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Scritto da Biagio Giordano   
giovedì 13 agosto 2009

Nel centro del mirino
Titolo originale: In the line of fire
USA: 1993 Regia di: Wolfgang Petersen Genere: Azione Durata: 123'
Interpreti: Clint Eastwood, John Malkovich, Rene Russo, Dylan McDermott, Gary Cole, Fred Dalton Thompson, John Mahoney, Tobin Bell, Gregory Alan Williams, Jim Curley, Sally Hughes, Clyde Kusatsu, Steve Hytner, Bob Schott, Juan A. Riojas
Sito web:
Nelle sale dal: 1993
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Tormentato

nelcentrodelmirino_leggero.jpgFrank Horrigan (Clint Eastwood)  è un anziano agente dei servizi segreti,  prossimo ad andare in pensione  e  perseguitato da una fama un po’ sinistra per essere stato nel Novembre del 1963 uno degli addetti al servizio di scorta del Presidente degli Stati Uniti J.F.Kennedy nel giorno della sua tragica visita a Dallas, nel Texas.
Un giorno, su richiesta di una anziana portinaia, Frank si reca in un  modesto appartamento di Los Angeles per analizzare delle riviste  antipresidenziali di oscura provenienza; l’agente rimane incuriosito dalla sistemazione dei ritagli degli articoli che appaiono disposti in modo da formare un rebus.
Le immagini e gli scritti hanno per oggetto l’attentato al Presidente Kennedy avvenuto nel 1963, ma prendono in considerazione anche la vita politica  dell’attuale presidente americano screditandone l’immagine; l’atmosfera creata dall’autore della messa in scena è triste, intimidatoria, fa  presagire cose cattive, tanto che Frank rimane subito turbato e comincia a temere per la vita dell’attuale presidente.
Nell’ultima  stanza da ispezionare Frank scopre una fotografia del corteo presidenziale di  Dallas, del 1963, dove lui e i suoi colleghi sono intenti a scortare l’automobile di Kennedy; il  volto di Frank, molto giovanile, è evidenziato ironicamente con un pennarello rosso.
Le perquisizioni che  Frank fa  negli appartamenti di Los Angeles appartengono a un  lavoro di routine  il cui  scopo è di  selezionare, tra le numerose minacce di morte al Presidente,  1400 ogni anno tra telefonate e  messaggi scritti, quelle ritenute più pericolose.

Il giorno seguente Frank viene contattato telefonicamente da uno strano individuo che conosce bene luci e ombre del suo passato, un certo Leary (John Malkovich) sopranominato in seguito dagli agenti dei servizi segreti Booth, come il famoso attentatore della vita a Lincoln.
L’uomo è l’inquilino dell’appartamento appena visitato da Frank, egli sa della visita fatta nella sua abitazione e vuole  iniziare a dialogare con l’agente per capire l’effetto psicologico generato dai suoi messaggi criptati.
L’individuo, colto e intelligente ma psicopatico,  accertata l’apprensione di Frank per  quanto visto nell’appartamento, propone all’agente un mortale gioco a due sulla vita del Presidente, contando sul fatto che Frank è psichicamente disturbato, ossessionato da tristi ricordi, traumatizzato dalla scoperta di una propria vigliaccheria manifestata  nei momenti cruciali del servizio di scorta al Presidente a Dallas, nel ’63, e che quindi finirà per accettare il gioco.
L’agente crede che i giudizi negativi espressi dalla stampa sul suo lavoro di scorta possano essere veri,  pensa che  in quell’occasione poteva fare di più rischiando senza esitazioni  la  vita per il Presidente,   coprendolo con il corpo prima del secondo sparo, quello mortale.
Il killer Leary  ha letto quelle pesanti critiche della stampa e non perde l’occasione per rileggerle a Frank al telefono. Il killer vuole intimidire Frank, umiliarlo,  convincerlo ad  accettare la sfida. Leary offre a Frank, in modo paradossale, folle, la possibilità di riscattarsi dalle vecchie accuse di vigliaccheria.
Il gioco proposto dal killer, pur nella sua drammaticità e aberrazione è coinvolgente, se Frank vincerà il duello con Leary,  salvando il Presidente, diventerà  famoso e rispettato da tutti, mettendo a tacere ogni accusa su quegli oscuri fatti del passato, per i quali Frank ha perso anche la moglie e la figlia rimanendo solo e depresso.
Se invece  perderà dovrà prendere coscienza della sua innata vigliaccheria andandosene rassegnato in pensione.
Il killer Leary, ex agente della CIA, frustrato da un ambiente professionale cinico e disumano che finirà per psicotizzarlo, architetta di soddisfare la propria follia paranoide, della quale non si sente minimamente responsabile, in un gioco imponente, psichicamente sintomatico, perverso, che vede protagonisti con pari opportunità il gatto Leary e il topo Frank, in uno scenario di alto valore simbolico, animato da personaggi illustri, capace di portare il livello delle emozioni ad alture stratosferiche dove vita e morte si inseguono e  mescolano incessantemente producendo uno spettacolo sopra le righe il cui esito qualunque esso sia renderà famosi e immortali i due partecipanti.
Frank, che sta per avere una storia d’amore con la giovane agente Lilly Raines (Rene Russo) accetta la sfida di Leary e chiede il trasferimento nel servizio di scorta del Presidente.

