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Kill the Irishman PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 38
ScarsoOttimo 
Scritto da Dario Carta   
venerdì 08 luglio 2011

Kill the Irishman
Titolo originale: Kill the Irishman
USA: 2011. Regia di: Jonathan Hensleigh Genere: Azione Durata: 115'
Interpreti: Val Kilmer, Christopher Walken, Vincent D'Onofrio, Ray Stevenson, Linda Cardellini, Vinnie Jones, Robert Davi, Fionnula Flanagan, Paul Sorvino, Bob Gunton, Laura Ramsey, Mike Starr, Jason Butler Harner, Steve Schirripa, Tony Lo Bianco, Marcus Thomas, Jeff Wolfe, Vinny Vella, Jeff Chase, Arthur Cartwright, Cody Christian, Jimmy Doom, John Hawkinson, Richard Jewell, Vincent Angelini, Frankie Potochick, Sean O'Reilly, John Duffey Leo, Anna Badalamenti, Danielle Zilafro, Victor Pytko, Max Bassett, Debra Port
Sito web ufficiale: www.killtheirishman.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 5,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Celebrativo
Scarica il Pressbook del film
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Kill the IrishmanE’ sorprendente constatare quanto la macchina dello spettacolo tenda a mitizzare gli aspetti celebrativi delle componenti societarie in ogni loro forma,allo scopo di fecondare un prodotto lanciato sui banchi di un settore merceologico che si prefigge di fare presa sull’immaginario fino al suo confine con la fantasia.
Così le vite vissute ai margini dell’ordinario,sfuggenti ad ogni qualunquismo e spesso relegate nelle pagine scure di realtà urbane o di provincia di ogni capitolo storico,vengono preposte dalle produzioni a raggiungere sistematicamente lo status di simboli ed ideali nelle vesti di sfide all’ovvietà del quotidiano.
Di questi paradigmi il cinema,di preferenza americano,ha sempre fatto grande sfoggio e non ne ha mai fatto mistero,schiudendosi fin troppo spesso a celebrazioni prosaiche e un tantino retoriche di figure emblematiche e controverse di ogni storia. Dallo “Scarface” di Hawks a quello di De Palma,dagli intoccabili all’”American Gangster” di Scott,dal “Dillinger” di Milius a quello di Mann,da “Lucky Luciano” di Rosi al “Nemico pubblico” di Richet,il crimine e la leggenda declinano il cinema onirico lasciando ampio spazio ai voli pindarici fra realtà storica e rilettura fantastica.

La recente doppietta su Jacques Mesrine di Jean Francois Richet ha riaperto le pagine della malavita francese degli anni ’70 in un cantico fra il sornione e il solenne delle gesta di un bandito troppo simile al Papillon di Charriere per risultare verosimile alle platee di oggi,ma pomposo a sufficienza per giustificare un elogio fictionale ed il pubblico ammiccamento. Altrettanto magneloquente ,anche se più raffinato,il Dillinger di Michael Mann sembra l’ode ad un Robin Hood di altra era,eroe-antieroe,sociopatico mitizzato dalla comunità che lo temeva e lo osannava.

“Kill the Irishman” di Jonathan Hensleigh (“sceneggiatore di “Armageddon” e “Jumanji”), si scava la sua nicchia fra i titoli di genere,ma non brilla né in eleganza né in carisma. Per nulla dissociato da una struttura filmica abituale,il lavoro è un organismo che non eccelle né in qualità né in originalità. Hensleigh comprime le cronache della mafia urbana che minacciò di stracciare le strade di Cleveland negli anni ’70 in un racconto con al centro Danny Greene (Ray Stevenson,”Roma”),immigrato irlandese,ambizioso e deciso a scalare i ranghi del sindacato,senza curarsi di metodi e legge.
L’incipit è d’effetto,grondante deja-vu,ma decisamente connotato dei tratti del film d’azione datato,dove energia e impostazione registica si impastano con i canoni degli action thrillers di quarant’anni fa.

L’attentato a Greene,la deflagrazione dell’auto in piena città (cfr. Mesrine giustiziato nella sua macchina in pieno centro di Parigi),l’invettiva del protagonista lanciata ad un cosmo urbano senza volto ma carico di una violenza in ombra,presentano tema,ambiente,personaggio,retroscena ed anticipazione di una tragedia inevitabile,in una sequenza in apertura che vuole lasciare traccia e segni della natura del racconto che segue. Ma l’intenzione del regista si esaurisce in una narrazione che riassume in un esercizio biopic troppi luoghi comuni,intoppi retorici e troppo poco respiro.
La vita di Greene si dispiega fra flashbacks e tempi reali nel racconto delle aspirazioni di un uomo e delle sue ribellioni alle inaccettabili condizioni lavorative,nella sua scalata ai vertici di sindacati ghermiti dal potere delle famiglie malavitose. I fondamentali sono tutti presenti ed esperiti: lavoro,mafia,lotta sociale,povertà,filatteri politici (“Fist”),recessione e riscatto (“Taverna Paradiso”).

L’impianto è scheletrico,con una struttura giornalistica che si fa cronaca priva di spazi e volumi caratteriali,ma con il fascino di una pagina di storia nera dell’America malata e sedotta dalle organizzazioni. Il line up è di massimo rispetto (Ray Stevenson,Vincent D?Onofrio,Val Kilmer,Christopher Walken),ma il film soffre del fiato corto di un’indagine interiore lacunosa e sommaria,a beneficio dell’ambientazione epocale privilegiata sullo spessore dei protagonisti,quasi pretestuali al tratteggio del palcoscenico sociale che li accoglie. Il nastro narrativo si svolge senza picchi e movimenti emotivi,chiazzato qua e là da spunti cromatici fortemente evocativi (le tonalità dei verdi d’Irlanda) e battuto stretto da uno score a base di reel,jig e polke intervallate dalle pagine rock di un’epoca dai suoni inconfondibili e i dialoghi sono tagliati dagli orgogli patriottici di costume (”…meglio mangiare fagioli che cibarsi di quello che esce dal deretano di una pecora” - è la perifrasi di un irlandese ad uno scozzese).

Se nel doppio di Mesrine,Richet giocava con l’ironia e il senso del grottesco e nel “Nemico pubblico” di Mann,Dillinger si ergeva a mito per un’America depressa e in cerca di eroi, in “Kill the Irishman” l’inquadratura sul protagonista è svilita dalla patina da reportage che permea l’intera pellicola,con una parsimonia analitica da cui Greene esce irrisolto e provvisorio.
Val Kilmer è voce narrante ed antico compagno di Greene,ma l’assenza di un’indagine sugli elementi che portano i due vecchi amici alla condizione conflittuale che li divide,qui è decisiva e discriminante.
Della fredda eleganza di Walken e l’eccentrica mimica di D’Onofrio,non rimane che un’ombra gettata sull’iperbole incompiuta di un lavoro asostanziale e redazionale più lusinghiero verso epoca ed ambiente che attento a schiudersi sugli uomini e i loro risvolti interiori.

 
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