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La grande accoppiata PDF Stampa E-mail
Scritto da Ciro Andreotti   
martedì 04 marzo 2014

La grande accoppiata

Questa è una storia che affonda le proprie radici nel sud dello stivale. Che cerca di trovare un senso fra le pieghe della settima arte e nel teatro, un’arte, quest’ultima che potremmo definire come ‘la settima e un mezzo’. Una storia che ha trovato la propria consacrazione afferrando a due mani una statuetta dorata. Andiamo però con ordine perché tutto ebbe inizio qualche decade fa, quando un ragazzo diciassettenne, cresciuto all’ombra del Vesuvio e del Liceo salesiano, perse per un caso fortuito entrambi i genitori: Sasà, dirigente di banca e Tina, la madre casalinga.
Siamo nella seconda metà degli ’80 e la vita di Paolo, questo il suo nome, è stata sino a quel momento come quella di molti suoi coetanei, ovvero senz’alti ne bassi, senza particolari sussulti. Da quel momento invece non sarà più la stessa. Finite le superiori decide di iscriversi a economia e commercio ma il ragazzo ha altro per la testa: molta letteratura, Nietzche su tutto e tutti, e soprattutto l’insana passione per la settima arte.
Lascia la facoltà di economia ad un passo dal pezzo di carta. Il ragazzo lascia perché dal lato opposto c’è un richiamo forte al quale non riesce a rinunciare perché è in quel settore che Paolo crede di poter fare qualche cosa di significativo. Forse il padre bancario sarebbe più rammaricato di lui, ma forse senza la scomparsa dei genitori, dirà Paolo anni dopo, adesso avremmo un dirigente di banca in più, ma anche due basette allungate in meno e soffriremmo la mancanza di una manciata di film e libri di grande spessore.

Con qualche anno di anticipo un autodidatta del teatro, cresciuto anche lui all’ombra dei Salesiani, anche lui dalle parti di Napoli, macina commedie di Eduardo, di Pirandello, di Goldoni e di tutti coloro che lo emozionano. Si chiama Toni, che non è il diminutivo di Antonio, ma proprio il suo nome; parchè il destino a volte ti fa degli strani scherzi, a qualcuno lo priva dei genitori in maniera troppo prematura, ad altri gi consegna un nome ‘sui generis’.
Toni dicevamo ha un fratello che suona e anche bene, e forse anche lui senza lo sprone di quel fratello chissà forse non si sarebbe dedicato al teatro, lui non sa se ha talento, ma brucia come una candela da due parti. Ogni qual volta lo mettono sulle assi impervie dei teatri di provincia Toni pare rinascere, come Kean prima di lui, come Proietti, come Gassman, per stare dalle nostre latitudini. Molti di coloro che lo conoscono gli danno del mestierante, altri affermano che abbia della stoffa, lui non se ne cura, va avanti per la sua strada sino a quando nel 2001, a poco più di quarant’anni incrocia Paolo, tutti e due di Napoli, tutti e due con una passione alle spalle, l’uno per il cinema e l’altro per le assi del teatro. Paolo, il ragazzino orfano, ora ha voglia di misurarsi con un lungometraggio, che di cinema fatto di corti, di collaborazioni estemporanee non ne può più. Toni gli può offrire una bella spalla sulla quale appoggiarsi, poi sai mai che tutto quell’Eduardo quel Goldoni non gli tornino utili.
Paolo si inventa una storia strana, la storia di un calciatore che si chiama come un cantante melodico caduto inopinatamente in disgrazia, poi domanda a Toni di indossare una parrucca e gli dice: “segui il copione e poi però fai come vuoi” che di lui si fida, lo conosce da tempo anche se è la prima volta che lo dirige. Il film alla fine è particolare, ma piace ai critici, rimane però sconosciuto ai più, una pellicola di nicchia godibilissima e da recuperare, ma rappresenta un inizio, il viatico verso quel che sarebbe arrivato di li a breve; il titolo?: “L’uomo in più” con buona pace di Niels Liedholm e di Agostino Di Bartolomei, che della Roma campione nel 1983 era il libero, quell’uomo in più per l’appunto.

A questo punto la strada è spianata per entrambi, l’uno Paolo poco più che trentenne, l’altro Toni, che forse ha capito cosa significhi stare davanti alla macchina da presa e non solo negli antri bui del suo teatro. Anni dopo il consumato Servillo avrebbe detto: “Son lieto di essere divenuto famoso solamente in età adulta perché ormai avevo i piedi saldamente ancorati a terra e è andata bene così, non rinnego nulla di quel che avevo fatto sino a quel momento”.

Toni e Paolo, Paolo e Toni, uniti quasi sempre e divisi solo qualche volta. Perché quando Paolo pensa a un attore sui cinquanta, pensa sempre o quasi a lui. Quando Toni vede Paolo alla ricerca di un protagonista, che si parli di uno ‘spallone’ per conto della camorra, addirittura di Giulio Andreotti o di un giornalista Naif con il gusto per le feste mondane e per la città eterna, ebbene Toni abbandona piacevolmente ‘il suo’ teatro, i suoi progetti, le parti che lo hanno reso celebre: dal sicario con il volto ricoperto da una voglia, a un commissario con fare lento e pacato; dal bieco affarista in odore di camorra, al duplice ruolo di politico e professore, il tutto per correre in aiuto di Paolo, perché nel frattempo il mite e schivo Servillo s’è cinematograficamente ‘fatto’ e ora può guardare i colleghi del mondo della celluloide dall’alto in basso.

Quando domenica scorsa l’Academy ha premiato Sorrentino per la sua pellicola più celebre, ma forse non la migliore, fra un ringraziamento e l’altro per Maradona e Fellini c’è scappato anche una pacca sulle spalle per Toni, che era li al suo fianco, oggi come tredici anni or sono e chissà per quanto tempo ancora.

Ciro Andreotti

 
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