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Kim Jee-woon omaggia Sergio Leone con Il Buono il Matto il Cattivo
Film del 2008, presentato all’Udine Far East Film Festival 12, “Il Buono il Matto il Cattivo” è l’omaggio del regista coreano Kim Jee-woon a Sergio Leone e agli spaghetti western. Esce nelle sale italiane grazie alla Tucker Film, impegnata attivamente nella promozione di una serie di film asiatici che era un delitto trascurare.
Sono svariati i cineasti asiatici che si dilettano affrontando sempre generi diversi e ciò non è mai stato così vero come per Kim Jee-woon, il quale fino ad oggi ha realizzato sei film di sei generi differenti. Dalla black comedy “Quite family” (1998), con la quale ha fatto il suo esordio cinematografico, è passato alla commedia sportiva “The Foul King” (2000). Non si è fatto mancare un film horror: “Two Sister” (2003), che ha raccolto largo consenso di critica e successo commerciale, e poi un noir: “Bittersweet Life” (2005). Il recente “I saw the Devil” del 2010 è una detective story che tiene tesi come le corde di un violino, incollando lo spettatore alla sedia. Con “Il Buono il Matto il Cattivo” rivolge il suo interesse al western, attuando un tributo a uno dei più grandi cineasti italiani, che ha influenzato intere generazioni di registi in tutto il mondo.
Kim Jee-woon è uno dei registi di maggior talento visivo del cinema coreano contemporaneo (oltre ad essere anche un bravo sceneggiatore). Tutti i suoi film sono caratterizzati da una superba cura dell’immagine, che è magnetica e monopolizza lo sguardo dello spettatore. Chi non è rimasto incantato da “Two Sister” o “Bittersweet Life” (distribuito in Italia dalla Lucky Red)?
In pochi anni Kim è riuscito a imporsi sulla scena internazionale, le sue opere hanno partecipato a numerosi festival in tutto il mondo e hanno vinto nel complesso 15 premi.
Ne “Il Buono il Matto il Cattivo” il cineasta si concentra sul linguaggio visivo del genere e ne rispecchia lo stile. L’idea del film non nasce con l’intento di rifare il film di Sergio Leone, ma di dare una personale reinterpretazione, che segua la sensibilità di narratore di Kim Jee-woon.
L’azione è l’elemento preponderante del film, differenziandosi dai silenzi, le pause e le lunghe inquadrature dell’originale. Il regista orchestra sparatorie e duelli calcolati inquadratura per inquadratura, con il risultato di un montaggio entusiasmante, che conferisce un ritmo incalzante. I movimenti di macchina sono catalizzanti e meravigliosamente eleganti, soprattutto quando in una sequenza la cinepresa si muove a volo d’uccello, inquadrando il paesaggio dall’alto, dando l’impressione di essere una soggettiva dell’aquila presente in apertura di film.
Nell’epilogo viene riprodotto il confronto a tre dell’originale, ma mentre ne “Il Buono il Brutto il Cattivo” la cinepresa è posta davanti al personaggio posizionato al centro, Kim Jee-woon la colloca alle sue spalle, quasi a voler dare un altro punto di vista. Inoltre sottolinea come quello rappresentato sia uno scontro all’ultimo sangue, accanendosi sui corpi martoriati dalle pallottole che i tre uomini si sparano a vicenda.
“Il Buono il Matto il Cattivo” è, nondimeno, permeato da un aspetto ludico, che lo rende ilare. Il Matto Tae-gu è delineato in maniera spassosa: la sua faccia, che sbuca dalla porta del casolare dove è stato legato come un salame, è irresistibile, come altre mille situazioni in cui il malcapitato si viene a trovare. Il regista ha anche utilizzato un paio di espedienti per generare le risa dello spettatore: gli occhiali da sole e il casco da palombaro indossati da Tae-gu, in momenti differenti, talmente inaspettati che spiazzano per qualche istante.
Le musiche superbe di Ennio Morricone non possono essere eguagliate (e certamente non è stato questo il proposito del regista), tuttavia Kim Jee-woon ha creato una ragnatela musicale che scandisce bene ogni cambio narrativo, ogni sequenza.
Per ciò che riguarda l’aspetto attoriale, Song Kang-ho (il matto) e Lee Byung-hoon (il cattivo) hanno già lavorato con Kim: il primo in “Quite family” e in “The Foul King”; il secondo in “Bittersweet Life” e nel successivo “I saw the Devil”.
L’interpretazione del poliedrico e bravissimo Song Kang-ho mette in ombra i pur bravi Lee Byung-hoon e Jung Woo-sung (il buono).
Tutti i mezzi messi a disposizione hanno permesso al regista di dar vita ad un film che non si è fatto mancare nulla: paesaggi sconfinati, armi in abbondanza e di ogni genere, migliaia di comparse e naturalmente un’idea, quella del soggetto originario, di sicuro effetto.
Francesca Caruso
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