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Scritto da Nicola Picchi   
sabato 09 agosto 2008

Once Upon a Time
Titolo originale: Once Upon a Time
Corea: 2008 Regia di: Jeong Yong-ki Genere: Commedia Durata: 110'
Interpreti: Park Yong-woo, Lee Bo-young, Kim Eung-su, Ahn Kil-kang, Lim Hyeong-jun
Sito web:
Voto: 6
Recensione di: Nicola Picchi

onceuponatime_leggero.jpegSiamo in Corea nei primi anni ’40, durante l’occupazione giapponese: Yamada, ufficiale dell’esercito nipponico, s’impadronisce di una reliquia nazionale dal valore incalcolabile, un diamante da 3000 carati chiamato “La luce dell’Est”, e vorrebbe contrabbandarlo in Giappone prima della resa dell’imperatore, che avverte imminente. Le cose non saranno così semplici, perché a caccia della preziosissima pietra ci sono anche Kanemura, uno spregiudicato trafficante di reperti archeologici legato alla resistenza, e Haruko, un’affascinante cantante di jazz, nonché abilissima ladra.
“Once Upon a Time”, ultima opera di Jeong Yong-ki (Marrying the Mafia 2 e 3, The Doll Master), appare un ripensamento alquanto démodé del sottogenere d’avventura che imperversava nel cinema americano di un quarto di secolo fa, in seguito cannibalizzato e condotto all’estinzione dagli intraprendenti registi del cinema bis italico. Più che all’epopea di Indiana Jones, il film riporta alla mente risultati meno esaltanti, come il trascurabile dittico formato da “All’inseguimento della pietra verde” e “Il gioiello del Nilo”. Bisogna ammettere che il trapianto del format in terra di Corea ha dato risultati positivi e, seppure “Once Upon a Time” non apporti sostanziali variazioni a quanto già sperimentato altrove, si mantiene nei limiti di una garbata e godibile action-comedy. Gran parte del merito è da attribuire alla riuscita ricostruzione d’epoca, grazie alla scenografia di Ha Sang-ho e ai costumi di Yang Min-hye, che permette di indagare un periodo raramente esplorato dal cinema coreano, quello dell’occupazione giapponese che, iniziata nel 1915, terminò proprio nel 1945 alla fine della II Guerra Mondiale. La stessa epoca storica che faceva da cornice all’horror “Epitaph”, viene qui utilizzata come sfondo per una commedia senza grosse pretese, che però non manca di sottolineare il razzismo degli occupanti e la discriminazione a cui erano sottoposti i coreani, anche se arruolati nell’esercito del sol levante. Gli episodi più esilaranti sono affidati ad un’incredibile coppia di imbranati, il proprietario di un club e il suo cuoco, che si millantano combattenti dell’armata coreana di liberazione e progettano di assassinare il generale Yamada. Tra momenti di puro slapstick, equivoci, romantici interludi e fughe rocambolesche, il film procede, senza sorprese ma anche senza cadute di stile, fino al momento, certamente liberatorio, in cui la Corea sarà finalmente libera e all’ingresso dei locali si appenderanno cartelli che recitano: “Vietato l’ingresso ai cani e ai giapponesi”. Un prodotto che non pretende di essere più di quello che è, ovvero un’opera di solido intrattenimento, che vede il ritorno alla commedia dell’ottimo Park Yong-woo (My Scary Girl, Beautiful Sunday) ed in cui Lee Bo-young (A Dirty Carnival) lascia libero sfogo alle sua qualità canore. Il pubblico coreano ha giustamente apprezzato, ed il film ha conquistato un dignitoso quinto posto negli incassi complessivi del primo semestre di quest’anno.

 
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