Le lunghe telefonate tra Frank e il killer Leary non consentono in un primo momento ai tecnici telefonici di scoprire il killer, perché egli ha inventato un sistema che cripta il suo numero di telefono creando per gli intercettatori cifre casuali che conducono a perquisizioni in appartamenti non interessati dai fatti;  solo in un secondo tempo i servizi segreti riusciranno a scoprire alcuni luoghi da cui partono le telefonate, creando qualche  difficoltà all’uomo.
Lo psicopatico ha lunghi ed emozionanti colloqui telefonici con Frank, ma ciò a un certo punto non gli basta più, il bisogno di eccitazioni sempre più forti con rischi al cardiopalmo, lo inducono a provocare Frank anche sulla strada, trascinandolo un giorno in un inseguimento rovinoso, tra  le automobili e i passanti delle strade più frequentate di Los Angeles;  la corsa  sembra non avere fine finché il killer Leary, ormai stremato, si scontra con il parabrezza di una macchina lasciando le proprie impronte sul vetro e fuggendo malconcio; Frank sequestra subito l’automobile per verificarne le impronte, ma dall’analisi  computerizzata non sarà possibile capire la loro appartenenza perché il nome a cui corrispondono è un top secret,  di esclusiva competenza della CIA.

La parte d’azione più di rilievo del film, per i suoi forti effetti di tensione e vertigine ( un omaggio a Vertigo di Hitchcock?), è l’inseguimento sui tetti tra il killer Leary da una parte e Frank con il suo aiutante Al D’Andrea (Dylan Mc Dermott) dall’altra; dopo vertiginose rincorse, l’anziano Frank fa un passo falso, non riesce a saltare tra due palazzi quasi adiacenti, rimanendo sospeso nel vuoto, aggrappato su un bordo. Quando le sue forze stanno per cedere è soccorso dal killer, che appare all’improvviso dall’alto, spaventoso, con due grandi occhiali scuri, pronto a cogliere il momento a lui favorevole e proporre a Frank uno scomodo aut aut filosofico.
Leary sostiene Frank con un braccio e lo invita a sparargli con l’altro, offrendogli la possibilità di eliminare il futuro assassino del Presidente, Frank deve  scegliere tra il rimanere in vita,  rifiutando di sparare al killer e venendo quindi issato su ma portandosi dentro il marchio di vigliacco, e una morte eroica uccidendo Leary e cadendo nel vuoto, cosa  che lo immortalerebbe  nella storia riscattando lui e la sua famiglia dall’ oscuro passato.
Frank ha paura, non vuole morire, e quindi non spara; il killer Leary, soddisfatto dell’umiliazione procurata all’agente, gli salva la vita; il killer vuol proseguire il gioco del gatto e il topo fino in fondo, spinge quindi Frank in un poggiolo sottostante salvandolo e subito dopo uccide il suo incombente collega Al D’Andrea.
Il killer fin lì vincitore ridà improvvisamente  fiato al morale di Frank, perché nell’Albergo da cui era giunta l’ultima telefonata a Frank, prima del’inseguimento sui tetti, i servizi segreti, in collaborazione con la CIA che  aveva diffuso tutte le  fotografie del suo ex agente, scoprono nella stanza di Leary un bigliettino spiegazzato con sopra il nome di una Banca di Los Angeles; dallo scritto è possibile ricavare la sua sede e il numero di telefono. In quel istituto finanziario il killer Leary aveva da poco aperto un conto corrente versando una somma consistente e dichiarandosi venditore di programmi di computer. Quel biglietto risulterà  decisivo nello sciogliere l’intreccio.
