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Scritto da Biagio Giordano   
venerdì 04 settembre 2009

Da morire
Titolo originale: To Die For
USA: 1995 Regia di: Gus Van Sant Genere: Commedia Durata: 106'
Interpreti: Nicole Kidman, Matt Dillon, Joaquin Phoenix, Casey Affleck, Alison Folland, Illeana Douglas, Maria Tucci, David Cronenberg
Sito web:
Nelle sale dal: 1996
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Biagio Giordano
L'aggettivo ideale: Emblematico

da_morire_leggero.jpgDa morire è un film degli anni ’90, un po’ sottovalutato dalla critica e dal pubblico che non sono riusciti a cogliere la portata storica del suo messaggio mediatico.
Rivedendolo a distanza di tempo e contestualizzandone meglio le radici storiche e culturali è indubbiamente da considerare di ottima fattura.
Il film ha per soggetto i media, ed è magistralmente diretto da Gus Van Sant che si avvale di una pregevole interpretazione di Nicole Kidman capace di dare un’immagine della protagonista Suzanne molto credibile, sostanziale, del tutto  priva di eccessi, ottenendo con questo film un più che meritato Golden Globe. Il racconto ha un andamento molto sardonico e ironico che mette in ridicolo tutta una mentalità legata al mondo dei media e dei suoi numerosi  adoratori.
La pellicola è stata girata nel 1995 negli Stati Uniti a Little Hope, nel New Hampshire, a sei anni dalla caduta del muro di Berlino, avvenimento storico quest’ultimo che porterà a un progressivo cambiamento strategico della politica dei media televisivi di tutto l’occidente.
Agli inizi degli anni ’90 la fine della guerra fredda  aveva liberato i mass media dalla necessità di dover sostenere in qualche modo, per amor di patria, uno dei due blocchi politici mondiali; non avendo più ostacoli di tipo ideologico si presentava loro l’occasione di mettere in pratica nuove invenzioni mediatiche intrecciate a  grandi business.
I media, sulla scia di un mercato internazionale divenuto globale e molto più aperto alle moderne tipologie di scambio,  si orientavano subito verso inedite scelte radicali, spesso caratterizzate da una manipolazione più profonda della psiche umana, sostenendole fino in fondo  con notevole cinismo. Gli affari erano sempre più accompagnati  dal pesante strascico dalla suggestione pre ipnotica che coinvolgeva masse molto  più ricettive alle offerte mediatiche di una dorata compagnia dell’immagine.
I media riuscirono ad raggirare con forza ogni controllo anti trust rimanendo sempre ben intrecciati con i voleri e i poteri del sistema politico più retrivo, unici garanti di un costante sostegno legislativo agli statuti commerciali dei media, e giungevano in breve tempo ad avere un incredibile potere politico, tale da influenzare gran parte delle scelte che scaturivano dal sistema democratico di ciascuna nazione.

Da morire è forse il film che più di tutti è riuscito a trasmettere degli anni ’90  la sua dimensione di cambiamento mediatico, mostrando con le immagini gli aspetti più significativi della nuova era televisiva, dominata dal così detto reality show, un modo di fare televisione tuttora in voga, consistente in una immissione diretta della realtà nello spettacolo,  nel nobile intento di dissolvere la finzione professionale dell’attore a vantaggio di una  maggiore spontaneità dei personaggi.
Il reality aveva lo scopo di mostrare al pubblico alcuni dettagli significativi della  personalità dei protagonisti e di far conoscere meglio, perforando la finzione tipica dell’attore, gli aspetti più autentici della personalità di ciascuno e del loro  vivere quotidiano.
Ma l’ambizione di far vedere certi personaggi così come essi effettivamente erano, nel più profondo, procurando agli spettatori il piacere dello spettacolo dell’improvvisazione e dello svelamento, risulterà fallimentare, perché di fronte alla macchina da presa ciò che doveva apparire come una condotta spontanea non era in realtà altro che un nuovo, originale condizionamento, dal quale non potevano che scaturire comportamenti pesantemente manierati e stucchevoli.
Questo nuovo gioco TV non rilasciava alla fine che un‘immagine negativa dei personaggi, spesso dissociata e volgare, deludendo ogni seria aspettativa tesa a conoscere anche con la TV il mondo reale.
Paradossalmente nel realityt show non si poteva essere se stessi; cioè manifestare e comunicare la semplice passione del vivere, perché si recitava per qualcuno e in un modo peggiore rispetto ai tradizionali programmi televisivi.
Senza un copione elaborato con un certo stile, scritto da intellettuali dipendenti dai media TV i  protagonisti delle scene si affannavano a ricercare modelli espressivi seducenti, artefatti e a volte fin troppo rozzi spacciandoli per spontaneità.
I personaggi protagonisti giocavano a dire un vero sempre immaginato, supposto, privo di un fondamento reale, disimpegnato da ogni ricerca stilistica e contenutistica legata alle specificità più profonde e autentiche che ci costituiscono.
Nonostante l’evidente falsità del reality questo nuovo prodotto dei media  avrà  sempre più  successo, condizionando vistosamente anche gran parte del mondo politico e istituzionale.

