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Scritto da Dario Carta   
mercoledì 27 luglio 2011

Tekken
Titolo originale: Tekken
USA, Giappone: 2010. Regia di: Dwight H. Little Genere: Azione Durata: 92'
Interpreti: Jon Foo, Kelly Overton, Cary-Hiroyuki Tagawa, Ian Anthony Dale, Cung Le, Darrin Dewitt Henson, Luke Goss, Mircea Monroe, Tamlyn Tomita, Candice Hillebrand, Marian Zapico, Gary Daniels
Sito web ufficiale: wwws.warnerbros.co.jp/tekken
Sito web italiano: www.m2pictures.it/tekken
Nelle sale dal: 05/08/2011
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Trito
Scarica il Pressbook del film
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tekkenNon è necessaria un’analisi storiografica dei film di cassetta per tracciare la mappa del cinema dell’opportunismo,il risvolto obliquo dello spettacolo a perdere,con la maschera fasulla di una fascinazione insulsa e posticcia.
Il ricorso alle fonti alternative della fantasia,l’eleganza dell’illustrazione – vera parentesi letteraria – e l’avanguardismo del gioco digitale,oggi confine dell’immaginazione,è il segnale di una sobrietà e di uno smalto linguistico che oggi difettano nel cinema,classificandolo come mezzo di comunicazione in grave difficoltà.

Le trasposizioni sullo schermo dei giochi virtuali sono il sintomo della declassazione verticale di cui il cinema come veicolo sociale resta inevitabile vittima,a beneficio del consumismo mercataro. La saga dei “Resident Evil”,”Mortal Kombat”,”Doom” e “Tomb Raider”,sopravvivono al delirio devastante degli improperi su celluloide che si sprecano sui banchi di un cinema senza forma,offrendo nullità in termini di trama,dialoghi,recitazione e sceneggiatura,al cambio del prezzo al botteghino,quando questo possa anticipare l’eventuale edizione homevideo.

“Tekken” appartiene alla categoria dei prodotti dell’ignavia. Diretto da Dwight Little ed ispirato alla serie degli omonimi videogame,il film non è cinema,non è gioco,non è anime,non è dialettica, e non è neppure immagine. Passato sugli schermi USA nel 2009 nel tentativo di trovare una distribuzione sul territorio,”Tekken” rimbalza nelle sale giapponesi l’anno successivo,con una première tenuta a Manila subito dopo.
La distribuzione nelle sale americane non verrà mai promossa e il film sarà subito riposto sugli scaffali delle vendite domestiche. L’Italia ha concesso il visto d’entrata quest’anno.

Povero in tutto,il lavoro si auto elogia con gli specchietti dei giochi di luci ed ombre,ambiziosi riflessi opachi di un’indigenza che pervade ogni fotogramma della pellicola. Nel 2039 il mondo è prodotto del caos. Dopo una “guerra del terrore”,caduto ogni governo,le multinazionali,conosciute come “Iron Fist”,prendono il controllo e combattono per quello che rimane dell’umanità.
Tra le otto rimaste,il territorio americano soccombe sotto il predominio della più potente delle corporazioni,la “Tekken”, comandata da Heihachi Mishima (Cary-Hiroyuki Tagawa).
Una volta all’anno viene indetto un torneo,l’Iron Fist,il cui trofeo è la vita:o si muore o si uccide. Alla periferia di Tekken,nella baraccopoli di Anvil,Jim Kazama (Jon Foo),vive con la madre Jun (Tamlyn Tomita),che lo ha allenato al combattimento fin dall’infanzia e tira a campare con piccoli stratagemmi che gli consentono di portare a casa il necessario per sopravvivere.
Jin non nutre interesse per l’Iron Fist,ma quando la Tekken provoca la morte della madre,il ragazzo decide di partecipare al torneo per avere la sua vendetta.
Il controllo della gara e dell’intera organizzazione ,in realtà,non è di Heihachi,che Jin ritiene responsabile della morte della madre,ma sembra passare a suo figlio,il perverso Kazuya (Ian Antony Dale),che,contro la volontà del padre ambisce al potere supremo. Sul ring del contest inizia per Jin un viaggio che,attraverso la competizione e il sacrificio,lo porterà alla conoscenza di una verità terribile,ma anche al proprio riscatto.

Il film è un pedissequo ricorso agli stereotipi dell’immaginario virtuale,un prolisso omaggio ai più imbarazzanti luoghi comuni visitati a noia dal cinema della fantascienza e dell’azione di seconda serata. Nello sconcertante tentativo di un’estrazione concettuale,il regista filtra attraverso immagini di rara banalità gli elementi di cui si serve per l’impianto narrativo.
Ne deriva che l’ambientazione è per dovere scura e gravida di ombre,lo scenario urbano è tracciato dai lampi di cromatismi saturati e neon,l’atmosfera è inquietata dalla minaccia dell’abusato senso di un futuro dark e apocalittico e l’umanità è fratturata nel dogmatismo duale dei solo buoni e solo cattivi.

La struttura scenografica si impegna in uno sfacciato esercizio referenziale a titoli di ben altro spessore,da “Blade Runner” a “Total Recall”,con tanto di ricorso all’effetto voce fuori campo. In termini d’impatto visivo,il film si risolve in una ridda di scontri sul ring,una danza di Sambo,Caponeira,Zipota,Kempo,con corse in Parkour su palcoscenici in green screen. Non occorre parlare di livello empatico dei protagonisti. La fretta dell’offerta di un prodotto senza ingredienti non lascia spazi agli aspetti caratteriali o indagini interiori delle figure iperattive nel loro sfoggio di eleganza coreografica.
La relazione fra Jin e la madre,il suo rapporto con Christie (Kelly Overtone),la compagna che il ragazzo incontra al torneo,il confronto emotivo con Heihachi e Kazuya,le rivelazioni e i segreti,sono tutti elementi che restano senza sviluppo e confinati nell’ombra di un lavoro inerte,che non è “Karate Kid”, non è “Operazione Drago”,non è “Rocky” e giace senza vita nel limbo di un cinema senza parole,dove lo spettacolo non ha né aspirazioni nè contenuti,come una muta manifestazione priva della possibilità di ogni dignitoso aspetto percettivo.

 
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