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Belushi Blues. Storia di un giocatore di football che ha fatto sorridere l’america PDF Stampa E-mail
Scritto da Ciro Andreotti   
venerdì 13 marzo 2015

Belushi Blues. Storia di un giocatore di football che ha fatto sorridere l’america

"Non è stata colpa mia ... lo giuro su Dio"

Primi giorni di marzo. L’inverno sta per dare spazio all’inizio della primavera. Un uomo visibilmente sovrappeso si accomoda nel cuore di un bungalow situato nei pressi di Hollywood. Debitamente pieno di scotch l’uomo non riesce a dire no alla voce sinuosa che lo sta chiamando. La sua compagna del momento gli schiaffeggia il braccio destro e prepara la siringa.

johnbelushi_leggero.pngC’è un ragazzino che corre fra i fabbricati di Humboldt Park, fra i project alla periferia della windy City, ha l’accento albanese ed è irresistibile, sa fare ridere tutti, ha uno spiccato senso dell’umorismo e doti recitative che sin da quando aveva poco più di cinque anni lo spingono a numerose imitazioni.
A scuola ci sa fare indifferentemente con lo sport e con la musica; si perché il ragazzo gioca e bene a football e con la palla ovale potrebbe costruirsi una carriera facile e comoda quasi come un bel paio di guanti di seta.
Nel frattempo il ragazzino cresce di età ma non troppo di altezza e arriva il tempo del liceo, oltre al football alla musica alla passione per le imitazioni arriva anche quello per una compagna di corsi che non sfugge ai suoi occhi di adolescente dall’aspetto buffo e spesso scambiato erroneamente per italiano; la ragazza si chiama Judy e subito appoggia il ragazzo nella sua più grande passione, non il football, si la palla ovale nella mente di John, questo il suo nome, riveste ancora una grande importanza ma ormai lui pensa solo al palco; rifiuta occasioni che gli permetterebbero grazie allo sport di avere una carriera universitaria molto facile, in compenso diventa un’icona della scena teatrale di Chicago.
Lo Shawnee thetare, aperto quasi esclusivamente nel periodo estivo, diviene la sua seconda abitazione, qua John fa imitazioni, recita, sperimenta, crea le basi per alleanze artistiche future, si fa conoscere e nel frattempo studia, cambia due college  prima Wisconsin e poi Dupage dove si laureerà in materie artistiche così come Judy, che ormai vive con lui.

Il ragazzo tarchiato passeggia lungo un corridoio di un teatro di Toronto, è già una stella incontrastata del teatro d’improvvisazione, la sua imitazione di Joe Cocker mentre canta “With a Little Help” ha fatto ormai scuola; lungo quel corridoio sta camminando però anche un altro ragazzo: è alto, snello ed è canadese, proviene dal college e lavora come comico nei night e ha un passato quanto meno singolare da ex seminarista. Quando il tarchiato scoprirà che l’oblungo dal seminario non se n’è andato ma è stato espulso, scoppierà a ridere. È nata un’amicizia e qualche cosa di più: un sodalizio artistico.

Gli anni passano veloci. John in TV, è irresistibile, il sabato sera ride mezza America alle sue imitazioni e sketch: si finge giornalista, decatleta, gestore nipponico di ristoranti, cameriere, imita ancora Joe Cocker e qua e la canta anche travestito da ape, per la cronaca la metà del USA che non lo guarda si fa raccontare dall’altra i suoi sketch.

“… Non finisce proprio niente se non l'abbiamo deciso noi. È forse finita quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbour? Col cazzo …”

Un ragazzo sui 30 che sta avendo un buon successo come regista e molte idee per nuovi film  intravede in John il talento giusto per fare il protagonista di una sua pellicola. Il regista, anche lui si chiama John, ha l’idea di presentarlo come uno studente fuori corso dedito ad alcool e donne; anche in Europa giungono quindi le associazioni studentesche contraddistinte da acronimi a tre lettere dell’alfabeto greco e con loro per la prima volta si fa avanti la fama di questo ragazzo sovrappeso e talentuoso.

Nel frattempo l’amicizia con l’ex seminarista procede alla grande. I due si appassionano incredibilmente alla musica blues, fondano una band, cercando i migliori session-man presenti sul suolo americano, che vadano dal delta del Mississippi sino a Chicago; poi iniziano a esibirsi con una certa regolarità anche in concerto, che non dimentichiamocelo mai, John la musica ce l’ha sempre avuta nel sangue. Sapendo di chi stiamo parlando però non c’è molto da stare allegri, anzi no … c’è moltissimo, la scena di apertura dei concerti è solitamente questa due riff di chitarra, parte “Can't Turn You Loose” di Otis Redding, i due entrano in scena, uno piccolo, tarchiato; l’altro alto, snello, li accomuna sempre il medesimo abbigliamento che è un inno ai rappresentanti delle pompe funebri, poi lo snello porge la sua ventiquattrore al tarchiato che ne estrae … un’armonica a bocca.
A occhio immaginiamo che la scena vi ricordi qualche cosa.

Arriva la fine dei ‘70, per una carriera che va a gonfie vele c’è una vita che va a rotoli, i problemi di sovrappeso e droga la fanno ormai da padrone in un corpo martoriato anche se poco più che trentenne.
Le amicizie, la famiglia, non bastano per tenere sotto controllo la fame atavica di vita di cibo e autodistruzione di John. Nel frattempo sono ormai divenute otto le pellicole che lo hanno visto protagonista sul grande schermo e altre lo vedranno protagonista di li a breve, una nel ruolo di un acchiappa fantasmi e un'altra in quella di un homeless cui viene data per scommessa la possibilità di diventare improvvisamente ricco.

La ragazza che ha preparato l’ago e schiaffeggiato il braccio destro ha risucchiato nella siringa un mix di cocaina e eroina, in gergo la chiamano “palla veloce” (speedball) perché arriva a segno con rapidità e ti fa provare sensazione uniche.
John è steso, inerme, ubriaco; la ragazza è ubriaca anche lei ma fa centro al primo colpo. Lo speedball entra nel corpo martoriato, vi entrerà per l’ultima volta.

Il ragazzino dei project di Chicago si è spento a trentatre lune, quei due film di cui sopra, e chissà quanti ancora, sono diventati classici impersonati da altri. L’ex seminarista è scomparso a bordo della sua moto e ancora oggi dicono che pianga lacrime amare perché non ha più chi sta al suo fianco nell’abitacolo sicuro della blues mobile.
Per una volta, una sola le scuse non serviranno, non ci sarà chi ti minaccia con un mitra, niente tintorie che ti han privato del tight o funerali a cui partecipare, peccato solo per una cosa pensare che ogni vigilia di natale mi dovrò sopportare Eddie Murphy in un ruolo non suo.

Ciro Andreotti

 
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