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Scritto da Monica Prisco   
giovedì 10 dicembre 2009

Il mio amico Eric
Titolo originale: Looking for Eric
Regno Unito, Francia, Italia, Belgio: 2009 Regia di: Ken Loach Genere: Commedia Durata: 116'
Interpreti: Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stefan Gumbs, Lucy-Jo Hudson, Cole Williams, Matthew McNulty, Laura Ainsworth, Max Beesley, Kelly Bowland
Sito web: www.iconmovies.co.uk/lookingforeric
Nelle sale dal: 04/12/2009
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Monica Prisco
L'aggettivo ideale: Autentico

ilmioamicoeric_leggero.jpegL’ultima prova di Ken Loach racconta l’odissea di un anonimo postino, ennesima esplorazione della lower class britannica. L’accento stavolta però non è tanto sui problemi materiali, economico-sociali del protagonista Eric, comunque non assenti dal racconto, quanto sulle sue difficoltà relazionali con la famiglia. Eric infatti si ritrova con due rapporti sentimentali finiti male e con due figli adolescenti da accudire in casa, più una figlia con nipotina in fasce a cui non nega supporto; ma la sua attenzione è focalizzata sulla sua prima moglie, Lily, abbandonata giovanissima subito dopo il parto.
Eric non è mai riuscito a perdonarsi quel gesto inconsulto, dettato da una sostanziale sfiducia nelle proprie capacità di uomo alle prese con la responsabilità di una famiglia.
Molta parte ha avuto in questa sua insicurezza congenita la figura del padre, un uomo tratteggiato come una sorta di caterpillar, con i suoi perfidi piccoli occhi e le mani tozze, il suo fisico possente che si impone sul ragazzo Eric, frustrando la sua autostima.

Ma questo non è un film che indaga le motivazioni del disagio del protagonista; la commedia del regista inglese, perché appunto di commedia si tratta, è sulla possibilità di rialzarsi e di rinascere a nuova vita, riprendendo in mano le sorti della propria esistenza. Tutto comincia da una sorta di allucinazione, provocata da uno spinello, che porta Eric ad incontrare il suo mito, l’ex calciatore Eric Cantona. Questi è il suo doppio, l’alter ego, che, con il suo bizarro linguaggio infarcito di proverbi e luoghi comuni popolari, sprona l’omonimo Eric postino a riprendersi cura di sé e della sua vita, cominciando dal suo aspetto fisico, passando per il rapporto con l’ex moglie Lily, per terminare con quello con i due figli che ha in casa.
Eric ricomincia così lentamente a vivere, riscoprendo se stesso e i propri desideri soffocati dalla paura di agire: dopo aver riallacciato un dialogo con Lily, si occupa del figlio maggiore, invischiato in un pericoloso traffico di droga e d’armi.
L’uomo nuovo Eric non disdegna persino di chiedere aiuto laddove si rende conto di non avere oggettivamente la possibilità di fronteggiare il criminale che tiene in scacco il figlio Ryan; e i suoi amici gli vengono incontro, organizzando una spedizione punitiva quasi grottesca ai danni del malvivente, in cui tutti indossano la maschera di Cantona. Il calciatore diventa così un simbolo del gioco di squadra, del valore della “fellowship” che tanta parte ha nel risollevare la vita di Eric.
L’ironia gioca un ruolo fondamentale nell’economia del racconto, alleggerendone l’impalcatura con battute e trovate efficaci.

Il film scorre solido e asciutto, come nelle migliori prove del regista britannico; la macchina da presa segue la narrazione con una prevalenza di scene in campi medi, in cui i personaggi appaiono non di rado anche di tre quarti, ripresi di spalle, soprattutto nel campo-controcampo. Solo nella scena dell’irruzione della polizia le immagini si fanno concitate, mimando quelle di una ripresa amatoriale, in cui la macchina da presa insegue gli attori convulsamente, in un unico, nevrotico piano sequenza.
La luce è sempre omogenea, con una prevalenza di una sfumatura piuttosto scura, specialmente nelle scene d’interni e in quelle girate in automobile. Molto curato è però il chiaroscuro della scena del primo rapporto con Lily, quasi pittorico nell’evidenziare il carnato dell’attrice.
I flashback sono introdotti dal monologo del protagonista, senza particolari altri artifici visivi o sonori.
Palese, inoltre, la citazione da “Provaci ancora Sam” per il rapporto Allen-Bogart riproposto dai due Eric protagonisti.
Una colonna sonora discreta amalgama le sequenze, sottolineando con toni spesso nostalgici i passaggi relativi alle rievocazioni dei successi di Cantona.
Da vedere, come ogni film di Ken Loach, se non altro per la schiettezza dei suoi contenuti e l’autenticità del messaggio che, seppure infarcito di un non irrilevante surrealismo, promuove sempre un cinema positivo, proiettato in avanti, fedele al suo credo politico che un altro mondo, migliore di questo, è senz’altro possibile.

 
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