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Scritto da Nicola Picchi   
domenica 30 settembre 2007

Dog bite dog
Titolo originale: Dog bite dog
Hong Kong, Giappone: 2006. Regia di: Soi Cheang Pou-Soi Genere: Azione Durata: 108'
Interpreti: Edison Chen, Sam Lee, Pei Pei, Lam Suet, Eddie Cheung Siu-fai, Lai Yu-Cheung
Sito web:
Voto: 8
Recensione di: Nicola Picchi

dog_bite_dog_leggero.jpgCon “Dog bite dog”, Soi Cheang si conferma uno tra i più dotati, se non il migliore in assoluto, della nuova generazione di registi di Hong Kong, sempre pronto a sparigliare le carte in tavola e ad individuare soluzioni originali e poco frequentate, inusuali anche per un cinema dinamico e costantemente in movimento come quello dell’ex colonia britannica. Dopo l’horror atipico “New blood”, il travolgente melò d’azione “Love battlefield”, l’atroce dramma sociale mascherato da thriller di “Home sweet home”, con questo film Soi Cheang sembra approdare a lidi più riconoscibili e consoni al canonico action hongkonghese, ma è solo un’impressione di superficie. Edison Chen (Infernal affairs, Blood brothers) è un killer cambogiano che viene mandato ad Hong Kong per un contratto; strappato ai genitori, fa parte di un gruppo di bambini allevati nella violenza ed educati ad essa, allo scopo di essere utilizzati come killer professionisti. Il suo personaggio non ha nome, a sottolineare il suo status semi-animalesco (simile a quello di Jet Li nel ridicolo Danny the dog), e, non parlando cantonese, è costretto ad esprimersi a gesti e grugniti. Sam Lee (rivelatosi anni fa nel bellissimo “Made in Hong Kong” di Fruit Chan) è Wai, un poliziotto violento, nevrotico ed insofferente all’autorità. Non appena il killer avrà portato a termine il suo compito i due saranno portati inevitabilmente a scontrarsi, fino ad un finale al calor bianco. La regia è sporca e convulsa, quasi documentaristica e lontana dal nitore formale delle opere precedenti.
La macchina da presa tallona i personaggi registrando imparzialmente i loro improvvisi scoppi di violenza, mentre la colonna sonora di Ben Cheung mescola efficacemente momenti dal sapore quasi liturgico ad aspre cacofonie intessute di rumori tronchi. Nonostante la classica coppia di antagonisti killer/poliziotto già vista in centinaia di film di genere, non c’è nessuna contrapposizione manicheista: non esistono il bene e il male così come non esistono giudizi morali, esistono solo gradazioni diverse di rabbia che bruciano fino all’incandescenza, devastando i due personaggi che diventano sempre più simili l’uno all’altro.
Accomunati dal risentimento e dal ricorso alla violenza come unica possibilità di sopravvivenza, entrambi sono stati traditi dai loro padri: Wai da un padre poliziotto, a cui è stato costretto a sparare dopo averlo scoperto coinvolto in un traffico di droga; il killer da un padre putativo, colui che lo ha allevato nel sangue e che non esiterà a consegnarlo al suo nemico pur di sbarazzarsi di lui. Soi Cheang, ottimamente supportato dalla fotografia cupa e sgranata di Fung Yuen Man, dipinge il ritratto nichilista di una Hong Kong prevalentemente notturna dove regna la legge dell “homo homini lupus”, bruciata dai fasci di luce giallastra e malsana delle lampade alogene, che sembrano essere le uniche stelle possibili. Sceglie ambientazioni degradate e fatiscenti dove si aggira un’umanità sfiancata e regredita allo stato animalesco, come lo squallido ambulatorio aperto anche di notte o la discarica dove il killer salva dal padre stupratore un’immigrata illegale semiritardata (Pei Pei, al suo primo ruolo), che deciderà di portare con sé nella sua fuga verso la Cambogia. E sarà proprio l’epilogo cambogiano, immerso in una luce con una dominante dorata e avvolgente, l’unica parte a donare un po’ di calore ed un esile speranza prima dell’allucinato ed indimenticabile finale, sulle note di “You are my sunshine”, che ci ricorda che “Le creature sopravvivono solo al costo della vita di altre creature”.

 
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