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Le vincitrice del concorso "Genere Femminile" PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Albani   
mercoledì 08 agosto 2012

Le vincitrice del concorso "Genere Femminile"

RECENSIONE VINCITRICE: SISTER di Silvana Tabarroni

Come spesso succede, il titolo originale "L'enfant d'en haut", secondo film di Ursula Meier, è molto più efficace di quello con cui è stato distribuito in Italia, "Sister", al fine di rispecchiare la condizione esistenziale del dodicenne Simon, principale protagonista. Nulla è detto del suo precedente vissuto famigliare, tranne quello che lui stesso ama inventare su di sè, ma si intuisce comunque un percorso negativo che gli ha impedito di acquisire la sicurezza necessaria per stare, alla pari degli altri, sulla scena della vita.
Simon, di fatto , quella sicurezza la esibisce, sia procurandosi il denaro necessario a condurre una vita comoda, per mezzo di furtarelli ed espedienti, sia adottando un comportamento "da grande" verso chi ha intorno, compresa Louise, unico adulto che gli è rimasto della sua famiglia.
Una lussuosa stazione di sci, frequentata da persone con un alto standard di vita e della condizione sociale cui Simon ambirebbe elevarsi, è teatro delle sue quotidiane e poco lecite attività, per mezzo delle quali cerca di affrancarsi da un destino che lo costringe nel basso della scala sociale; lui, il ragazzo "d'en haut" del titolo, mette in atto abili strategie per sottrarre alle ricche persone in vacanza oggetti di valore, attrezzature e costosi accessori di abbigliamento, per poi rivenderli, magari al ribasso.
Simon si è quindi costruito, anche in modo illecito, una sua identità da esibire in quel mondo patinato e un'apparente superiorità da imporre a Louise, con la quale convive nel fondovalle popolare, realtà a bassa quota che lui rifiuta come propria e dalla quale si allontana ogni giorno, salendo con la funivia alla stazione di sci.
Louise, da sempre instabile sia dal lato lavorativo che affettivo, subisce la tirannia del piccolo despota che non accetta di cadere nella spirale di impotenza alla quale lei pare essersi rassegnata. Il rapporto tra i due è improntato all'ambiguità e dominato dall'oscuro fascino del denaro, tanto che sembrano aver introiettato la convinzione che è normale mercanteggiare anche sui reciproci sentimenti.
E' di nuovo una problematica famigliare, intricata e dolorosa, il tema con cui si cimenta la Meier, che già si distinse a Cannes nel 2008 con il primo lungometraggio "Home". In "L'enfant d'en haut"/"Sister", Orso d'Argento Speciale alla Berlinale 2012, la Meier adotta uno stile asciutto ed efficace che ricorda quello del F.lli Dardenne del film "Il ragazzo con la bicicletta" per l'analogo dilemma della crescita di un ragazzino problematico alla ricerca del padre, che sembra però evolversi positivamente verso una giusta direzione di maturazione, grazie all'incontro che il ragazzo ha con una figura femminile equilibrata e gratificante.
Per Simon, invece, appare lontana la possibilità di elaborare il proprio disagio a partire dalla necessaria consapevolezza dei propri bisogni, di contenimento, innanzitutto, come viene poeticamente espresso nella scena in cui si sdraia accanto a Louise, facendosi bambino ancora più piccolo di quello che è, disposto ad abbassarsi a chiedere affetto, magari a pagamento.
E' quasi l'unico episodio in cui si rivela una relazione autentica tra il sè-bambino di Simon e la donna adulta di riferimento, per quanto carente e inadeguata.
Un esito favorevole di emancipazione e maturazione, sia di Simon che di Louise, potrebbe aversi solo dopo un lungo e faticoso percorso di presa di coscienza, senza alternative possibili.

Silvana Tabarroni
(note biografiche dell'Autrice)

Sono nata ad Argelato (BO) . . .  (sorvoliamo sulla data?), e da qualche anno risiedo in questo piccolo comune dopo un utile peregrinare.
A seguito di studi tecnici e lavori impiegatizi, tra cui è preponderante quello come funzionario nella Pubblica Amministrazione, per sfuggire alla “monotonia del posto fisso” e limitarne gli inevitabili condizionamenti, mi sono iscritta al corso di laurea in Pedagogia, scegliendo l’indirizzo socio-psicologico e completando gli studi dopo 10 movimentati anni dedicati alla “scoperta” di materie interessanti e coinvolgenti, in un contesto vivo come quello dell’Università di Bologna.
L’interesse per il cinema, l’espressione artistica che più mi è congeniale, lo coltivo da sempre, vedendo almeno un  film quasi ogni giorno e potendo usufruire anche delle ottime opportunità offerte dall’efficiente Cineteca di Bologna che con l’annessa biblioteca Renzo Renzi può davvero colmare ogni mia lacuna.
Frequento regolarmente le Mostre del Cinema di Venezia e di Pesaro, dove posso concedermi anche 3 spettacoli al giorno... ma non è certo il numero di film visti la mia priorità! Mi soddisfa invece un programma come quello della Mostra di Pesaro, con il suo orientamento verso il nuovo cinema e, nell’edizione appena terminata, con la scelta dei tanti documentari di qualità e l’opportunità di visionare la produzione completa dei corti di animazione di Simone Massi, straordinaria ed emozionante espressione di un cinema da noi poco diffuso.
Ma ecco che l’entusiasmo di poter comunicare queste esperienze mi fa divagare e occorre invece che concluda  concretamente con almeno due informazioni.
La prima è che dedico tempo a supportare questa mia passione per il cinema con studi organici di storia, teoria e tecniche del cinema, frequentando corsi che seleziono tra quelli proposti. La seconda è che ho un sogno nel cassetto: favorire la conoscenza di un “cinema che cura”, come mi piace definirlo, di cui “Sister“, il film di cui vi ho inviato la recensione, può considerarsi un valido esempio.

