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Se mi lasci non vale PDF Stampa E-mail
Scritto da Luca Orsatti   
mercoledì 20 gennaio 2016

Titolo: Se mi lasci non vale
Titolo originale: Se mi lasci non vale
Italia 2016 Regia di: Vincenzo Salemme Genere: Commedia Durata: 96'
Interpreti: Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Serena Autieri, Paolo Calabresi, Tosca D'aquino
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 21/01/2016
Voto: 5
Recensione di: Luca Orsatti
L'aggettivo ideale: Incompiuto
Scarica il Pressbook del film
Se mi lasci non vale su Facebook

semilascinonvale_leggero.pngC’è un filo conduttore nemmeno tanto sottile che lega il penultimo film di Vincenzo Salemme a Se mi lasci non vale. Due anni fa …E fuori nevica, commedia teatrale trasposta al cinema, si perse proprio al passaggio: concentrato più sui suoi personaggi che sulla vicenda, si tratta di un film che non riesce a reggere sul grande schermo.
In quest’ultimo lavoro, Salemme propone qualcosa di leggermente diverso, più centrato ma pur sempre viziato da quella che è in fondo un’impostazione vera e propria, la sua, chiaramente influenzata dalla tradizione a cui il regista e attore appartiene.

Se mi lasci non vale gioca su questa vendetta amorosa da parte di Vincenzo (Salemme) e Paolo (Calabresi), due uomini che s’incontrano per caso una sera e si riconoscono nella comune “disgrazia”, ovvero quella di essere stati scaricati dalle rispettive fidanzate. Il piano attraverso cui Vincenzo intende fargliela pagare è il seguente: Paolo corteggia la fidanzata di Vincenzo, mentre quest’ultimo quella di Paolo.
Uno scambio di coppia, insomma, che alla fine dovrà risolversi in una plateale pedata nel sedere ai danni delle due donne, perché, così pare, loro soffrono da morire quando vengono lasciate dall’uomo per i quali s’innamorano davvero. Un espediente come un altro, che mette in moto quel dispositivo contrassegnato da gag e classici siparietti ai quali Salemme è molto legato. Immancabile l’amico Carlo Buccirosso, un attore che dove lo metti sta, e che da queste parti gode di una stima particolare. Anche qui, da comprimario qual è, ci mette poco a porsi quale mattatore, togliendo la scena a tutti gli altri. D’altronde il suo è un personaggio che si presta, vale a dire uno squattrinato attore che raccatta spiccioli nei teatri di quartiere, sbattendo in faccia ai detrattori la Spiga d’Oro che vinse quale miglior comparsa italiana.

Ed è al teatro che bisogna tornare, riallacciandoci a quanto scritto in apertura. Basti la reiterata scenetta tra Buccirosso ed un tizio effeminato che lo segue in più posti per dirgliene di tutti i colori, situazione tipica da commedia napoletana, divertente dal vivo, meno efficace su schermo. Ma dato che si stiamo soffermando sui personaggi, che dire di Calabresi? Qui l’attore romano ha le ali tarpate proprio in relazione alla componente che meglio lo qualifica, ossia la sua romanità; figlio di padre napoletano e madre romana, a parte l’inflessione romanesca non si rintraccia più niente in lui della Capitale. Il suo Paolo è un goffo tecnico informatico senza ambizione, né a conti fatti cultura, timido e insicuro; una sfida che Calabresi non riesce ad affrontare nel migliore dei modi.

Per sé Salemme riserva la parte apparentemente principale, ma che in realtà resta di più sullo sfondo; importante in quanto manovratore della vicenda, quasi un regista aggiunto davanti alla macchina da presa, ma meno esposta anche in funzione dell’epilogo. Sulle due donne emerge un problema analogo a quello riscontrato con Calabresi, specie riguardo a Tosca D’Aquino, alla quale viene chiesto di darsi un tono per l’intera durata del film, vanificando la verve comica dell’attrice partenopea. Emerge perciò un problema di miscasting, che per una sceneggiatura così ancorata ai suoi protagonisti finisce col trasformarsi in un limite sostanziale.

Al solito, va detto, non mancano quei passaggi brillanti, in cui si sorride per davvero (quasi tutti con Buccirosso in campo); solo che non ci pare abbastanza. L’idea di cinema popolare proposta da Salemme non è “sbagliata”, se non fosse però per quella sua connaturata tendenza ad alienarsi dal mezzo cinematografico, facendo sovente ricorso a dinamiche e meccanismi da teatro. Il fatto che questi frangenti rappresentino i più riusciti deve incoraggiare certe domande, perché far sorridere è un’impresa, non si discute… ma non è tutto lì.

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