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Scritto da Anna Maria Pelella   
giovedì 12 gennaio 2012

Scabbard Samurai
Titolo originale: Saya Zamurai
Giappone: 2011. Regia di: Matsumoto Hitoshi Genere: Commedia Durata: 103'
Interpreti: Takaaki Nomi, Sea Kumada, Itsuji Itao, Tokio Emoto, Ryo, Rolly, Zennosuke Fukkin
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Circense
Scarica il Pressbook del film
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scabbard_samurai_leggero.pngKanjuro Nomi, un ronin in fuga con la figlioletta, viene catturato e processato per i suoi crimini.
La condanna a morte gli viene sospesa per un mese, in attesa di una possibile grazia, condizionata al caso in cui riuscisse a strappare un sorriso al figlio del Signore del villaggio, reso catatonico dalla morte della madre.

Kanjuro Nomi ha perso tutto. Non ha più un Signore e ha gettato via la sua spada, quindi la sua condizione di samurai è irregolare.
La sua vita vale poco e sua figlia lo esorta a morire con dignità.
Nella fuga indecorosa che ha intrapreso, con la figlioletta che a ogni passo lo invita alla resa e a una morte onorevole, continua a commettere crimini che aggravano la sua posizione già compromessa.
Quando viene catturato l’unica cosa che si interpone tra lui e la morte è la vaga possibilità di inscenare qualche cosa che possa strappare il sorriso a un bambino che ha perso la madre. Comincia così un bizzarra collaborazione con i suoi carcerieri e la riluttante figlia, tesa a inventare ogni giorno nuovi e sempre più divertenti modi per intrattenere il bambino e, con lui l’intero villaggio.

Dopo il pirotecnico Symbol, Matsumoto ritorna dietro la macchina da presa per raccontare un’altra storia dal sapore surreale e dai contenuti pregni delle sue personalissime fantasie. Attraverso l’avventura del ronin Kanjuro Nomi, propone ancora una volta l’immagine di un uomo bloccato in una situazione folle che deve agire in modo più folle ancora per tentare di uscirne.
Le strategie messe in campo dal povero Kanjuro, condannato a morte tramite seppuku e intenzionato a evitare la triste fine, acquisiscono via via caratteristiche sempre più circensi, dando al regista la possibilità di riproporre tutti i suoi stilemi e le iperboliche rappresentazioni che lo hanno reso famoso.
Ma se nel bellissimo Symbol a ogni azione del povero protagonista corrispondeva una reazione dell’universo circostante, in questo Scabbard Samurai tutti i tentativi di Kanjuro non sortiscono alcun effetto.
Egli deve quindi scalare progressivamente le dimensioni dei suoi tentativi, per attirare l’attenzione del bambino depresso dalla morte della madre.
L’intero villaggio fa il tifo per Kanjuro, i suoi tentativi non lasciano indifferente neanche il padre affranto, ma quello che alla fine si produrrà, pur essendo in parte imprevedibile, avrà il non trascurabile risultato di cambiare i sentimenti di tutti i comprimari e riscattare l’esistenza di un uomo considerato inutile da tutti.

La portentosa maschera del ronin silenzioso e senza dignità è la parte più divertente della rappresentazione, cui fa da contraltare la figlioletta, che riesce con pochi e mirati tocchi ad attirare l’attenzione del villaggio intero e dello spettatore, incantati insieme dal fascino di una ragazzina dalla potente espressività. Il tutto è ottenuto con attori non professionisti, trovati per caso e scelti dal regista proprio per la mancanza di esperienza.
La regia pirotecnica e ispirata rende la storia avvincente anche nelle iperboliche ripetizioni, e mentre tutto il villaggio accorre ad assistere alle nuove acrobazie del ronin silenzioso, lo spettatore potrà agevolmente riconoscere nell’ostinazione del protagonista il tenace attaccamento all’idea di sé che tutti i personaggi di Matsumoto evidenziano come tratto distintivo dell’opera del regista.
A uno sguardo più approfondito le rappresentazioni di Matsumoto hanno un filo conduttore in realtà abbastanza evidente, che è quello canzonatorio di chi ha sempre preferito un’ottica obliqua, segno inestinguibile di una visione alternativa di quelli che sono gli stilemi di un cinema che si muove pur sempre all’interno dei binari più classici.

Il genere è qui preso come contenitore entro il quale mescolare al meglio tutti gli ingredienti che, una volta buttati nel calderone della visione surreale che ammanta ogni sua rappresentazione, finiscono per rinnovare l’insieme e regalare una divertente divagazione sui temi tradizionali del cinema giapponese.
E se alla fine Kanjuro, come il protagonista senza nome di Symbol, subisce una trasformazione in corso d’opera, quasi a sottolineare l’impossibilità a perseguire un percorso lineare, è anche vero che la direzione immaginata da Matsumoto è rivolta sempre verso una dimensione migliore, come a voler indicare la tendeza di un cinema che, destrutturandosi durante il cammino, non può che uscirne arricchito.

 
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