RECENSIONE MENZIONATA: CARNAGE di Arianna Baldini

Il Dio del massacro, è veramente l’unico Dio in cui possiamo ancora credere?
Carnage, l’ultima commedia portata sul grande schermo dal celebre regista polacco Roman Polanski, con toni comicamente amari racconta due coppie di genitori: Penelope, Michael, Nancy e Alan che si ritrovano per risolvere una vicenda spiacevole, la rissa fra i loro due bambini ai giardini.
Interno giorno di una perfetta casa borghese di Brooklyn, un salotto,per la precisione, un tavolino e un mazzo di tulipani, introvabili riviste d’arte: Kokoschka e Bacon. Quattro personaggi uno davanti l’altro, quattro genitori riunitisi all’insegna della civiltà (“che l’occidente fortunatamente detiene”) per appianare i contrasti tra i loro figli. Si entra nell’intreccio dei dialoghi partendo da discorsi di cortesia,passando a complimenti non del tutto sentiti, arrivando a consigli pungenti.
È così che quel magma incandescente che altro non è che la natura stessa dell’uomo, la sua indole, inizia a premere per uscire da sotto la coltre di perbenismo e buone maniere che lo ricopre.
Rapidamente le formalità, le cortesie, l’”apparire” di questi “civili” personaggi, lasciano spazio al loro istinto, alla loro maleducazione: al loro “essere”.
Tutti i personaggi sono allo stesso modo morali e amorali, salvando se stessi affondando tutti gli altri, in breve tempo un incontro formalmente cordiale diviene un vero e proprio massacro, tutti contro tutti, nessuno salva l’altro, ognuno ha pietà solo di se stesso; coalizioni e schieramenti sono del tutto labili, si creano e si disfano in maniera sfuggente.
Escono allo scoperto colpe, problemi e desideri nascosti, mai chiariti o appena nati, si inizia con la recriminazione reciproca: ognuno è vittima e carnefice; i discorsi, i problemi, le soluzioni nascono e si distruggono lasciando dietro di loro soltanto il vuoto della dialettica e della retorica.
“Ognuno nasce solo e muore solo” il personaggio di Michael inneggia così all’unico status di felicità e libertà reale che l’uomo può vivere, incolpando ogni tipo di legame di quella frustrazione e infelicità che l’uomo moderno si trova a vivere; è così che viene messa in discussione l’esistenza stessa di quei personaggi, che per quanto diversi hanno fatto, in fondo, le stesse scelte, hanno creato gli stessi legami e si trovano lì per una stessa motivazione; ma a questo punto, cos’ha più senso?
La civiltà che l’occidente borghese detiene orgogliosamente, si rivela nient’altro che una patetica maschera pronta a sbriciolarsi in qualsiasi momento, per un sorriso sarcastico, per una parola sbagliata, per un silenzio prolungato; per una chiamata al cellulare. Basta un niente, e tutto si sbriciola; basta un niente e le convenzioni, le buone maniere, il “politically correct” diventano concetti inconsistenti.
Un’eccellente costruzione dello spazio scenico, cucito intorno ai quattro personaggi: abbastanza ampio per lasciarli muovere, altrettanto stretto per non farli fuggire. Un ritmo incalzante, quasi sincopato, dove battute e silenzi giocano lo stesso ruolo, tenendo lo spettatore incollato allo schermo per settantanove minuti. Quattro attori dalle performance impeccabili e un meraviglioso gioco di forze: una centrifuga, che porta Nancy e Alan a tentare di andar via, e una maggiore e contraria che li riporta sempre intorno a quel tavolo in salotto, intorno a quei tulipani, intorno a Kokoschka e Bacon.
Tratto dall’opera teatrale “Il Dio del massacro” di Yasmina Reza, Carnage mette sapientemente in discussione l’essere umano tutto, dalla sua integrità, a quella dei legami che costruisce, dal modo di concepire se stesso e la società che lo circonda.
Polanski ci lascia con una boccata d’aria, ci libera dalla claustrofobia di quel soggiorno, di quei personaggi e delle loro dinamiche, così umane: il film si chiude con un campo lungo (la stessa inquadratura di apertura) nel quale i due ragazzini si riappacificano, lontani dagli artificiosi meccanismi delle “buone maniere” dei genitori.»

Arianna Baldini
(note biografiche dell'Autrice)
Sono nata nella provincia di Ancona nel 1989, dopo la scuola mi sono trasferita in Toscana, a Pisa, per studiare le mie due passioni più grandi: Cinema e Teatro. Sto approfondendo nel tempo da un lato la pratica della recitazione teatrale, e dall’altro la teoria (principalmente sceneggiatura) e la pratica (nell’ambito dell’acustica, come fonico di presa diretta e post-produzione) cinematografica. Ho collaborato a iniziative di cineforum, cooperando alla selezione dei film e alla loro presentazione, ho preso parte a diversi festival di cinema ricoprendo il ruolo di giurata e ho collaborato alla realizzazione di un film-documentario.
Quando vedi in una passione la possibilità di trasformarla in lavoro…
non ti resta che correre, inseguirla e sperare che il sogno diventi realtà!

 
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