I media avevano instaurato un meccanismo di alta suggestionabilità che portava a confondere la realtà con la fantasia, a illudere e deludere nello stesso tempo, rinchiudendo gli spettatori in una prigione di specchi d’orati, impenetrabile e indecifrabile, lontana da ogni  vero spirito  critico, da cui si poteva uscire solo se si era disposti a vivere con sacrificio l’isolamento immaginifico che ne scaturiva.
La scelta dei nuovi media risulterà socialmente problematica, sopratutto per gli effetti disgregativi che avrà sulle  culture di massa che subiranno in prima persona il potere psicologico   della nuova suggestione-ipnotica creata dagli strateghi televisivi, sperimentando inguaribili crisi di identità. 
Il potere mediatico crescerà in modo tale da incoraggiare diversi imprenditori, senza scrupoli, all’acquisto di numerose reti televisive nazionali e internazionali al solo fine di veder crescere la propria influenza personale  sulle decisioni politiche.
Da morire è la raffigurazione sprezzante e derisoria di una giovane e bella donna borghese Suzanne Stone (Nicole Kidman), annoiata, di dubbia intelligenza, vanitosa, ma desiderosa dopo gli studi accademici sui media di affermarsi con ogni mezzo nel mondo televisivo per godere dei piaceri della notorietà ed esercitare sugli altri una forte autorità personale, non giustificata da vere qualità professionali.
Suzanne, molto sicura di sé, aspira a divenire autrice di prodotti televisivi basati sulle interviste, finalizzati a conoscere la vita reale delle persone del suo paese e i loro progetti esistenziali. I prodotti televisivi risulteranno scadenti perché basati su domande poco ricercate, di scarsa intelligenza e un po’ grossolane, Suzanne però pensa che possano lo stesso acquistare valore specialmente se ben associati a un episodio di sangue, a un omicidio che susciti scalpore: qualcosa capace di fare notizia noir, in cui il mandante sia  l’autrice stessa, magari poi sospettata ma alla fine scagionata  per mancanze di prove.
La donna rimane del tutto inconsapevole della propria mediocrità professionale, appare posseduta da patologiche forme di narcisismo, forse aggravate dalla notevole attrazione esercitata sugli altri con il proprio corpo formoso  e da una condizione sociale del tutto sicura,  tutelata oltre misura, che non sollecita in lei alcun spirito etico capace di influenzare in modo fecondo il mondo del lavoro.

