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Angel-A PDF Stampa E-mail
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Scritto da Alessandro Beria   
venerdì 18 aprile 2008
Titolo: Angel-A
Regista: Luc Besson
Interpreti: Jamel Debbouze; Rie Rasmussen; Gilbert Melki; Serge Riaboukine; Akim Chir; Eric Balliet; Loïc Pora
Genere: Commedia
Nazionalità: Francia, 2005
Produzione: 01 Distribution, 2006
Dati tecnici: 90 min. B/N - 9 Singola faccia, doppio strato (Formato schermo 2,35:1) - PAL Area 2
Lingua audio: Italiano, Dolby Digital 5.1 - Italiano, DTS 5.1 - Francese, Dolby Digital 5.1
Lingua sottotitoli: italiano per non udenti
Contenuti trailers: dietro le quinte (making of)

Recensione di: Alessandro Beria
 
angela_leggero.jpegAngel-a, ovvero ci si salva solo cadendo.
C’è sempre qualcuno che deve dei soldi a mezza città. C’è sempre qualcuno che, quei soldi, li pone al servizio del proprio potere di vita sui più poveri di spirito, che innocenti non sono, almeno perché non si rispettano e si fanno manipolare da altri, nel vasto zoo umano che in questo caso è Parigi, città natale del regista. C’è sempre qualcuno che è s-fiduciato, perché perde almeno due fiducie e due fedi: quella degli altri, e pazienza; la propria, e qui nasce la tragedia, la separazione da sé, la scissione che, se non ricomposta, scinde letteralmente il personaggio dalla propria (e anche dall’altrui) vita.
Il film ci catapulta in questo stato tragico, raccontato in prima persona dal pensiero di Andrè, magrebino-parigino (con cittadinanza statunitense acquisita grazie a green card vinta alla lotteria), dal suo pensiero che si sviluppa dinnanzi all’ennesimo ricatto (fondato sì sui soldi, ma in realtà sulla debolezza del personaggio) degli ennesimi scagnozzi burattini, assoldati dagli ennesimi burattinai usurai di vita.
Oh, intendiamoci. La realtà di André è tragica ma, in tutto il film, la sua vita ed i suoi pensieri sono drammatizzati e poi s-drammatizzati dal tocco di commedia che vibra già nelle parole iniziali: la tragedia, in Besson, ha sempre la potenzialità della commedia (si pensi a “Leon” o, meglio ancora, a “Il Quinto Elemento”).
E così pure il suicidio, che appartiene al tragico, all’ultimo momento di comunicazione con gli altri prima della preclusione di ogni dire (André urla quasi comicamente all’ambulanza di passaggio…), ecco che introduce il dramma di un’esistenza simile, Angela, che in parallelo vorrebbe iniziare il proprio tacere prima di André.
La qual cosa non si dà: il suicidio è atto privato, intimo; una volta che si contamina di mondo diventa cosa pubblica e la dimensione tragica è ormai dissolta. Il ‘perduto’ si fa salvatore, l’acqua del fiume non divide ma unisce, come i ponti in bianco e nero di Parigi, dall’acqua nasce un legame, bisticciante e pure comico: nasce il tipico rapporto debitore-creditore, con una magistrale differenza, e cioè che in questo caso sia debitore sia creditore sono complici contro, se si vuole, un unico grande debito esterno accumulato con e contro la società degli uomini.
Insomma, la salvata R. Rasmussen, danese, bellissima e imponente dai suoi 186 cm (con tacco…), gira la ruota dei ruoli e si pro-pone come compagna, come incipit di potenziale salvatrice. Un salvatore o una salvatrice devono con-formarsi ad un ruolo? Devono essere in qualche modo? No, proprio perché ci si salva sempre da sé, cambiando dentro: che importa chi ci accompagna fuori e con quali metodi? E così, perché non divenire ‘una battona’: è un ruolo che Angel-a non ha mai provato e, nella mono-tonia che del suo ruolo ci farà autoironicamene percepire, si rivela un ruolo formalmente diverso, in qualche modo innovativo dato il contesto e, per come è piazzato André con il suo mare di debiti, magari anche utile, opportuno.