Il killer ha deciso di uccidere il Presidente americano durante una grande serata di gala organizzata per recuperare alcuni punti nei sondaggi elettorali, dati  in forte perdita.
Frank  sa della decisione del killer ma non viene creduto dai suoi superiori e  dopo un’ennesima gaf in cui scambia un inserviente per un estraneo, sospetto, Frank viene rimandato a casa e destinato a San Diego, dove dovrà lavorare come agente di supporto; sceso dalla macchina con la quale un collega lo aveva accompagnato all’aereoporto, destinazione San Diego, Frank chiede all’agente  di dettargli il numero di telefono della nuova sede, le cifre che gli vengono scandite sono seguite da alcune lettere,  disposte in modo da ricordarlo più facilmente, esse però per associazione di idee  fanno venire in mente a Frank il nome della Banca del killer, le cui lettere erano trascritte sul biglietto stropicciato trovato dai suoi colleghi sotto il letto nella stanza d’albergo del killer Leary. Frank riprende dalla tasca quel biglietto e telefona alla Banca del killer per conoscerne l’indirizzo e farle visita.
Dalla Banca Frank si fa mandare un fax  presso la sede del palazzo dove si svolge la grande serata di gala in onore del Presidente, con i nomi di tutti coloro che negli ultimi giorni avevano aperto un conto corrente; ricevuto poi il fax, Frank confronta i nomi in esso trascritti con quelli dei partecipanti alla serata di gala e  scopre che due nomi coincidono, appartengono a un famoso venditore di programmi per computer.
In effetti l’uomo, il cui nome non lasciava indifferenti, era stato invitato alla festa come un importante industriale  e corrispondeva  all’assassino killer Leary, travestito; Frank ha ormai pochissimo tempo a disposizione per sventare l’assassinio; individuato velocemente la posizione del nome nella geografia dei tavoli, riesce ad riconoscere Leary in piedi, con la pistola nascosta da un tovagliolo bleu, pronto a sparare al Presidente che sta per avvicinarsi.  Frank d’istinto corre verso il Presidente e lo copre con il corpo proprio nel momento in cui Leary spara, prendendosi il proiettile sul torace protetto dal giubbotto antiproiettile.
Segue un caotico fuggi fuggi generale,  girato da Petersen in modo magistrale. Il killer Leary troverà la morte cadendo dall’ascensore esterno, dopo una furiosa lotta con Frank alla quale assistono spaventati tutti gli invitati alla festa.
Alla fine Frank, finalmente vincitore di questa difficile partita e  riscattatosi  dalle pecche dimostrate nell’assassinio di Kennedy, si gode il trionfo con al fianco la bella e giovane collega Lilly Raines (Rene Russo).
Nel centro del mirino ( In the Line of Fire),  appartiene alla folta schiera dei film che hanno per soggetto le vicende private e pubbliche dell’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti ma si distingue dagli altri per una narrazione  stilistica molto più curata.

