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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 02 luglio 2013

Titolo: Switch
Titolo originale: Fuchun shanju tu
Cina, Hong Kong: 2013. Regia di: Jay Sun Genere: Azione Durata: 112'
Interpreti: Andy Lau, Lin Chi-ling, Zhang Jingchu, Tong Dawei, Siqin Gaowa, Shi Tiangqi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal:
Voto: 4
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Shanzhai
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switch_leggero.pngNel libro “La Cina in dieci parole”, Yu Hua dedica un intero capitolo a illustrare il concetto di “shanzhai”. Il termine è stato reso in italiano come “taroccato”, se non fosse che nella nostra lingua la parola ha un’accezione esclusivamente negativa.
Invece possiamo definire “shanzai” tutto ciò che è falsificazione, imitazione, parodia, un fenomeno tutto cinese che Yu Hua interpreta come una rivoluzione farsesca e anarchica contro l’ortodossia. Insomma, “shanzhai” è bello.

“Shanzhai” è anche la prima parola che balza alla mente guardando “Switch”, tardivo debutto alla regia del produttore cinematografico Jay Sun.
Con un budget di 26 milioni di dollari e un cast “all-star” di attori cinesi, taiwanesi e hongkonghesi, “Switch” ambirebbe nelle intenzioni al blockbuster panasiatico, ma resterà negli annali solamente per essere l’apoteosi dello “shanzhai”.

Jay Sun si premura infatti di “taroccare” un po’ di tutto, dal cinema di Bollywood a “Mission: Impossible”, dalla serie di James Bond fino alle produzioni più raffazzonate di Wong Jing, che però in confronto a lui sembra quasi Peter Chan. Il tutto con sublime incoscienza, infischiandosene della sua sceneggiatura che ha più buchi di un colabrodo, dei twist illogici, dell’abuso di morti simulate, degli inconcepibili errori di montaggio, dei cambi arbitrari di scenografia da una sequenza all’altra. No, a lui interessa unicamente farci vedere Andy Lau che, nelle vesti dell’agente segreto Xiao Jinhan, si getta dai grattacieli di Dubai come Tom Cruise in “Protocollo Fantasma”, atteggiandosi a seduttore con la bellissima doppiogiochista Lisa, mentre sgrana battute quali “Il mio cuore è occupato, ma il mio corpo accetta ancora prenotazioni”. Andy guida inoltre un numero impressionante di Audi decappottabili e, soprattutto, è l’unico attore sulla piazza in grado di indossare con nonchalance agghiaccianti smoking coi lustrini o giacche a pois.

In effetti il regista sembra aver rivolto la sua attenzione più ai costumi e alle scenografie che alla sceneggiatura, che verte intorno al recupero delle due metà di un prezioso dipinto risalente ai tempi della dinastia Yuan, per non parlare poi della regia propriamente detta, che esula con tutta evidenza dalle sue competenze. Basti notare l’attenzione riservata alle guardie del corpo del “villain” Yamamoto Toshio: ragazze mozzafiato alla “Naked Weapon”, che combattono vestite da ninja, in abito da sposa, in tailleur bianco con gonnellina coi volant, sui rollerblades con vezzose minigonne argentate; oppure sono abbigliate da cow-girls molto “leather”, da spiriti dell’oltretomba, e persino incellofanate con il codice a barre sul posteriore.
Ugualmente dissennate appaiono le scenografie, che riciclano in versione “shanzhai” lo spremiagrumi di Philiph Stark o il teschio di diamanti di Damien Hirsch, per tacere della casa alla Caligari di Xiao Jinhan e soprattutto della biblioteca del palazzo di Yamamoto, che sarebbe stata scartata da un progettista appena assunto all’IKEA, e del suo assurdo trono in stile manga a forma di pipistrello (questi giapponesi…).
E’ insomma il trionfo del trovarobato, dell’estetica “cheap” da ristorante turistico, del supermercato cinese tra la via Emilia e Beijing, aggravato da una fotografia che abusa di luci fluorescenti come fossimo in un film di Hong Kong degli anni ’80 (o in “Spring Breakers” di Harmony Korine).

Ma “Switch” è anche il trionfo dello sciovinismo più virulento, e l’evidente razzismo è rivolto non solo contro i nipponici, com’è ovvio, ma anche contro gli inglesi. Gli occidentali, che sembrano raccattati in qualche discarica per comparse sovrappeso, sono tutti arroganti maiali che trascorrono il tempo palpeggiando fanciulle di incerta virtù, ma poi si fanno sfilare sotto il naso le due metà del dipinto dagli astuti cinesi, che siamo i sicari dell’Imperatrice, vedovile Fu Manchu in gonnella, o lo stesso Jinhan. Yamamoto Toshio è invece un “villain” da manuale, talmente malvagio da infilare il gatto nella gabbia dei canarini e da arredare il suo palazzo imperiale (sic…) con teschietti decorativi. In un esilarante flashback ci viene inoltre spiegato che l’edipico, piccolo Toshio uccise la madre appiccando il fuoco alla casa, non appena si rese conto che lei tradiva il babbo defunto.
Da allora lo sventurato trova conforto solo nel sesso fetish praticato con la riluttante Lisa, somigliantissima alla mamma morta.

Come in ogni presunto blockbuster, l’azione si sposta dagli alberghi extralusso di Dubai alle dune del deserto, da Hong Kong a Taipei, da Hangzhou al Giappone, riconoscibilissimo perché Jay Sun si preoccupa di inquadrare sempre il monte Fuji, e non manca un intermezzo bucolico in un villaggio cinese.
Peccato che le voragini di sceneggiatura siano tante e tali, che i convulsi cambi di location riescano a rivestire ben misero interesse. Fra una maschera di gomma alla Ethan Hunt e un messaggio del suo capo “F”, Jinhan troverà anche il tempo di imbastire un mezzo flirt con Lisa, ma alla fine avranno la meglio il moralismo cinese e la fedeltà alla moglie Lin Yuyan.

Gli unici a cavarsela con dignità sono gli attori, da Andy Lau, che peraltro si è pubblicamente scusato per “Switch” durante la presentazione di “Blind Detective”, alla modella taiwanese Lin Chi-ling (Red Cliff), fino a Zhang Jingchu (Aftershock, Lacuna) e a Tong Dawei (The Flowers of War), visibilmente scatenato nel ruolo di Yamamoto Toshio. Tutto questo non esclude che con “Switch” ci si possa anche divertire, e parecchio, se lo si prende con il giusto spirito.
E resta il dubbio che, se fosse stato realizzato in maniera consapevole, avrebbe potuto diventare l’ “Agente Lemmy Caution, Missione Alphaville” in versione “camp” della Repubblica Popolare Cinese.

 
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