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Ricky - Una storia d'amore e libertà PDF Stampa E-mail
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Scritto da Francesca Caruso   
giovedì 08 ottobre 2009

Ricky - Una storia d'amore e libertà
Titolo originale: Ricky - Una storia d'amore e libertà
Italia, Francia: 2009. Regia di: François Ozon Genere: Commedia Durata: 90'
Interpreti: Alexandra Lamy, Sergi López, Mélusine Mayance, Arthur Peyret, André Wilms, Jean-Claude Bolle-Reddat, Julien Haurant, Eric Forterre, Diego Tosi
Sito web: www.rickylefilm.com
Nelle sale dal: 09/10/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Francesca Caruso
L'aggettivo ideale: Immaginifico

ricky_leggero.jpgIl nuovo film del regista e autore François Ozon è stato presentato in concorso al 59° Festival di Berlino ed è stato prodotto in collaborazione con la Teodora Film, azienda italiana, che la vede attiva anche nel film successivo “Le Refuge”, che arriverà in Italia nella primavera del 2010.

Katie è una mamma single, che vive in un misero appartamento con la figlia di sette anni Lisa e lavora in fabbrica. Le sue giornate trascorrono in modo ordinario, la mattina accompagna Lisa a scuola, poi va a lavoro, riprende la figlia nel pomeriggio e insieme tornano a casa. La sua routine cambia quando conosce Paco, un collega della fabbrica, col quale inizia una relazione e dal quale ha un figlio Ricky.
Il nuovo arrivato necessita di tutta l’energia di Katie e quando la donna riprende il lavoro stabilisce dei turni con Paco per accudire Ricky. Un giorno, al suo rientro dalla fabbrica, Katie nota dei lividi sulla schiena del figlio, affronta apertamente il compagno credendolo colpevole dell’accaduto.
Paco se ne va di casa. Quei lividi in realtà nascondono un dono meraviglioso, due piccole ali, che inizialmente sono due piccole escrescenze, ma che fin da subito la mamma vede come un tesoro da proteggere.
La vita del piccolo nucleo familiare cambia notevolmente, soprattutto quando i media scoprono l’esistenza di Ricky.

Il film è liberamente ispirato al racconto “Moth” di Rose Tremain. François Ozon racconta con estrema semplicità una storia fantastica che prende l’avvio dalla realtà, rimanendone ancorata durante tutto il racconto.
C’è un cambio di tono dopo i primi venti minuti, la storia cambia direzione addentrandosi nella commistione col fantastico. L’ambientazione è proletaria, i personaggi di cui Ozon racconta l’esistenza sono reali, persone vere che affrontano problemi pratici (la ristrettezza economica) e psicologici (il momentaneo crollo emotivo di una madre lasciata sola a crescere il proprio bambino). Il regista pone l’accento sia sull’accettazione del diverso che la considerazione di questi come un arricchimento, il bambino diventa un tesoro, arricchisce questa famiglia, la sua diversità diventa un valore aggiunto.
Il regista si è voluto maggiormente addentrare e sviscerare molte situazioni della vita di una famiglia che sono date per scontate da una società ceca di fronte ad una realtà vigente ma della quale spesso si ha paura di ammettere l’esistenza perché scardinerebbe le sottili basi su cui poggia da troppi e innumerevoli anni.
Prima fra tutti è la materntà, oggi idealizzata fin troppo. Ozon mostra come la maternità sia più complicata di come si pensi nell’immaginario collettivo, mette in primo piano le difficoltà psicologiche e fisiche di una madre, le sensazioni positive e quelle negative.

Pochi altri registi hanno raccontato gli aspetti negativi che può subire una madre quando aspetta un bambino, quando il proprio corpo cambia, il rapporto col partner non è più il medesimo, il desiderio sessuale viene meno e al centro del proprio mondo c’è un essere fragile da proteggere e far crescere e le proprie necessità di donna sono defilate sullo sfondo.
La regista Adrienne Shelly, per esempio, ha voluto raccontare nel suo film Waitress – Ricette d’amore (2007) la paura di diventare madre, di non possedere il senso materno, mostrando i timori di una giovane donna che, poi, nel momento della nascita del proprio bambino prova un amore senza riserve.
La mamma di Ricky trova la serenità quando capisce che deve lasciarlo libero di affrontare la vita con le proprie forze, non si può proteggere e far vivere in una campana di vetro il proprio figlio per sempre.
Inoltre Ozon mostra la difficoltà di diventare padre, la fatica di trovare il proprio posto all’interno del nuovo nucleo familiare, come anche lo sforzo di Lisa che si vede sottratte le attenzioni della madre prima dal nuovo compagno e poi dal fratellino. Situazioni queste che lasciano spaesati e costretti a comportarsi secondo l’etichetta, immediatamente, anche se per assorbire dei cambiamenti si ha bisogno solo di un po’ di tempo e questo Ozon lo fa arrivare gradualmente allo spettatore.
Un altro aspetto altrettanto importante è la figura di Ricky e delle sue ali, che inizialmente non sono belle, anzi sono un po’ raccapriccianti, il bambino non rappresenta subito una figura angelica, nonostante ciò, con gli occhi dell’amore, la madre lo vede bellissimo.
Il lato immaginifico del racconto è posto in rilievo nella misura in cui serviva per dare corpo al fulcro del film, ovvero il nucleo familiare, nella visione del regista la famiglia è “un male necessario”.
Negli intenti di Ozon c’è quello di mostrare una madre che immagina di avere un bambino speciale per accettare la sua vita ordinaria. Tutti, in modo diverso, in fondo usiamo l’immaginazione, laddove qualcosa ci viene a mancare o risulta difficile da portare avanti nella nostra esistenza.

Nella seconda parte del film fa capolino l’intervento dei media (TV in testa), ma se inizialmente voleva essere una denuncia del loro agire, si è trasformato nella rappresentazione del mondo esterno al nucleo familiare, in contrapposizione a Katie e Ricky che raffigurano il mondo interiore, Katie non vuole condividere con nessuno il suo bambino.
François Ozon è riuscito a confezionare un film intimo, approfondendo delle tematiche universali, utilizzando la struttura della fiaba. In ogni fiaba l’elemento fantastico e straordinario è legato alla vita ordinaria e comune dei suoi personaggi.
Questo è un film che fa porre delle domande, lasciando volutamente delle sequenze aperte per dare l’opportunità a ogni spettatore di conferire la propria interpretazione e quindi diventare un fruitore attivo del racconto.

 
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