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Storia di una coppia divisa in un Pozzetto PDF Stampa E-mail
Scritto da Ciro Andreotti   
domenica 26 luglio 2020

Storia di una coppia divisa in un Pozzetto, tributo a Cochi e Renato!

È un sabato d’inizio Luglio quando decido di riordinare la mia collezione di dischi, una biblioteca di Alessandria costruita su di una flebile certezza: “quel che ne fa parte è il meglio del meglio” alla faccia della modestia. Mentre controllo mi pare mi sia sfuggito un reperto. Riordino ma non lo trovo più. Rifletto, mi piazzo davanti a youtube, deriva social per cultori di video.
Mi prendo qualche minuto di tempo e osservo con attenzione.

Un paio di ragazzi cresciuti in una città del nord, anzi ancora più a nord, si conoscono da quand’erano in fasce.
L’uno figlio di madre vedova, ma non unico, come diceva Francesco Baccini, preceduto da una coppia di sorelle più grandi di qualche anno. L’altro sfollato dalla grande città causa bombardamenti. Anche per lui ad attenderlo una famiglia numerosissima con tre fratelli a non fargli mai perdere il gusto del gruppo, ma genitori entrambi presenti.
I due giocano nel piccolo paese dove il primo possiede una seconda abitazione di famiglia, lusso non trascurabile per chi deve, esattamente come tutti, fare i conti con pranzi e cene da consumarsi con regolarità certosina. A fine conflitto i due iniziano a frequentarsi con maggiore assiduità quando Renato, questo il suo nome, si trasferisce in zona Giambellino, in una parte di Milano rurale quanto basta per noncochi-e-renato.jpg fargli dimenticare le sue origini. Aurelio, chiamato prima dalla madre, e successivamente da tutti, Cochi, abita invece in zona Porta Genova detto il porto di Milano zona all’epoca periferica. I due si frequentano e alle medie si schivano per un centimetro, uno solo, li unirà un amico comune che alle medie viene ‘abbancato’, e non abbrancato, a Renato per contenerne la voglia di fare di tutto pur di non stare mai seduto al banco, da qui il neologismo. Indimenticabili le scene durante le lezioni di educazione fisica quando il professore domanda a Renato, regolarmente scomposto e distratto a fare altro, di ripetere quello che aveva appena spiegato e non importa che si tratti di esercizi alla pertica, cavallo, Re, fante, coppe o bastoni, Renato inizia sempre alla stessa maniera ovvero spiegando nel suo italiano stentoreo, che diventerà a breve un suo marchio di fabbrica. Il professore non pago delle sue spiegazioni domanderà al compagno di banco di aggiungere quello che manca e quel punto scatta immediata l’imitazione di quello che aveva appena sentito. Titoli di coda con Licenza media comunque conquistata.

