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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 17 settembre 2007

Useless
Titolo originale: Wuyong
Cina: 2007. Regia di: Jia Zhangke Ke Genere: Documentario Durata: 80'
Interpreti: Ke Ma
Sito web:
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella

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useless_leggero_leggero.jpgUn viaggio nelle contraddizioni della Cina contemporanea, dove l’industria della moda conta da un lato la produzione in serie e dall’altro l’unico caso di una stilista affermata all’estero Ke Ma, la quale ha messo in piedi una casa di moda della quale cura ogni aspetto. In aperto contrasto col concetto di produzione parcellizzata, sistema che da anni sostiene l’economia cinese, Ke Ma ha creato una linea di capi unici, i cui tessuti sono disegnati a mano e le cui stoffe vengono invecchiate di proposito con procedimenti naturali.
Ke Ma ce l’ha fatta, una sola persona tra miliardi di cinesi, che lavorano una vita intera senza mai vedere i frutti del loro quotidiano affannarsi in fabbriche per la produzione di massa di capi che verranno esportati in tutto il mondo. Ke Ma ha inseguito un’idea, ha inventato da capo il concetto di moda, non più massificata, come ormai da anni la Cina produce per gli altri, ha messo a frutto la sua esperienza acquisita sul campo, copiando marchi famosi, ed è riuscita a valorizzare la creatività del suo popolo, dando anche ai suoi artigiani il piacere di vedere il lavoro finito. Ke Ma ha approntato tecniche per l’invecchiamento di stoffe, e disegnato capi unici, il suo nuovo marchio Useless, inutile è la sovrastruttura elevata ad arte.
E una parte di questo documentario, nono lavoro del Leone d’Oro Jai Zhangke Ke, trasuda orgoglio e piacere per la riuscita di questo esperimento, che in parte riscatta anni spesi a lavorare per gli altri, anni nei quali nessuno dei membri della catena di montaggio vedrà mai il prodotto finito. Se da un lato la riuscita di Ke Ma è segno del cambiamento che da anni lentamente modifica il sistema di produzione cinese, è anche vero che per ora si tratta di un caso unico, all’altra estremità ci sono realtà meno vincenti. Ci sono situazioni locali più tristi in cui le piccole botteghe di sartoria stanno sparendo risucchiate dalla globalizzazione, ed in cui il sarto artigiano deve rinunciare al suo sogno di una bottega tutta sua per andare a lavorare in miniera.
La dignità con la quale ciascuno di questi personaggi racconta la propria storia fa male al cuore, sono persone semplici che hanno già accettato che per loro non ci sarà un lieto fine, che i sogni li possono realizzare solo quelli che ne hanno gli strumenti, tutti gli altri possono solo continuare a sognare. Ke Ma è solo la punta dell’iceberg, il resto è costituito da persone che si adattano al sistema di vita che in Cina è la regola, fare parte dell’ingranaggio è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Ecco quindi l’artigiano che rammenda i vestiti dei minatori, nell'area mineraria di Fenyang la clientela abituale del sarto sono i minatori che scambiano due chiacchiere in attesa delle riparazioni e dei ritocchi per conservare più a lungo i loro vestiti, stanchi come chi li indosserà ancora una volta per continuare a lavorare.
Jia Zhangke Ke racconta tutto questo con amore, con lo sguardo poetico di chi conosce a fondo realtà sconosciute all’estero, di cui nessuno saprebbe nulla se fosse per il suo governo che da anni ostacola la realizzazione dei suoi documentari. Jia Zhangke Ke ha avuto la possibilità di far conoscere le sue opere anche grazie al premio ottenuto l’anno scorso a Venezia, premio dato in barba ai critici ammaestrati che in blocco avevano bigiato la proiezione, salvo poi correre a vederlo dopo per poterne parlare. Jia Zhangke Ke ha uno sguardo acuto e le cose che racconta non servono solo ad attirare l’attenzione su una realtà sconosciuta, ma soprattutto a dare voce alle persone che non ne hanno, in una sorta di amplificatore artistico che renda giustizia agli ingranaggi che tengono in piedi un’intera economia senza mai un lamento.
La sua regia è onesta, pulita come poche e non urla indignazione né preme per avere attenzione sulle note di dolorose storie personali, ma mira soprattutto al rispetto per chi non può esigerlo non avendone gli strumenti, all’amore per chi sa di essere indispensabile ad un sistema economico e non si tira indietro, anche se questo vuol dire rinunciare a sé stessi ed ai propri sogni.
Il Premio Orizzonti per il documentario non è altro che un nuovo tassello, per una carriera votata a dire la verità in una nazione che non lo apprezza ed in un mondo che non vuole sapere.

 
< Prec.

 

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