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Soo
Titolo originale: Soo
Corea: 2007. Regia di: Choi Yang-Il Genere: Azione Durata: 122'
Interpreti: Ji Jin-Hee, Kang Seong-Yeon, Moon Seong-Geun, Lee Ki-Young, Oh Man-Seok,
Jo Kyeong-Hwan, Choi Doek-Moon, Yang Yeong-Jo, Kim Joon-Bae, Lee Jae-Goo, Kim Yeong-Ok
Sito web:
Voto: 7
Recensione di: Nicola Picchi
Recentemente arrivano dall’Asia numerosi film strutturati attorno al tema dei gemelli (il bruttissimo Alone, il letargico The evil twin), perlopiù declinato in chiave horror. Lo affronta invece con tutti i crismi del più classico revenge movie il regista nippo-coreano Choi Yang-Il, già autore del notevole Blood and Bones, in questo “Soo” (che in coreano significa acqua). Solitamente il tema dei gemelli è collegato a quello del doppio ed alla codificata quanto ovvia dicotomia bene/male, ma in questo caso i confini sono più sfumati: Tae-Soo è un killer professionista mentre il fratello Tae-Jin è un detective della Squadra Omicidi, ma questo non contribuisce a renderli due caratteri antagonisti. Dopo 19 anni di separazione, durante i quali i due non hanno smesso di cercarsi, una telefonata misteriosa rivela a Tae-Soo dove incontrare Tae-Jin ma, prima che i due riescano a parlarsi, Tae-Jin viene ucciso. Tae-Soo prima ne conserva il cadavere nella vasca da bagno poi, vista la decomposizione imminente, è costretto a liberarsi del corpo e a seppellirlo. Pieno di rabbia e di dolore decide allora di sostituirsi a lui infiltrandosi nella Polizia, per scoprire gli assassini del fratello e vendicarne la morte. Contemporaneamente gli assassini di Tae-Jin, convinti di aver lasciato il lavoro a metà, si daranno da fare per eliminarlo.
Come si vede la scelta del tema è piuttosto strumentale al dipanarsi della trama, e serve più che altro come pretesto di partenza. Choi Yang-Il filma con nitidezza iperrealista, senza grossi lampi di genio ma con robusto professionismo, affidandosi ad una fotografia desaturata, quasi virata in seppia nei numerosi flasback che rievocano l’infanzia dei due fratelli, e costruendo un’atmosfera cupa e nostalgica, a volte addirittura elegiaca. Ji Jin-Hee dipinge Tae-Soo come un killer freddo e spietato, esattamente come siamo abituati a vederli rappresentati al cinema, ma il regista si affranca presto dallo stereotipo filmando il breve incontro tra i gemelli come un incontro tra due innamorati, dato che tutto il mondo emozionale di Tae-Soo è intimamente legato alla memoria del fratello e ai suoi ricordi infantili. Da questo varco improvviso s’insinua il melodramma, che tanto piace ai coreani e tanto spiazza lo spettatore occidentale. Vale la pena di notare, aprendo una digressione, come nel cinema coreano la propensione per il melodramma più viscerale sia riservata esclusivamente ai film d’azione e ai noir, mentre nelle opere che si occupano della vita quotidiana e dei rapporti interpersonali si preferisca ricorrere ad un stile più distaccato, gelido e straniante. Ma dove Soo tocca il suo apice è nella rappresentazione della violenza, tanto che in Corea il film è passato più volte al vaglio della censura subendo numerosi tagli.
Ci sono molti modi di rappresentare la violenza nel cinema asiatico contemporaneo: epica, iperbolica ed intrisa di pathos in John Woo; piena di humour nero in Park Chan-Wook; rarefatta e stilizzata in Johnnie To (simpaticamente ribattezzato Jimmy dalla Aspesi in un recente articolo); sovversiva e splatter in Miike; ellittica e fuoricampo in Kurosawa Kiyoshi; spiazzante e volta a prendere in contropiede lo spettatore come in Kitano; sublimata ed incorporea in Tsukamoto; didascalica ed enfatizzata in Ishii. Choi Yang-Il la osserva invece con distacco da entomologo, scegliendo la strada dell’estremo realismo e della brutalità. Gli ultimi 40 minuti di film sono un tour de force quasi insostenibile, dove si utilizzano al meglio mazze da baseball, pistole, coltelli e katane, mentre, tra rantoli e grida di dolore, dai corpi martoriati sprizzano geyser di sangue, nel probabile tentativo di definire un nuovo standard per il genere alzando il livello di guardia.
La vendetta porterà il killer a ricongiungersi con il fratello nella morte, mentre Choi Yang-Il inquadra il simbolo del personale paradiso perduto di Tae-Soo, un bidone di metallo pieno d’acqua (Soo) dove galleggia un azzurro pesce di plastica. In conclusione, non certo un capolavoro ma un’ottima produzione di medio livello, materiale di cui, dalle nostre parti, si sono perse le tracce.
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