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Scritto da Elena Di Nardo Fusaro   
venerdì 04 aprile 2008

La banda
Titolo originale: The band's visit
Israele, Francia: 2007 Regia di: Eran Kolirin Genere: Commedia Durata: 90'
Interpreti: Ronit Elkabetz, Sasson Gabai, Uri Gavriel, Imad Jabarin, Ahuva Keren, Rubi Moskovitz, Khalifa Natour, Eyad Sheety, Saleh Bakri
Sito web: www.thebandsvisit.com
Nelle sale dal: 21/03/2008
Voto: 9
Recensione di: Elena Di Nardo Fusaro

labanda_leggero.jpegUn' opinione (ahimè assai diffusa tra i fautori del cine-intrattenimento..) sostiene che i cinefili abbiano la predisposizione per i drammi esistenziali, come se il peso lasciato da un film nello stomaco dello spettatore equivalga al valore impresso nella sua anima...
Questo film sembra nato per dare una spiegazione chiara e definitiva dell' assurdità di questa tesi: non è la pesantezza a determinare la profondità, poichè non esiste tematica che escluda l'ironia, quando tale tematica passi attraverso le mani lievi di un regista come Eran Kolirin.
La banda della polizia di Alessandria D' Egitto viene invitata a suonare in un centro culturale arabo in Israele, evento che -come il regista ci sottolinea in apertura- non lascerà grande memoria ai posteri, eppure aprirà lo spiraglio luminosissimo del cambiamento nei suoi protagonisti, nei suoi spettatori, nei due popoli.
Emergono da subito e in modo piuttosto netto -ma mai stereotipato- i "tipi umani" della nostra banda. La loro divisa celeste si staglia nell' ocra desertico del nulla in cui si ritrovano dispersi, a causa di un fatale errore di pronuncia nel nome del paese in cui avrebbero dovuto recarsi.
Sterile e desolata la cittadina Bet Hatikva, ma tutt' altro che aridi i suoi pochi abitanti, curiosi, sconcertati, ironici.
Dina li accoglie nel suo ristorante col suo modo di fare ospitale ma estroverso ad un livello imbarazzante, in particolare per l' impacciato direttore d' orchestra Tewfiq, rigido e interdetto da un comportamento
femminile tanto audace (chissà, forse un po' caricato dalla stessa Dina per sottolineare l' assurdità della condizione femminile nel mondo arabo?).
Il plotone si sparpaglia in varie case, ognuno a vivere la sua nottata surreale, perplessa e umanissima, perchè questo film è prima di tutto un' avventura umana, in cui musica, poesia e cinema fanno da collante in ogni occasione in cui le differenze culturali stanno per prevalere, per un motivo o per l' altro, sulla sensibilità universale che accomuna indistintamente gli individui e i popoli.
Ecco allora che nei momenti in cui si rischia di non capirsi si suona una composizione non conclusa al clarinetto, per spiegare cosa sia l' amore si recita una poesia nella propria lingua, poichè se è vero che
è impossibile spiegare i sentimenti in una lingua straniera, è altrettanto vero che, paradossalmente, è sufficiente il suono delle parole, e non il significato, a trasmettere tutto.
Proprio quando l' aggressività di Dina sta per far rinchiudere in se stesso il cuore indurito del povero Tewfiq, la donna ci ricorda come il cinema arabo abbia costruito un sottile ponte tra il suo mondo e quel piccolo uomo in divisa, affranto, che il caso ha fatto precipitare nella sua vita, per una notte. Che notte.
Una cabina telefonica, una pista di pattinaggio, una donna vestita di rosso e "tanta, tanta solitudine".
Il giorno arriva, e un saluto timido rivolto alla sua ospite attraversa le mani di Tewfiq, severe e lievissime quanto quelle del regista, poi un gesto deciso e ampio, da direttore d' orchestra.
Tutto il resto è musica.

 
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