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Roman Polanski: A Film Memoir PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
domenica 20 maggio 2012

Titolo: Roman Polanski: A Film Memoir
Titolo originale: Roman Polanski: A Film Memoir
Italia, Francia: 2012. Regia di: Laurent Bouzereau Genere: Documentario Durata: 94'
Interpreti: Roman Polanski, Andrew Braunsberg
Sito web ufficiale: www.luckyred.it/afilmmemoir
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 18/05/2012
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Intimo
Scarica il Pressbook del film
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romanpolanskiafilmmemoir_leggero.pngRealizzato nel 2009, quando il regista era agli arresti domiciliari nella sua casa di Gstaad, “Roman Polanski: A Film Memoir” è un’autobiografia in forma d’intervista, in cui un maestro del cinema contemporaneo si racconta davanti alla macchina da presa.
L’intervistatore è Andrew Braunsberg, amico e sodale, nonché produttore del film insieme a Luca Barbareschi. In attesa che il governo svizzero si pronunci sulla richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti per l’assurda vicenda di Samantha Geimer, Polanski lascia vagare liberamente la memoria, regalando allo spettatore ”la versione di Roman” e rievocando tutta la sua vita. Un’esistenza segnata, come rimarca Braunsberg, da una serie di tragedie personali e di successi professionali, entrambi con il carattere dell’eccezionalità.

Il regista rammenta la sua infanzia in Polonia e gli orrori dell’invasione nazista, una tragedia vissuta in prima persona attraverso le asprezze della vita quotidiana nel ghetto di Cracovia, che rivivranno con superba nitidezza ne “Il Pianista”.
Si commuove ricordando la morte della madre ad Auschwitz, la fuga dal ghetto e la sua precaria sopravvivenza, affidata alla benevolenza (si fa per dire) delle famiglie che lo ospitarono (a pagamento) e lo nascosero fino all’arrivo dell’Armata Rossa.
Parla del suo amore per il cinema tanto che, dice lui, imparò a leggere con i sottotitoli dei film. Ricorda il successo internazionale de “Il coltello nell’acqua”, che ottenne una candidatura all’Oscar ma fu osteggiato dal regime comunista, e la sua decisione di trasferirsi a Parigi.

Prosegue accennando ai primi grandi successi, storia nota che non vale rivangare in questa sede, inframezzando nel discorso qualche giudizio sorprendente (“Repulsion” è una marchetta) e qualcuno non proprio inaspettato (“Il Pianista” vorrebbe fosse posto sulla sua lapide). Il tono della conversazione è affettuoso, intimo e colloquiale, incentrato più sulla vita vissuta che sull’arte, e bisogna dire che Braunsberg si dimostra premuroso e un po’ ovvio, esattamente come ci si aspetta che si comporti un amico di vecchia data.
Polanski appare spontaneo e malinconico, disponibile a lasciarsi andare al flusso dei ricordi, anche quelli meno piacevoli da fronteggiare, che non possono fare a meno di ferire emotivamente malgrado il trascorrere del tempo.
L’intervistatore si dimostra sempre empatico e comprensivo, non solo quando il regista affronta la terribile vicenda dell’assassinio di Sharon Tate ad opera della “Famiglia” Manson, ma anche quando si arriva al controverso episodio di Samantha Geimer, che lo vide incriminato per aver avuto rapporti sessuali con una minorenne.
Di quegli avvenimenti non tanto lontani, già sviscerati da Marina Zenovich in “Roman Polanski: Wanted and Desired” (2008), si ricordano il clima bigotto da caccia alle streghe e le strumentalizzazioni della stampa, una vera e propria persecuzione mediatica che non sembra essersi placata neanche a 32 anni dall’evento, e che ha lasciato tracce profonde sia sul “colpevole” che sulla “vittima”.

La regia di Laurent Bouzerau, produttore e regista specializzato in “Making-of”, fa grande uso di fotografie, materiali di repertorio e brani dai film, premurandosi di sottolineare in maniera fin troppo didascalica i parallelismi tra arte e vita e cercando di dimostrare quanto le vicissitudini di Polanski abbiano influito sul suo cinema. Un pensiero ovvio (numerosi sono gli inserti de “Il Pianista”), che a volte porta ad imperdonabili accostamenti di pessimo gusto, come quando Bouzerau giustappone le immagini di Mia Farrow incinta (da “Rosemary’s Baby”) a quelle di Sharon Tate. Sottolineature banali che meglio sarebbe dare per assodate, dato che tutta la filmografia di Polanski ruota intorno al problema del male (Chinatown, Macbeth, La morte e la fanciulla, Rosemary’s Baby, Il Pianista), alla falsità e all’ipocrisia del perbenismo borghese, sotto il quale si celano impulsi inconfessabili (Il coltello nell’acqua, Luna di fiele, Carnage), all’angoscia e allo sradicamento dell’apolide (L’inquilino del terzo piano).
Un’angoscia che sembra essersi placata dopo l’incontro con Emmanuelle Seigner e la nascita dei figli, che hanno portato l’uomo Polanski alla stabilità e a una certa serenità, persecuzioni legali a parte.

“Roman Polanski: A Film Memoir” è il ritratto di un uomo in qualche modo pacificato, che è riuscito con inaspettato ottimismo a combattere e a superare tragedie che apparirebbero insormontabili alla maggior parte di noi.
Che poi quest’uomo sia anche un grande regista, è testimoniato dalla padronanza sopraffina con cui gestisce tempi, ritmi e pause dell’intervista.

 
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