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The Last Tycoon PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 25 marzo 2013

Titolo: The Last Tycoon
Titolo originale: Da Shanghai
Cina, Hong Kong: 2012. Regia di: Wong Jing Genere: Azione Durata: 118'
Interpreti: Chow Yun-fat, Huang Xiaoming, Sammo Hung, Francis Ng, Yolanda Yuan, Monica Mok, Joyce Feng, Kinny Tong, Yuan Li, Xin Boqing, Hugh Gao, Yasuaki Kurata, Zheng Zitong, Miracle Qi, Han Zhi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Nostalgico
Scarica il Pressbook del film
The Last Tycoon su Facebook

the_last_tycoon_leggero.pngDate una leva a Wong Jing, e vi solleverà il mondo. Il prolifico regista e produttore hongkonghese, vero e proprio poligrafo della settima arte, inonda il mercato da trent’anni con decine di produzioni una via l’altra, il cui fine principale è quello di passare all’incasso.
In genere si tratta di improponibili scorribande tra i generi, dai recenti “Future X-Cops” e “Naked Soldier”alle serie dei “Kung Fu Mahjong” o dei “God of Gamblers”, realizzate in tempi brevissimi e con un budget limitato. Questa volta, grazie a sostanziosi capitali cinesi e alla produzione di Andrew Lau, Wong Jing firma in maniera del tutto inaspettata una delle sue opere migliori.
“The Last Tycoon” è infatti un balsamo per tutti gli appassionati del cinema dell’ex colonia britannica, in particolare degli “heroic bloodshed” degli anni ’90. Considerando che il 2012 è stata un’annata alquanto magra per il cinema di Hong Kong, risulta paradossale che ci sia più vitalità in un abile artigiano come Wong Jing che in autori più blasonati e coccolati dalla critica.

“The Last Tycoon” ricostruisce efficacemente l’atmosfera di quella che era denominata la “Parigi d’Oriente”, coacervo di spie, gangster, truffatori e prostitute, e ha l’astuzia di tirare in ballo personaggi realmente esistiti, sia pure edulcorati ai fini dell’intreccio. Il protagonista Cheng Daqi è modellato su Du Yuesheng, “padrino” delle triadi di Shanghai, monopolista del traffico d’oppio e acceso sostenitore del regime neofascista di Chiang Kai-shek.
Furono proprio i suoi uomini a scatenare il massacro di operai dell’aprile del 1927 che spazzò via i simpatizzanti comunisti dalla città, impresa per la quale Du fu definito “ben noto filantropo” dai giornali del Kuomintang. Il boss Hong Shouting è invece ispirato a Huang Jinrong, che fu detective della polizia giudiziaria della Concessione Francese, nonchè trafficante di oppio e gestore di bordelli. Per concludere in bellezza, l’ambiguo Mao Zai allude a Dai Li, capo delle famigerate Camicie Azzurre, la Gestapo del KMT.

Alcuni episodi della biografia di Du e Huang sono fedelmente riportati nel film, come l’appoggio dato a Du dalla moglie di Huang, il salvataggio di Huang dalle grinfie di un ufficiale di cui aveva malmenato il figlio, o il dono dell’aeroplano al Kuomintang per combattere i giapponesi, anche se nella realtà storica quell’aereo fu utilizzato per trasportare oppio.
Non è necessario conoscere tutto questo per assaporare il film come merita, anche perchè, come diceva John Ford, “When the legend becomes fact, print the legend!”.

Il Cheng Daqi della finzione cinematografica sembra più uno scaltro uomo d’affari che non un gangster, di specchiata moralità e persino intriso di patriottismo. D’altronde come potrebbe un’icona come Chow Yun-fat interpretare un personaggio meno che immacolato? “The Last Tycoon” è un vero e proprio calderone di stilemi codificati, rivisitati con l’amore un po’ nostalgico che si può nutrire per una tipologia di cinema in via d’estinzione.
La sceneggiatura di Wong Jing,  Manfred Wong e Philip Lui Koon-Nam, strutturata su ricorrenti flashback in cui ci viene mostrata l’ascesa di Cheng da piccolo gangster di Chuansha a “padrino” di Shanghai, tira in ballo persino il buon vecchio Michael Curtiz. Il triangolo tra Cheng, ora gestore di un lussuoso nightclub, il suo antico amore Ye Zhiqiu, divenuta una stella dell’Opera di Pechino, e il di lei marito, membro clandestino del partito comunista, è un palese omaggio a “Casablanca”.
Ma è solo uno fra i tanti, dato che Wong Jing ragiona per accumulo e quindi non può mancare la sparatoria in chiesa alla John Woo o l’esplosivo showdown che ammicca a “Inglourious Basterds”, con in più un utilizzo alquanto creativo degli attrezzi di scena dell’Opera cinese.
Galvanizzato dal budget a disposizione (ma la strada inquadrata è sempre la stessa), il regista si concede persino alcune scene di massa con contorno di effetti speciali, come quella del devastante bombardamento giapponese del 1937.

Tre vecchie volpi come Chow Yun-fat, Sammo Hung e Francis Ng interpretano con raffinata “souplesse” spartiti conosciuti a memoria, e si mette in evidenza per intensità anche Huang Xiaoming (The Message, The Guillotines), il quale riproduce alla perfezione i manierismi recitativi di Chow Yun-fat, nel ruolo del giovane Cheng Daqi.
Molto buone anche le scene d’azione coreografate da Lee Tat-chiu, tra le quali si segnala una rissa da strada memore di un’analoga sequenza di “Gangs of New York”, e le sfarzose scenografie di Yee Chung-man.

“The Last Tycoon” non pretende di essere più di quello che è, grande cinema “popolare” realizzato con affetto e competenza.
E poi, vedere un attempato Chow Yun-fat in “changshan” bianco sfoggiare una mira infallibile come ai tempi di “A Better Tomorrow”, vale da solo il prezzo del biglietto.

 
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