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Action Boys PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 2
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 23 marzo 2009

Action Boys
Titolo originale: Action Boys
Corea: 2008 Regia di: Jeong  Byeong-gil Genere: Documentario Durata: 109'
Interpreti:Kwon Gui-duk, Kwak Jin-seok, Shin Sung-il, Jeon Se-jin
Sito web: 
Nelle sale dal:
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi

action_boys_leggero.jpegL’incipit è atipico: partendo dalle foto d’infanzia, viene ricostruita la biografia di Jeong Byeong-gil. Una voce fuori campo ne enumera ironicamente i personali fallimenti come aspirante calciatore, wrestler e artista, finchè non viene finalmente accettato alla Seoul Action School.

Jeong, oltre ad essere uno degli 8 (sui 36 della classe del 2004) ad essere diventato uno stuntman professionista, è anche il regista di “Action Boys”, vincitore dell’Audience Award al Jeonju International Film Festival.
Il documentario segue la vita di un gruppo di aspiranti stuntmen, dai provini d’ammissione fino ai durissimi allenamenti e al massacrante lavoro sul set, con un taglio che spesso sconfina nell’amatoriale. L’improvvisazione e l’evidente assenza di un progetto preciso e di una visione d’insieme che unifichi il materiale girato, lungi dal costituire un difetto, regalano al film un’immediatezza e una freschezza difficilmente ottenibili altrimenti. Il ritmo è caotico, e alterna interviste agli allievi della scuola, in cui gli intervistati raccontano i loro sogni e le loro aspirazioni, a riprese rubate sui set dei blockbuster del cinema coreano.
Abbiamo così uno stuntman che, prima di un volo dal ponte durante una scena di “The Host”, spiega di soffrire di vertigini, o una disamina degli infortuni che si sono verificati durante la lavorazione di “The City of Violence”, “Crying Fist” o “Public Enemy”. Il tono è sempre sarcastico, ma dietro l’umorismo si avverte in maniera tangibile la fatica e il dolore fisico indissolubilmente legati ad una professione sottopagata, nonchè un certo disincantato risentimento verso l’industria del cinema, che li spreme senza pietà.
I ragazzi cominciano questo lavoro nell’illusione di emulare Stephen Chow, Jackie Chan o Jet Li, ma quello che riescono a ottenere sono denti rotti, contusioni, cicatrici e fratture. Il tutto per apparire in film in cui saranno a malapena riconoscibili in un paio di inquadrature o, all’apice della carriera, diventare coreografi di scene d’azione come Jung Doo-hong, collaboratore storico di Ryoo Seung-wan e fondatore della Seoul Action School. Non a caso ci viene mostrato il commovente funerale di Ji Joong-hyun, stunt director scomparso a soli 33 anni che, nonostante una lunga carriera e decine di film, è riconoscibile unicamente in un’intervista rilasciata alla televisione.

Jeong  Byeong-gil non si risparmia e prende in giro anche se stesso, portandoci sul set del suo film no-budget “Standing on the Edge of the Sword”, ma i provini e le considerazioni del selezionatore sono senz’altro la parte più divertente del film. Poi l’umorismo si fa più acre e le interviste prendono il gusto amaro della confessione a denti stretti: l’incertezza del futuro, l’impossibilità di avere una relazione stabile a causa di una vita nomade e la pericolosità della professione prendono il sopravvento.
Jeong si prende una piccola rivincita mostrandoci le esibizioni dei suoi compagni di corso davanti ad un pubblico di studentesse in delirio, comprensive di qualche indiscrezione sulle star più odiate dagli stuntmen, quelle che tendono a lasciarsi trasportare un po’ troppo durante le scene d’azione.
“Action Boys” segue anche le vite di chi non ce l’ha fatta a superare la selezione ed è tornato a lavorare in campagna o ha intrapreso altre lavori, l’insegnante d’aerobica o la guardia giurata, o di chi ha abbandonato la professione.
Il momento che riassume in maniera esemplare la vita dello stuntman è però quello del lunghissimo viaggio in Cina per raggiungere il set di “The Good, The Bad, The Weird” di Kim Jee-won: un approdo nel deserto e un’inutile attesa, preludio ad un interminabile ritorno.

 
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