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Hitman - L'assassino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 30 novembre 2007

Hitman - L'assassino
Titolo originale: Hitman
USA, Francia: 2007. Regia di: Xavier Gens Genere: Azione Durata: 100'
Interpreti: Timothy Olyphant, Dougray Scott, Olga Kurylenko, Robert Knepper, Ulrich Thomsen, Henry Ian Cusick, Michael Offei
Sito web: www.hitmanmovie.com
Nelle sale dal: 07/12/2007
Voto: 6
Recensione di: Nicola Picchi

hitman_leggero.jpgSecondo film di Xavier Gens, dopo l’horror “Frontiere(s)” che ha riscosso molti consensi sia a Toronto che a Sitges, “Hitman” è al momento l’ultimo tra i personaggi videoludici ad essere stato trasferito su grande schermo.
Il killer il cui unico nome è 47, calvo e con tanto di codice a barre tatuato sulla nuca, viene infatti dalla fortunata saga della Eidos che lo vede protagonista, ormai giunta al quarto capitolo (Hitman: Blood Money). Il gioco originale lasciava il giocatore libero di scegliere come affrontare le missioni che gli venivano proposte, con un approccio stealth e più ragionato oppure con uno da sparatutto, più radicalmente votato al massacro. Inutile dire che il 47 cinematografico preferisce optare per la seconda soluzione, molto più coreografica ed anche più gratificante per lo spettatore. Il primo e più spinoso problema che devono affrontare le trasposizioni dai videogiochi è quello di imbastire una sceneggiatura decente o almeno credibile, senza tradire il personaggio originario. Skip Woods (già sceneggiatore dell’inutile “Codice: Swordfish”) ci svela nel prologo l’esistenza di una misteriosa Organizzazione, che alleva orfani di tutte le nazionalità allo scopo di farli diventare dei killer professionisti, spietati e privi di emozioni. L’Agente 47, inviato in Russia per uccidere il Presidente Belicoff, si troverà invischiato in una rete di tradimenti e cambi di fronte, e finirà per ritrovarsi braccato anche dalla sua stessa organizzazione. Il plot è abbastanza tradizionale e non riserva grosse sorprese né stravolgimenti particolarmente audaci, con i consueti cambi di set a cui ci ha abituato il genere, in questo caso la Nigeria, Londra, Mosca, Istanbul e San Pietroburgo, perfidi doppiogiochisti, chirurgie plastiche truffaldine e conflitti tra Interpol, CIA e servizi segreti russi. E’ abbastanza visibile l’influenza di Luc Besson, che coproduce con la sua EuroCorp, non solo per quanto riguarda l’Organizzazione che addestra killer perfetti quanto letali (Nikita), ma anche per il rapporto tra l’Agente 47 e Nika, una prostituta tenuta pressochè in schiavitù dal cattivissimo fratello di Belicoff, che riecheggia quello tra Jean Reno e Natalie Portman in “Léon”, pur con tutti gli aggiornamenti seduttivi del caso.
Gens rispetta pienamente la consolidata iconografia del personaggio, abito nero, camicia bianca e cravatta rossa, e clona persino il design molto cool delle sue pistole ed il portatile che gli invia le informazioni, ma non riesce ad infondergli quell’alito di vita che avrebbe fatto la differenza, nonostante la buona prova di Timothy Olyphant (l’antagonista di Bruce Willis in “Live Free or Die Hard”) che cerca di donare al suo personaggio un pizzico di humour e di umanità.

Non mancano le strizzatine d’occhio autoreferenziali agli appassionati della serie dato che alcune inquadrature, come quelle in terza persona nell’albergo con la camera alle spalle dell’Agente 47, mimano quelle del videogioco, ed in una scena Olyphant sorprende due ragazzi che stanno giocando a Hitman. Dalla serie della Eidos discendono anche alcune ambientazioni, come la stazione ferroviaria e la chiesa a San Pietroburgo, ed in molti punti la fotografia di Laurent Barès insegue l’effetto di rendering fotorealistico dei filmati in CGI che intervallano le varie missioni, mentre nei momenti più squisitamente action entra in scena lo slow motion (o meglio, il bullet time di “Max Payne”) che comunque fa molto videogame.
La regia di Gens è sorprendentemente lontana dal parossismo delirante ma spassoso di molti suoi colleghi francesi (Kounen, Renoh, Siri, Gans), che mixano un po’ a casaccio l’action deviante di Hong Kong con quello testosteronico di Hollywood. Oltre a non risparmiare temibili bordate di kitsch allo spettatore (vedi l’uso dell’”Ave Maria” di Schubert), risulta anche troppo controllata e sui generis, persino in scene promettenti come quella del combattimento all’arma bianca in metropolitana tra l’Agente 47 e quattro killer dell’Organizzazione, tutti rigorosamente calvi e con il codice a barre. Alcuni recensori americani, esagerando, hanno bollato il film come Eurotrash.
In realtà “Hitman” non è una delle peggiori trasposizioni videoludiche degli ultimi tempi, ed è senz’altro superiore ad obbrobri come “Resident evil: Extinction”, “House of dead” o “Doom”, anche se l’ombra del “game over” è sempre dietro l’angolo.

 
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