Questa, per sommi capi, la cornice: un disperato che non sa come muoversi e comunicare; una donna che si fa la sua compagna per camminare insieme; Parigi dai mille legami e ponti e cortili e cattedrali come sfondo; gli uomini nella loro piccola o grande commedia come co-protagonisti di tutta la vicenda.
C’è un baratro in tutto questo? Un luogo di non ritorno? Sì, c’è. Ed è essenzialmente l’abisso tra il conoscersi e il conoscere solo il mondo in cui si è gettati. L’abisso tra cielo e terra non sta nella distanza tra il cielo degli angeli e la terra degli uomini: l’abisso si colloca dentro l’uomo, dentro la propria anima, il proprio soffio vitale, quando non lo si riconosce più proprio e degno di ‘soffiare’. André non è perduto fuori: basta che apprenda una modalità di stare al mondo in cui rispetti se stesso ed ecco che Angel-a, molto pragmaticamente e con persistente ironia, gli può mostrare che si può ottenere il rispetto degli altri. La storia non è nuova: ama te stesso e conosci te stesso. Poi, da questo punto solido e solidificato dentro di te, guarda il mondo e lo sentirai non più traballante sotto i tuoi piedi.
Ma per solidificar-si, come si fa? Luc Besson, anche in questo molto tradizionale, ricorre al tema dello specchiar-si, del rivoltarsi all’esterno per cercare di leggere l’interno. Che poi in questo caso ci si avvalga di un Angel-a e di un po’ di ironia, bé, è variazione sul tema.
Una variazione che non sembra poi variare molto: questo è forse il maggior limite del film. Pensiamo all’episodio dello specchio. Angel-a, falliti molti tentativi, letteralmente spiaccica André davanti ad uno specchio, con lei accanto. Il movimento parte da lei. È infatti l’angelo Angel-a che si fa dire “ti amo” per poi traslare ad André il senso di queste parole, che lui già conosce, ma che non es-prime, non spinge fuori, non rende, dunque, reali verso lui stesso.
Le immagini usate sono quanto di più comune si possa trovare: gli occhi, il cuore, il viso. Ama(ti) in questi elementi che sono tuoi e potrai e-mergere al mondo, salvar-ti come corpo e come anima (‘perché ti trascuri!’, ripete Angel-a) e salvare la vita che non è molto lontana da corpo e anima.
Insomma, l’Angel-a lo spinge verso la salv-azione, cioè gli illustra l’azione di ri-conoscimento e ri-conoscenza che il protagonista deve a se stesso. Un limite del film anche questo, se vogliamo, perché sposta all’agire ciò che deve essere innanzitutto un sentire. Ma qui si tratta di scelte e non si discutono.
Il pregio del film, a mio parere sta altrove. E sta cioè nel fatto che il fuoco del regista è nel dia-logo tra protagonista e co-protagonista, tra André e (l’)Angel-a. Infatti, chi è che parla opportunamente, nel mondo della parigini maligna e un poco devitalizzata vissuta dal protagonista? Angel-a. Nei negoziati con i ladri di vita è Angel-a la persona che viene ri-chiesta più volte come interlocutrice: ‘fa parlare lei che mi sembra più a posto’, questo echeggia sempre nel girovagare dei due tra gli alti e i bassi-fondi di Parigi. Gli angeli hanno più retorica? Conoscono meglio l’arte della persuasione e della se-duzione? Può darsi. Di certo, mandati da lassù, conoscono meglio gli esseri umani e le loro modalità di stare al mondo, che sono essenzialmente linguistiche, di dialogo continuo, incessante tra il fuori e il dentro e, nell’interiorità, tra sé e sé. Ecco allora perché ri-solvono e cooperano nel salvare gli uomini: sanno esprimere se stessi in ogni situazione che, da un lato, significa ‘dire se stessi con gli altri’ e, dall’altro e simultaneamente, ‘dire se stessi con se stessi’. Di queste modalità del ‘dire’, André, ha bisogno. Non dialogare con se stesso è la sua mancanza, ciò di cui, tanto per introdurre un regime di senso più noto, pecca. André non ha smesso di peccare salvando Angel-a, perché era ancora riflesso in se stesso, ego-ista, sul ponte iniziale e iniziatico. André ha smesso di peccare quando si è ri-conosciuto, e si accorto che anch’egli ha diritto alla vita.
