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Dragon Blade PDF Stampa E-mail
Scritto da Nicola Picchi   
sabato 02 maggio 2015

Titolo: Dragon Blade
Titolo originale: Tian jiang xiong shi
Cina, Hong Kong: 2015. Regia di: Daniel Lee Genere: Azione Durata: 140'
Interpreti: Jackie Chan, John Cusack, Adrien Brody, Joey Jozef, Lin Peng, Mika Wang, Choi Si-won, Xiao Yang, Wang Taili, Sammy Hung, Steve Yoo, Vanness Wu, Karena Lam
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 30/06/2016
Voto: 6
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Utopistico
Scarica il Pressbook del film
Dragon Blade su Facebook

dragon_blade_leggero.pngIn bilico tra le speculazioni del sottogenere del "What If?", autorevole branca della letteratura fantastica, e la cialtronaggine dell'"Outcast" di Nick Powell, nel quale i Templari Nicolas Cage e Hayden Christensen si ritrovavano a menar le mani nell'Impero di Mezzo, "Dragon Blade" si rivela un discreto prodotto commerciale, che riesce a ridare smalto a un Jackie Chan che ultimamente si era un po' smarrito. Fallita la svolta drammatica di "Shinjuku Incident" e "1911", nè l'atroce "Chinese Zodiac" nè "Police Story 2013" si erano infatti rivelati all'altezza del personaggio, il cui ultimo film convincente risaliva al lontano 2010 ("Little Big Soldier").
Un ragionamento analogo si potrebbe fare per Daniel Lee, regista da battaglia che non è mai riuscito a elevarsi dalla mediocrità, il cui miglior risultato era rimasto fino a oggi "White Vengeance" (2011), se non altro per l'interpretazione sopra le righe di Anthony Wong.

Grazie a una sceneggiatura che corteggia l'ucronia, in "Dragon Blade" si ipotizza un contatto tra l'Impero romano e quello cinese nel 48 AC, durante la dinasta degli Han occidentali.
Nella realtà storica, sembra invece che tale evento non si sia verificato prima dell'anno 166, peraltro senza conseguenze di rilievo. Una deriva finzionale così smaccata permette però di guardare con una certa benevolenza alle assurdità imbastite dallo stesso Daniel Lee (anche sceneggiatore), a partire da un prologo del tutto superfluo.

Venuti a conoscenza dell'esistenza di Regum, città romana costruita lungo la Via della Seta, un pool di archeologi si mette alla sua ricerca. Christian e Karena sono i primi a individuare i ruderi dell'antico insediamento, anche perchè scoprono un'iscrizione che reca il nome della città, analoga a quella che si potrebbe reperire in una qualsiasi stazione ferroviaria. Complici alcune apparecchiature hi-tech e le note rossiniane del "Gianni Schicchi", inizia finalmente il film, che vede Huo An e la sua squadra impegnati a dirimere le controversie tra le 36 nazioni lungo la Via della Seta.
Huo An è un convinto pacifista e un fautore dell'eguaglianza tra i popoli, almeno fino al giorno in cui entra in contatto con una legione romana condotta dal generale Lucius. Malgrado un'iniziale baruffa dovuta a incomprensioni di ordine culturale, il contagioso ecumenismo di Huo An consente di accantonare la diffidenza reciproca. In men che non si dica, legionari romani e soldati cinesi collaborano in piena letizia alla ricostruzione dell'avamposto, si affrontano in gare sportive di combattimento battendosi il cinque, e non si lasciano neanche sfuggir l'occasione d'intonare cori patriottici, come fossero giocatori di calcio alle prese con l'inno nazionale.
Utopista come un Sir Thomas More ante litteram, Huo An vuol costruire una città in cui tutti gli uomini possano vivere in pace, libera da incomprensioni, odio e violenza. Daniel Lee ci tiene a ribadire il concetto, rendendoci edotti del fatto che "i soldati romani sono addestrati a uccidere la gente, quelli cinesi a salvarla".
Chissà cosa ne avrebbe pensato l'imperatore Yuan, il quale regnava in Cina in quel periodo. Commossi dalla vocazione infermieristica degli Han, non possiamo comunque che guardar con apprensione alla minaccia che si profila all'orizzonte: il generale Tiberius, non pago di aver assassinato il padre Crassus e reso cieco il fratello minore Publius, nutre infatti mire espansionistiche sulla Via della Seta.

Se la sceneggiatura rende inclini alla facile ironia, converrà allora attenersi al motto di Huo An ("Trasforma i tuoi nemici in amici") e seguire l'esempio degli spettatori della Repubblica popolare, i quali hanno assicurato a "Dragon Blade" il primo posto in classifica tra i film distribuiti in occasione del Capodanno cinese, con quasi 55 milioni di dollari di incassi. Daniel Lee mantiene il suo sguardo da ex scenografo, attento alla resa esclusivamente "decorativa" dell'inquadratura e alla impeccabile armonizzazione di scene e costumi, purgando la propria vocazione al montaggio sincopato a favore di un maggiore coinvolgimento sul versante narrativo.
Così facendo il regista hongkonghese firma il suo lavoro migliore, riuscendo allo stesso tempo a restituire lustro al marchio Jackie Chan. L'attore sessantunenne si difende ancora benissimo nelle sequenze d'azione, coreografate come d'abitudine da lui stesso, ma continua a difettare di carisma e presenza scenica. John Cusack, dal canto suo, è visibilmente fuori parte, e così il vero dominatore risulta Adrien Brody, che la butta genialmente sullo shakespeariano, disegnando uno dei "villain" più esilaranti degli ultimi anni.

In un'annata nella quale gli incassi delle sale cinesi hanno superato quelli americani, la moda di assoldare attori hollywoodiani, inaugurata da Zhang Yimou con "The Flowers of War", mira alla costruzione di un blockbuster globale, senza tener conto però del fatto che le differenze culturali tra oriente e occidente restano profonde, e non vale ad eliderle ingaggiare attori stranieri.

Trailer

 
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