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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 24 giugno 2008

Ming Ming
Titolo originale: Ming Ming
Hong Kong: 2007. Regia di: Suzie Au Genere: Azione Durata: 96'
Interpreti: Zhou Xun, Daniel Wu, Tony Yang, Jeff Chang
Sito web:
Voto: 6,5
Recensione di: Nicola Picchi

ming-ming_leggero.jpegMing Ming si innamora a prima vista di D, un lottatore che risolve problemi per conto del suo boss, Brother Cat. D le rivela che nella vita ha bisogno di due sole cose: 5 milioni di dollari e un viaggio ad Harbin, nel nord della Cina. Ming Ming lo prende in parola e si fa consegnare il denaro necessario da Brother Cat, prendendo come garanzia un prezioso cofanetto di legno che sembra contenere importantissimi documenti. Inseguita dai gangsters del boss, la donna consegna la refurtiva ad un complice, Ah Tu, e si dilegua dandogli appuntamento in un luogo prestabilito. L’uomo, giunto sul posto, crede di riconoscere Ming Ming in una sosia della ragazza, Nana, e la porta con sé alla ricerca di D, che nel frattempo è partito per Shangai. Anche Nana è innamorata di D, ed inizialmente sta al gioco senza rivelare la verità. Nana e Tu, sorvegliati a distanza da Ming Ming e braccati dai sicari di Brother Cat, si imbarcano per Shanghai, dove avverrà la resa dei conti finale.
Esordio cinematografico dell’hongkonghese Suzie Au, finora regista di video musicali, “Ming Ming” è il classico film in cui la forma conta più della sostanza, in grado di suscitare emozioni che spaziano dall’ammirazione alla noia. Eppure la forma, per quanto ipertrofica, non prende mai il sopravvento, come accade ad esempio nei film del coreano Lee Myung-se, e i personaggi non sono mai abbandonati a loro stessi. Malgrado le citazioni ormai di rigore, dagli anime giapponesi all’exploitation anni ’70, e l’incredibile twist di sceneggiatura finale, non si può non guardare “Ming Ming” con stranita curiosità, con tutta la sua ingenuità nel voler decostruire la narrazione a tutti i costi, ma anche con la sua prorompente vitalità. Il risultato è una sorta di Wong Kar-Wai in versione pop, dove l’enfasi è tutta sulla sensualità dell’immagine e sull’accostamento quasi tangibilmente voluttuoso delle più svariate tonalità cromatiche, dal total-black dell’eroina Ming Ming, in parte goth, in parte post-Matrix, all’arancione squillante della capigliatura di Nana. Potremmo anche leggerlo come un film sul desiderio femminile (sceneggiatura firmata dalla regista insieme ad Angela Lau) che si sublima nella forma, costruito intorno all’evanescente Daniel Wu, il quale è inseguito non solo da Ming Ming e Nana, ma ricordato con nostalgia da decine di donne grate di aver ricevuto i suoi favori: D è infatti un oggetto del desiderio neanche tanto oscuro, e la struttura ondivaga di “Ming Ming” non è altro che l’elaborato e preziosamente artificioso corteggiamento di un’assenza.
Alcuni momenti, considerato che l’arma principale di Ming Ming sono delle perle nere che lancia con perizia micidiale, sono assolutamente paradossali, ma l’Oscar per la scena più insensata va certamente a quella in cui in cui Daniel Wu deve sfuggire a un gruppo di sicari, che gli lanciano contro dei fiammiferi accesi che sfrecciano come proiettili. Questi due minimi particolari (perle nere e fiammiferi) fanno dislocare il film, già pencolante tra l’action e il romantico, nei reami dell’assurdo, svelandone la cristallina vocazione al ludico e al gratuito.
I flussi narrativi si intersecano come i suoni in una jam-session, e i personaggi appaiono e scompaiono come linee musicali che si cercano o che si contrappongono, mentre Suzie Au dà fondo a tutti i trucchi dei manuali di montaggio. Per fortuna il rischio maggiore di simili operazioni, ovvero la stucchevolezza, può dirsi pienamente scongiurato, anche grazie alla meravigliosa Zhou Xun (The Banquet, Perhaps Love) che interpreta i due ruoli di Ming Ming e Nana, e ad un Daniel Wu (One Nite in Mongkok, Protégé, Beyond Our Ken) sempre più intenso e convincente.

 
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