E qui c’è una svolta strana, che potrebbe anche essere molto fuori luogo, se non si cerca di collocarla in un (possibile) spazio di coerenza del film.
La svolta inizia quando Angel-a confida al protagonista, pure benevolmente ingannandolo, che ella non conosce il proprio passato. Agli Angeli è negato sapere della propria vita, per poter essere ogni altra vita, per poter custodire ogni altro essere umano, senza il ri-piego di senso che una vita terrena precedente avrebbe necessariamente portato con sé. L’Angelo Custode deve farsi aiutante o anche salvatore di chi è in vita e per farlo non deve ricondursi alla propria vita. Ne risulterebbe un angelo mancato, un angelo caduto, inquinato della forma dell’esistenza, allontanato dalla purezza dell’essenza. L’Angelo Custode deve con-fondersi nel dialogo con il suo protetto e quasi annullarsi in esso, sparire nell’atto del ri-conoscimento, un po’ come scompare divenendo André di fronte allo specchio.
L’angelo non ha un proprio spazio e ogni volta deve incarnare un altro tempo. Si spiega così assai bene perché non ha le ali, quando è in missione. Durante la missione deve con-fondersi con gli uomini, per offrire loro apertura di senso, di-scernimento, libertà. Le ali segnano il distacco, l’assenza di necessità, la fine della missione, il ritorno al luogo dis-messo, cioè il luogo senza missioni che è il paradiso celeste.
Ecco, qui, Besson, non so se per regalare al pubblico un finale da ‘e vissero felici e contenti’ o per ribadire un valore diverso dell’Angelo, rilancia la tragedia a fondo film, nelle ali che André (ma in fondo la stessa Angel-a) vuole riportare verso terra, spro-fondare in una nuova vita, dove, se non esiste il passato, sicuramente ci sarà un bellissimo futuro. Così, la tragedia, al culmine, si spezza in dramma e fluisce nell’accordo ‘umano’ di ‘ri(con)duzone’ a persona di Angel-a. Se ci si pensa è bello: l’uomo (Andrè), divenuto custode lui dell’angelo, dona all’angelo ciò che neppur Dio può donare, una vita di futuro, che genera un passato, che colma il vuoto di Angel-a, che la rende umana mantenendo al contempo la sua angelica dialogicità.
Si può intenderla così.
Ma non ci si può esimere da una lettura ‘contraddittoria’. Se la comunicazione, per essere efficace nell’uomo e nel mondo, deve farsi comunicazione a circuito chiuso, deve rigenerare vicendevolmente l’altro, bé, si rientra in un ciclo che più dell’apertura a se stessi è quello della ri-flessione reciproca: ci pieghiamo entrambi su di noi e ci salviamo.
Vero, in genere ci si ‘salva’ e si ‘vive’ in due e si genera in due: è un po’ quanto si dice della famiglia, per esempio. Eppur si nasce soli, si esce al mondo soli, e destino vuole che la morte ci separi, oltre ogni tempo ed ogni spazio. E non tutti conosceranno un Angel-o-a custode. Pertanto il riconoscersi dentro dovrebbe bastare a garantire l’ex-sistenza. Altrimenti tutto è lasciato alla Fortuna, che sarà anche dea e magari più potente dell’Angel-a. Ma ricordiamoci che è cieca.
 
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