Quest’opera di Petersen può  sembrare ad una prima e superficiale considerazione, il solito film d’azione americano, ben congeniato, sagace e scaltro quanto basta per diventare commerciabile, facilmente fruibile in virtù di codici visivi supercollaudati garantiti da una lunga tradizione cinematografica, oppure una pellicola da intrattenimento, eticamente ineccepibile, adatta forse in egual misura ai cinefili feticisti e alle famiglie per bene,  spettacolare quanto basta per esaltare gli effetti speciali del cinema americano, divenuti famosi in tutto il mondo per la loro veloce innovazione tecnica tra un film e l’altro che  assicura ai produttori  guadagni facili e una lunga notorietà.
In realtà questo film, al di là della consapevolezza o meno di Petersen, va oltre certi  abituali cliché del genere, deludendo in parte le legittime attese provocate da una pubblicizzazione mediatica standard, mediocre, che ha messo l’accento sul genere tipo più che sugli aspetti originali dell’opera.
Il film si lascia scoprire come un vero e proprio messaggio di pensiero, frutto di una sorta di meditazione dei concetti di male e di bene che, grazie all’intelligenza esplosiva di alcuni dialoghi tra Frank Horrigan (Clint Eastwood) e Booth (John Malkovich),  allarga le loro definizioni convenzionali, i confini del loro senso, collocandoli in una dimensione nuova, più analitica, del tutto credibile.
Il film oltre a fare spettacolo esibisce, attraverso l’ingegno dei dialoghi, una carta a sorpresa, inaspettata, dai toni raffigurativi un po’ teatrali ma efficaci, una sorta di jolly che fa vincere il film anche nei confronti della critica più severa.
E’ una carta jolly di idee ben configurate, costituite da pensieri risolutamente critici verso certi valori simbolici radicati nel sociale americano, visti dai più come qualità spirituali indiscutibili ma che il film condanna, mostrandone l’ipocrisia di fondo.
Valutazioni che in qualche modo  scagionano lo psicopatico omicida Booth dall’accusa di pazzo furioso, di personaggio negativo del tutto irrazionale, dandogli un’identità  precisa, comprensibile, che spiega la logica dl suo comportamento, pur tra il movimento caotico, oscuro delle sue imprevedibili emozioni  rese psicopatiche dal tipo di esistenza vissuta, dalla sua lucida e tragica esperienza del mondo.
Un sentimento chiaro matura via via  dai gesti efferati di Booth, portando per un attimo lo spettatore a identificarsi con una realtà umana altra, a lui estranea, ma comprensibile, percepita come funesta per via di scelte che hanno influenzato la vita di Booth, come le sue esperienze vissute nella  C.I.A. dove l’uomo ha incontrato violentemente l’ingiustizia istituzionale del potere, il mancato  rispetto dei diritti umani essenziali, la filosofia aberrante dei fini che giustificano i mezzi, la ragion di stato al di sopra di tutto che insegna a non amare né a rispettare il prossimo ma ad adorare un feticcio volgare come è il potere che procura  soldi e sicurezze travalicando ogni bisogno umano di regole certe.

Nel centro del mirino è anche un ottimo film d’azione e di buona psicologia narrativa, spettacolare quanto basta, critico su un costume di vita che Petersen (La tempesta perfetta, Troy, La storia infinita) ci presenta in modo disincantato e freddo evidenziando i miti e le delusioni degli inizi degli anni ’90, presenti nell’interminabile sogno americano, recuperato, riattivato, riacquisito continuamente, pur tra qualche critica, dalla vitalità e dall’entusiasmo delle nuove generazioni.
Una pellicola quella di Petersen tutt’altro che prevedibile nei suoi sviluppi narrativi, dai giochi thriller talmente ben affilati da riuscire a fare a meno dell’affabulazione più grossolana, dove il topo (Clint Eastwod) e il gatto (Jhon Malcovich) giocano sempre alla pari,  invertendosi spesso di ruolo, facendo da specchio alla complessità del sociale americano, a quella collettività moderna e organizzata in forme di democrazia credibili ma talmente composita, eterogenea, malata di protagonismo, da creare in molti cittadini, particolarmente in quelli più sensibili e restii a precipitare nel cinismo qualunquistico, insicurezze, paure, tormenti esistenziali di ogni tipo.

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