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The Taking of Tiger Mountain PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 14 aprile 2015

Titolo: The Taking of Tiger Mountain
Titolo originale: Zhi qu Weihushan
Cina, Hong Kong: 2014. Regia di: Tsui Hark Genere: Azione Durata: 142'
Interpreti: Zhang Hanyu, Tony Leung Ka-fai, Lin Gengxin, Yu Nan, Tong Liya, Su Yueming, Han Geng, Chen Xiao, Gui Yiheng
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito Anteprima Far East 2015
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Guerrigliero
Scarica il Pressbook del film
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the_taking_of_tiger_mountain_leggero.pngNella Manciuria del 1946, alcuni soldati dell'Armata popolare di liberazione guidati dal capitano Shao Jianbo, si battono contro i banditi di Hawk, un signore della guerra che terrorizza gli abitanti del piccolo borgo di Leather Creek. Hawk, colluso con i nazionalisti del KMT, è trincerato in un'imprendibile fortezza, ed è alla ricerca di tre preziose mappe, che mostrano la posizione degli arsenali nipponici e di un cospicuo tesoro.
Yang Zirong, venuto in possesso di una delle mappe, ha allora l'idea di infiltrarsi nella sua banda.

"Taking Tiger Mountain by Strategy" fu una delle otto opere modello (yangbanxi) autorizzate da Jian Qing, la moglie di Mao, durante il decennio della Rivoluzione culturale.
L'Opera di Pechino dovette infatti sbarazzarsi del vecchiume feudale e borghese, trucidando (simbolicamente) imperatori, generali e concubine, per lasciare spazio alla lotta di classe e al Sol dell'Avvenire, magnificando le eroiche imprese dell'Armata popolare di liberazione.
Negli anni tra il 1966 e il 1976, agli spettatori cinesi era permesso assistere solamente alle opere rivoluzionarie modello, oppure rivolgersi ai loro adattamenti cinematografici.
Come annotò Zhai Jiannong nel suo libro sul cinema della Rivoluzione culturale, si trattò di una sorta di "arte religiosa", in cui il cinema veniva a sostituire la chiesa: "il film era la bibbia, gli eroi svolgevano le funzioni dei preti, gli spettatori erano i fedeli."

Tratta dal libro parzialmente autobiografico "Tracks in the Snowy Forest" (Lin hai xue yuan) di Qu Bo, l'opera "Taking Tiger Mountain by Strategy" fu una delle prime a essere trasposta per il grande schermo dal regista Xie Tieli, nel 1970. E sono proprio le immagini di quella versione cinematografica a dare il "la" a questo remake di Tsui Hark, il quale ritrova finalmente il senno dopo aver girato con la mano sinistra il deludente "Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon" (2013).

Nel 1997 il videoartista Feng Mengbo realizzò "Taking Mount Doom by Strategy" inserendo i personaggi dell'opera nel videogioco "Doom". Tsui Hark si comporta in maniera analoga, inventando una cornice nella quale il giovane Jimmy, il quale si trova a New York ed è in procinto di trasferirsi per lavoro nella Silicon Valley, assiste casualmente a una sequenza del film di Xie Tieli mentre si diverte con gli amici in un locale di karaoke.
Di qui prende l'abbrivo la sua reinvenzione dell'opera originale, immaginata e/o sognata come potrebbe ripensarla un adolescente contemporaneo.

Ma Tsui Hark è un artista troppo smaliziato per limitarsi a infondere adrenalina in 3D in un testo pensato per l'edificazione delle masse proletarie. Malgrado l'assodata maestria con cui il regista dirige le scene d'azione, e basti per tutte la lunga sequenza dell'assalto dei banditi a Leather Creek, "The Taking of Tiger Mountain" (senza "Strategy") non si limita ad aggiornare un interessante reperto archeologico a beneficio del pubblico dei multiplex, ma intrattiene con esso un intenso rapporto dialettico, un affettuoso dialogo a distanza. Non appena Yang Zirong arriva a Leather Creek con l'infermiera Bai, una sorta di angelo maoista, si fanno più espliciti i richiami all'Opera di Pechino, a partire dall'ombretto e dal trucco pesante di Zhang Hanyu. Il suo scontro con una malmostosa tigre in CGI ne sancisce lo statuto di eroe guerriero (jing), mentre gli echi operistici si fanno sempre più pressanti, come nella celeberrima scena dell'incontro tra Yang Zirong e Hawk, che ripropone con minime varianti quella del film del 1970.

Il tutto, sia ben chiaro, ravvivato dalle irresistibili eccentricità del regista hongkonghese, il quale abbandona ben presto il McGuffin della mappa del tesoro di Chang Hsueh-liang, per lasciare campo libero a un gioco delle parti d'impronta smaccatamente teatrale, che vede coinvolti Yang Zirong, Hawk (un irriconoscibile Tony Leung Ka-Fai) e la bella Qingliang, con cui il bandito intrattiene un rapporto bizzarramente sadomasochista.
E se la fortezza di Hawk sembra Mordor, e i suoi banditi delle comparse di "Mad Max" che abbiano trafugato un intero arsenale di mascara, rimmel e rossetti, la cosa più curiosa del film è il finale alternativo. Jimmy, deluso da una conclusione alquanto prosaica, ne immagina infatti una assai più eroica e hollywoodiana, alla Spielberg, che sembra dovesse costituire il vero finale del film prima dell'intervento della censura di Pechino.

Nell'epilogo, si assiste invece a un peana nazionalista che evidenzia i progressi compiuti dalla Cina negli ultimi 60 anni: grazie ai nostri nonni, questo il sottotesto, i quali arrancavano senza cibo tra le nevi della Manciuria, oggi possiamo permetterci di mandare i nostri figli a lavorare in America, nella Silicon Valley. Il che è anche vero ma tale glorificazione, fatta da un regista che firmò un capolavoro radicale e “politico” come "Dangerous Encounter - 1st Kind" (1980), ha un po' il sapore di una presa per i fondelli.

 
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