L’ambizione sfrenata della donna è  priva di regole, appare sempre  lontana da ogni elementare rispetto umano. Le più consuete e positive azioni sociali verso il prossimo le sono del tutto estranee, il cinismo della donna arriverà a un punto tale da respingere ogni richiesta del marito tesa a costruire un normale rapporto familiare, centrato sull’amore per i figli e la piena dedizione al loro avvenire.
Suzanne fa uccidere il marito utilizzando il proprio amante- ragazzo Jimmy  (un eccezionale Joaquin Phoenix), conosciuto nelle interviste scolastiche e facilmente influenzabile perché innamorato di lei. Suzanne costruirà per il tragico fatto un movente passionale, fittizio, legato al mondo della droga e  della delinquenza minorile, affermando in TV che il proprio marito avrebbe trovato la morte per mano degli spacciatori. La donna, grazie al suo status simbol di donna borghese rispettata e bella, è sicura di farla franca, scaricando alcune colpe, per lo più legate alla provenienza dell’arma da fuoco, sull’amica depressa Lydia (Alison Folland).
Suzanne non avrà mai ripensamenti, decide di eliminare il marito Larry Maretto (un  Matt Dillon sotto tono) perché lo sente lontano da lei, dal suo importante lavoro mediatico, dai suoi progetti ambiziosi, lo percepisce  nella mente e nel corpo come una persona autoritaria e ordinaria, un vero e proprio ostacolo alla sua scalata televisiva; l’uomo è  gestore con il padre di un ristorante e mitizza il matrimonio, vuole realizzare una famiglia per bene tipica, come viene mostrata tutti i giorni dalle TV americane, onorata e rispettata da tutti, sempre più benestante e trasgressiva quanto basta per compensare il disagio che una scelta definitiva comporta.
Il marito Larry, a suo tempo, aveva suscitato in Suzanne una forte attrazione erotica, soddisfacendo alcune sue parti psichiche inconsce fino a quel momento sconosciute, quelle che in genere nella donna sono molto sensibili alla virilità  dell’uomo.
La donna commette evidentemente  un errore, perché sulla scia di un innamoramento prevalentemente fisico accetta il matrimonio con Larry, acconsentendo a scelte di vita  del tutto definitive.
Suzanne pur non ritornando mai indietro nelle scelte fatte considererà il menage  con Larry finito, indispensabile solo a far credere agli amici invitati alle feste che tutto va bene.
Il film è straordinariamente ricco di un linguaggio visivo divertente, altamente comunicativo, costituito da innumerevoli articolazioni ad incastro, esaltato da un montaggio curato alla perfezione, che mette ben in relazione brani fotografici e scenici diversi, con una perfetta scelta di tempo, tale da riuscir a sostituire spesso la parola  con l’immagine alleggerendo l’effetto verboso tipico del teatro-film, un modello narrativo che molti registi si portano dietro forse per accelerare i tempi della produzione ma snaturando la natura del cinema, il suo specifico che riguarda l’immagine.
Ad esempio quando le famiglie di Suzanne e di Larry si trovano riunite davanti alla macchina da presa per uno show televisivo sul delitto Larry, il padre si Suzanne rispondendo a una domanda su come considerava Larry all’epoca del fidanzamento iniziale con sua figlia risponde di aver avuto in un primo momento qualche perplessità sulla famiglia Maretto, cui apparteneva Larry, perché il cognome ricordava numerose famiglie mafiose americane; il padre di Suzanne chiede scusa al padre di Larry per l’insinuazione, al che il padre di Larry dice “non c’è di che” e subito appare alla sua mente la zona in cui morì Suzanne, accompagnata dall’urlo di Suzanne che sta per affogare nel lago ghiacciato, un annegamento da lui voluto per vendicare la morte del figlio; ricordando quella scena in quel momento è un po’ come se avesse voluto compensare la pesante umiliazione inflittagli dalle parole del padre di Suzanne con il nome mafia, attraverso il ricordo della vendetta eseguita; una sorta di equilibro pulsionale. Ogni frase dell’intervista viene accompagnata in ciascun protagonista dello show, da un  pensiero parallelo, trasposto in immagine, che attraversa in quel momento la mente di chi parla. E’ una sorta di doppio pensiero espresso con immagini, una tecnica inventata da Hitchcock nei suoi primi film.

L’omicida di Suzanne è David Cronenberg, famoso regista, che interpreta il ruolo di un  killer mafioso commissionato da Joe Maretto padre di Larry. Il sicario si fa passare per un importante produttore televisivo di Hollywood interessato ai fatti di sangue di cui lei è uno dei protagonisti e combina con Suzanne uno strano appuntamento, vicino a un lago ghiacciato della periferia, motivandolo come un segreto incontro lontano dagli occhi indiscreti  della concorrenza.
Dopo l’impressionante uccisione di Suzanne, la sorella di Larry, appassionata ballerina su ghiaccio, attutisce la pesantezza della tragedia pattinando con grazia sul lago accompagnata da una confortevole musica.
Il film termina con una dichiarazione alla cinepresa dell’ amica di Suzanne, Lydia, la ragazza che aveva fornito la pistola dell’omicidio. Lydia per ironia della sorte, lei si, sembra essere richiesta dai media per dei programmi TV.
Da sottolineare le innumerevoli canzoni di successo che si alternano nel film, e la colonna sonora,  decisamente azzeccata.

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