte per la connessione del nome del criminale con quella dello scienziato. Di certo nella sua ininfluenza ottiene il risultato di rendere Dekker più antipatico. Già Ryan Philippe, androgino ai livelli del primo Di Caprio, di per se non si rende simpatico allo spettatore. L’attore si dimostra poco convinto sia nei momenti d’ira sia in quelli di illuminazione. Dekker capisce le cose troppo istintivamente, sollevando il dubbio che un detective al suo primo giorno di lavoro, per quanto intelligente e intuitivo, non può risolvere un caso tanto assurdo in poche ore, a maggior ragione dopo aver preso botte in testa e pallottole di striscio; verso la fine del film appare come un John McClane adolescente e ben vestito. Personaggi così soprannaturali possono esistere solo nei cartoni animati come Detective Conan. Comunque il regista sembra pensarla allo stesso modo e nel finale del film lo dimostra dandogli una lezione. Sbagliano i criminali ma possono sbagliare anche i poliziotti, perché sbagliare è umano.
Un appunto negativo merita l’utilizzo della telecamera traballante nella parte iniziale del film. Se è una scelta registica quella di girare il film in stile soggettivo, allora andava portata fino in fondo, ma visto che poi si interrompe non si capisce perché venga impiegata; utilizzata sempre più spesso, sembrerebbe un vizio comune ai registi di nuova generazione, una brutta abitudine che, in quanto molto fastidiosa, andrebbe eliminata.

A questo film, pur riconoscendone alcuni limiti, andava concessa più attenzione, se non altro per il modo in cui tratta con l’arma della suspense e dei colpi di scena il genere poliziesco, un genere che prova perfino a rivoluzionare e re-inventare in modo coraggioso con un finale sfacciato e oltraggioso, che ci fa dubitare sul concetto di giustizia: qui la giustizia può essere “piegata” allo scopo di indirizzarla sulla strada giusta, anche se questo comporta violare la legge. In un film dove fino all’ultima scena non è chiaro il destino e il ruolo dei protagonisti, in cui vengono strappate le etichette di buoni e cattivi, lo spettatore si sentirà fallibile e disorientato ma finalmente contento per aver visto qualcosa di nuovo.


 
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