A Ragioneria, mentre nello stesso Istituto Renato frequenta la scuola per geometri, il suo ex compagno di banco diventa compagno di classe di Aurelio, ormai per tutti Cochi, al quale non lesinerà di passare, per sua stessa ammissione, qualche compito in classe di matematica, in cambio di quelli d’Inglese, che per Cochi ormai è quasi una seconda pelle. Le imitazioni nel corso delle lezioni continuano imperterrite come quando Cochi simula una morte sanguinosa al termine di un conflitto a fuoco domandando al compagno, che nel frattempo imita il rumore di un caccia o di una mitragliatrice, di portare i saluti alla fidanzata e dirle che l’ha tanto amata. Finisce la scuola e diplomi sono due, l’uno geometra, e gli altri ragionieri. Il compagno inizialmente ‘abbancato’ opta per il lavoro sicuro diventando impiegato. Cochi parte quasi subito con destinazione Londra, affascinato da sempre dal mondo anglosassone e desideroso di lavorare con quella lingua che ha saputo ammaliarlo. Renato apre invece una società di ascensori che, per sua stessa ammissione, vanno e non vanno.
I due si ritroveranno al ritorno di Cochi dal Regno Unito, riallacciando rapporti mai persi e mentre di giorno Cochi inizierà a tradurre dall’inglese e a lavorare nel ramo dell’antiquariato, oltre a imparare a suonare la chitarra da un quasi coetaneo che di cognome fa Gaber, la sera inizieranno a girare per osterie e locali fra i quali il bar Jamaica, dei quali diventano clienti abituali, l’oca d’oro, osteria oggi scomparsa e che li vede al solito fra i clienti e anche a esibirsi con un repertorio di loro invenzione e infine il Cab 64 prodromo dei cabaret che popoleranno Milano fra i sessanta e i settanta. In tutte queste incursioni notturne, alternano come molti dei presenti il lavoro di giorno con le serate trascorse a cercare di sfuggire al primo. Fra loro però e non troppo a sorpresa s’intromette uno studente di medicina, vecchio amico di Gaber, quello delle lezioni di chitarra di Cochi, appassionato di musica e jazz e che pare un marziano sceso da un’astronave.
Enzo, questo il suo nome, parla un italiano smozzicato e a denti stretti, si muove a scatti, suona anche lui la chitarra, canta canzoni che pare non abbiano un senso logico e ha idee e follia sufficienti per catturare l’attenzione dei nostri eroi.
Anzi per meglio dire i due hanno la stessa luce negli occhi che li sa accomunare a Enzo che fra un esame di medicina e l’altro, decide di dar loro una mano. Lui, più vecchio di qualche anno ne diventa amico inseparabile e li coinvolgerà in un turbinio di avventure che con ascensori e mobili antichi non hanno nulla a che spartire fino a rapirli artisticamente in un nuovo progetto del quale è il fautore.
Enzo convinto dai coniugi Bongiovanni, proprietari di un ristorante albergo in via Monterosa, ne diviene il direttore artistico con la certezza di poter lanciare anche a Milano una forma di arte, anche comica, in cui palco e spettatori si possano mischiare in un continuo andirivieni unico diktat la qualità artistica, della quale si occuperà lui per primo e che dovrà essere di primissimo livello. I due inseparabili ragazzini del lago Maggiore diventano quindi una coppia per la quale val la pena arrivare anche da altre città. In cui personaggi famosi, gente comune e altri artisti iniziano ad assiepare il sottoscala del Derby club. Punte di diamante per le quali Enzo diventa autore di battute e canzoni, sempre scritte a sei mani e vero traino per altri colleghi strappati al lavoro di tutti i giorni. Impiegati come Enrico Beruschi, quel compagno di banco di medie e superiori che dopo aver scalato le gerarchie aziendali inizia ad alternare il Derby al lavoro di vicedirettore commerciale, fino ad abbandonare quest’ultimo per gettarsi a capofitto nel mondo dello spettacolo.

Cochi e Renato, visti su quel palco, ne scavalcheranno le assi quando nel 1967 approderanno sul piccolo schermo portati in spalla dal solito Enzo. Protagonisti di uscite televisive inizialmente incomprese perché forse troppo stralunate ma lentamente e successivamente apprezzate. Uscite capaci di tramutarli in una coppia comica perfetta per catturare anche le nuove generazioni - essendo entrambi poco più vecchi di chi va a scuola - e capaci al tempo stesso di generare tormentoni impossibili da dimenticare. Senza mai montarsi la testa, e senza mai dimenticare da dove sono venuti, ovvero il palco del Derby. Un palco dal quale non vorrebbero muoversi se non in compagnia dei colleghi di sempre e di quelli emergenti ai quali hanno saputo spianare la strada, e come sempre accompagnati dal loro direttore artistico di fiducia. Sulla metà dei settanta dopo anni a calcare i palchi di Milano e provincia. Dopo anni a base di canzoni cult per masse di spettatori che hanno saputo tramutarli in una coppia di successo, e il Derby perennemente sullo sfondo, oltre alle incursioni televisive al solito con un grande successo di pubblico, Renato decide di abbandonare l’amico, non certo senza averci riflettuto ma senza rompere un’amicizia che dura ancora oggi e trascinando le sue spiegazioni nel solito Italiano stentoreo sul grande schermo. Nel frattempo Cochi si eclissa, al punto che Paolo Rossi, anche lui figlio dei palcoscenici di Milano, quando a Su la Testa, nel 1992, domanda:

“Sono tre i misteri veramente inspiegabili:
Cos’ha fatto Gesù Cristo dai 12 ai 30 anni?
Cos’ha fatto Silvio Berlusconi dal 1960 al 1975?
Ma soprattutto che cos’ha fatto Cochi Ponzoni dal 1979 a oggi?”

La domanda pare tutt’altro che una battuta. Il duo si riforma solo a inizio anni duemila riportando in auge il vecchio repertorio e nuove idee. Tributati come si conviene anche dal pubblico e dai colleghi del successore del Derby, ovvero lo Zelig che li vedrà ospiti in quattro serate pieni di canzoni e applausi. Sicuramente invecchiati e forse raggiunti dalla comicità odierna. Loro che avevano sempre corso a 45 giri quando gli altri erano dei semplici 33.

Ritorno davanti alla pila di dischi e dopo un po’ riesco a ritrovare il reperto scomparso. Sorrido, lo ripongo nel suo posto subito prima di Eddy Cochran e penso che a breve dovrò fare un nuovo salto in via Monterosa.

Ciro Andreotti

 
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