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Valutazione utente: / 21
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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 25 maggio 2010

Valhalla Rising
Titolo originale: Valhalla Rising
Danimarca: 2009 Regia di: Nicolas Winding Refn Genere: Azione Durata: 90'
Interpreti: Mads Mikkelsen, Maarten Stevenson, Gordon Brown, Andrew Flanagan, Gary Lewis, Gary McCormack, Alexander Morton
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 4,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Velleitario

Valhalla RisingC’è del marcio in Danimarca, nel caso specifico in “Valhalla Rising”, ultima opera di Nicolas Winding Refn, caso da manuale di ambizione malriposta abbinata ad un’abissale vacuità espressiva.
Risultano pertanto inspiegabili i lamenti che si levano un po’ da tutta la rete per la presunta sottovalutazione critica patita in Italia dal regista danese, che già ci rallegrò in passato con “Bronson” e con la riuscita trilogia di “Pusher”.
Questa volta Winding Refn sceglie numi tutelari un po’ troppo elevati per le sue ridotte possibilità. I modelli sono alti, anche troppo, e tutti regolarmente disattesi. Non è sufficiente tirare in ballo Werner Herzog, Tarkovskij o “Apocalypse Now” per garantirsi la medesima riuscita delle opere di riferimento, né serve ambire al metafisico o al simbolico (s’immagina rigorosamente scritti in maiuscolo) se poi si rimane impantanati in una sterile supponenza.

“Valhalla Rising” è diviso in sei capitoli dalle pompose denominazioni, ed è palese che ironia e senso del ridicolo siano del tutto assenti dai nebulosi orizzonti di Winding Refn. Ma esaminiamo con ordine che cosa offre la casa.
Nel primo capitolo (Wrath) facciamo conoscenza con il protagonista, che, fatto schiavo da una tribù vichinga, è costretto a battersi all’ultimo sangue con i suoi omologhi per rallegrare gli astanti. Dato che la tribù è composta da quattro gatti e un bambino (neanche l’ombra di una donna) e che per le brumose colline nordiche (ma è la Scozia) non s’intravede anima viva, i passatempi devono essere infatti assai scarsi. C’è da chiedersi, semmai, dove la suddetta tribù si procuri i prigionieri, ma su questo il regista preferisce glissare.
Il protagonista, oltre a non proferire parola, è orbo. Sarà forse un riferimento a Odino/Wotan e alla mitologia nordica, ci si interroga, dato anche il titolo del film? Ma il regista ha trascurato di ripassare il suo Dumézil, e si scopre che intendeva invece riferirsi allo Jena Plissken di “Fuga da New York”.

Nel secondo capitolo (Silent Warrior) lo schiavo si libera dai ceppi, sbudella con gusto i suoi carcerieri e, seguito dal bambino, si imbatte in un gruppo di cavalieri cristiani i quali, oltre a massacrare i locali per sventolare il vessillo del loro Dio, cosa mai passata di moda, invitano il guerriero ad unirsi a loro per raggiungere Gerusalemme e liberare la Terra Santa. L’unica nota positiva è che l’uomo guadagna un nome, One-Eye, affibbiatogli dal bambino. Nel capitolo successivo (Men of God), il regista soccombe ad un’epifania di qualche tipo e decide di buttarla sul lisergico-psichedelico, memore dell’odissea di Dave Bowman verso Giove. E allora, forte di una scenografia volutamente irrealistica, si sbizzarisce con subliminali inquadrature virate in rosso, mentre la medievale Nave dei Folli langue immobile per la bonaccia.
Dopo alcune farneticazioni di second’ordine, la barchetta approda, non si sa come, nelle Americhe (ma è sempre la Scozia). Senza troppa immaginazione, interamente riversata nell’impegnativa sceneggiatura, il quarto capitolo è intitolato infatti “The Holy Land”. Appena sbarcati, uno dei crociati s’inoltra nella foresta per convertire i nativi. In seguito, una freccia abbatte uno dei cavalieri mentre la barca naviga sulle acque di un fiume, come in un “Aguirre Furore di Dio” dei poveri, e il gruppetto si avvede di aver sbagliato rotta di qualche migliaio di chilometri. Dopo una pseudo comunione effettuata con una bevanda imprecisata, probabilmente a base di peyote, ognuno dà di matto.
Nel penultimo capitolo (Hell) l’uomo riappare, nudo e con il corpo coperto di terra. Andato per convertire, è tornato convertito, un po’ come l’innaffiatore innaffiato dei Lumière, sostenendo di poter leggere i pensieri di One-Eye e accusandolo di volerli condurre verso la morte. I presunti portatori della parola di Dio soccombono alla follia e al caos, massacrandosi gli uni con gli altri o tentando di uccidere One-Eye. Nel quinto capitolo (The Sacrifice), One-Eye, il bambino e due superstiti si allontanano fino a raggiungere una scogliera. Qui vengono circondati da alcuni aborigeni maldisposti che, incuranti dell’insistita artisticità dei contrasti cromatici e dei controluce, massacrano il protagonista a colpi di mazza, risparmiando il bambino.
Nell’ultima inquadratura One-Eye (forse) risorge, ma stavolta è orbato dell’altro occhio.

Questo pretenzioso vaniloquio ricicla senza pudore scampoli di autori ben più dotati di Nicolas Winding Refn. Immaginate un Herzog senza il titanismo “Sturm und Drang” dei suoi eroi o la sua corrusca sensibilità nel filmare la natura, un Terrence Malick svuotato di senso, “Stalker” senza la densità tematica e la scabra poesia di Tarkovskij, “Apocalypse Now” senza “Cuore di Tenebra”, e avrete un assaggio dell’interesse rivestito da “Valhalla Rising”.
La figura di One-Eye coagula suggestioni diverse senza costrutto; la parziale cecità è segno ingombrante, sia in senso psicanalitico che antropologico, ma l’autore non sembra interessato ad approfondire il concetto, preferendo mettere in scena il suo onanistico viaggio nell’inconscio o, come si diceva nella fantascienza degli anni ’70, nello “spazio interno”.
Winding Refn scopre che la fede ottunde le coscienze e che la creazione artistica si origina da un atto di violenza (sai che novità), e mette in pratica quanto teorizzato infliggendo violentemente questo film allo spettatore.
Non che questo significhi che l’autore sia un cattivo regista, tutt’altro, solo accecato (come One-Eye) da un mix composto in parti uguali da autoindulgenza e presunzione.
Il protagonista Mads Mikkelsen (Casino Royale) è adeguatamente monolitico, mentre la colonna sonora tritura echi dei Popol Vuh e dell’elettronica di un trentennio fa. Incomprensibile la considerazione riservata a Winding Refn, quando più meritevoli danesi quali Simon Staho o Ole Bornedal rimangono nell’ombra. Nella certezza che molti grideranno al capolavoro, si suggerisce per contrappasso una visione di “Erik il Vichingo”.

 

Commenti 

 
0 #1 Andrea 2011-12-14 22:28
non mi sembra tu abbia capito molto del film, l'autoindulgenza e la presunzione trasudano dal tuo scritto sai. liquidi una scena stupenda (a mio avviso ovviamente) con un "dove ognuno dà di matto" che sembra scritto da un 15 enne ... ma vergognati
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