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Like You Know It All PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 7
ScarsoOttimo 
Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 12 luglio 2010

Like You Know It All
Titolo originale: Jal aljido mothamyeonseo
Corea: 2009  Regia di: Hong Sang-soo Genere: Commedia Durata: 126'
Interpreti: Kim  Tae-woo, Ko Hyun-jung, Uhm Ji-won
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Filosofico

Like You Know It AllIl regista Ku Kyung-nam viene invitato a far parte della giuria del festival cinematografico di Jecheon, una sperduta città di provincia. Qualche giorno dopo parte per l’isola di Jeju, dove dovrà tenere una lezione di cinema ad alcuni studenti.
Da “Virgin Stripped Bare by Her Bachelors” fino a “Night and Day”, passando per “Woman on the Beach” e “Tale of Cinema”, i protagonisti dei film di Hong Sang-soo appartengono tutti alla medesima categoria; genericamente artisti, possono essere scrittori, registi, studenti di cinema, galleristi, professori universitari e persino pittori impegnati in disastrose trasferte parigine. Questa affollata compagine condivide non solo una vocazione per l’arte, ma anche una certa affinità comportamentale.

Per la maggior parte del tempo i suoi personaggi si dedicano ad occupazioni ordinarie, quali bere enormi quantità di alcol, conversare fino allo sfinimento sciorinando banalità e intrecciare relazioni fallimentari, insomma, le classiche occupazioni di ognuno di noi. Questo penultimo “Like You Know It All” non fa eccezione alla regola, mettendo in scena un trasparente alter ego del regista, di buona reputazione critica ma di scarso successo commerciale, e le sue meste vicissitudini, ovvero bere, filosofeggiare e, non troppo sorprendentemente, imbastire relazione inconsistenti. A questa insistenza monomaniacale non è estraneo un certo compiacimento, rilevabile soprattutto nella forma. La regia è volutamente goffa e disadorna, come se Hong avesse cose più importanti da fare. Zoom da plotone d’esecuzione e bruschi movimenti di macchina pseudoamatoriali non sono casuali o dettati dall’incompetenza, ma una scelta deliberata, oserei dire filosofica, perché permettono il maggior livello di verità, concedendo la maggiore libertà possibile ai personaggi. Bisognerà vedere se lo spettatore avrà voglia di seguire il regista su questa strada o sceglierà di precipitarsi verso l’uscita più vicina.

“Like You Know It All” è un dittico simmetrico che, miracolosamente, riesce a non diventare artefatto. Nella prima parte ci troviamo in piena liturgia festivaliera, con il consueto contorno di organizzatori entusiasti, critici inclini al colpo di sonno, pornostar in vena di riciclarsi come attrici impegnate, registi che si detestano fra di loro e quant’altro. Ku, stremato dalle proiezioni, incontra un suo vecchio amico, il quale lo invita a cena.
Seguiranno una serie di equivoci, ipocrisie, incomprensioni al limite del grottesco, che si riproporranno tali e quali nella seconda parte, quando Ku incontrerà una sua vecchia fiamma, moglie di un anziano pittore.
Le corrispondenze sono molteplici, dalla lettera alla frettolosa relazione clandestina, destinata a finire in maniera tragicamente ridicola. C’è sempre qualcuno che vomita fuori campo, qualcuno che russa, qualcuno che arriva a rimproverare Ku per le sue presunte mancanze, ed è significativo che, nonostante la straripante logorrea dei personaggi, regni un’assoluta mancanza di comunicazione.

Lo sguardo non è caustico o irriverente, né tantomeno si registrano aspirazioni alla satira, se non di riflesso. Hong Sang-soo si limita a constatare freddamente lo stato delle cose, porgendoci uno specchio in cui rifletterci. Nonostante sul suo cinema aleggi più di un sospetto di narcisismo, l’inadeguatezza di Ku, le sue indecisioni e il suo malessere esistenziale ci riguardano infatti molto da vicino.
Oltre a citare Duchamp e Aragon nei titoli dei suoi film, Hong Sang-soo ha dichiarato di avere come punti di riferimento Bresson e Rohmer, ma non possiede la complessità tematica del primo né la grazia libertina del secondo.
Qualcuno ha accostato, non a torto, il suo cinema a quello di Woody Allen, ma senza le battute, anche se l’osservazione più congrua è la stessa che fa una studentessa a Ku durante il suo inconcludente seminario: “Lei non è un regista, è un filosofo.”

 
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