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Scritto da Anna Maria Pelella   
venerdì 07 giugno 2013

Titolo: Barbie
Titolo originale: Babi
Corea del Sud: 2012. Regia di: Lee Sang-woo Genere: Drammatico Durata: 97'
Interpreti: Lee Chun-Hee, Kim Sae-Ron, Kim Ah-Ron, Earl Jackson, Cat Tebow, Jo Yong-Suk, Lee Sang-Woo
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal:
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Venduto
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Barbie su Facebook

barbie_leggero.pngSoon-yeong è una ragazzina che si occupa di sua sorella Soon-ja e del padre mentalmente ritardato. Quando suo zio Mang-Taek le annuncia che presto sarà adottata da una famiglia americana, lei si rifiuta di lasciare la sua casa.
Sua sorella, invece, desidera da sempre andare in America, e insiste con lo zio per lasciarle prendere il posto di Soon-yeong. Ma la sua nuova famiglia nasconde un segreto.

Soon-ja è una ragazzina che sogna molto. I suoi sogni riguardano la vita in America e le Barbie, a cui vuole disperatamente assomigliare. Incurante della situazione in cui si trova, della miseria che la circonda, e dell’occasionale impossibilità di mettere un pasto in tavola, Soon-ja continua a digiunare per somigliare a una bambola.
Le sue fantasie riguardano una sua eventuale futura vita in America, nella sua idea un “luogo da sogno” a cui anela costantemente. Sua sorella, che nella realtà fatica a tenere insieme la famiglia, sembra ai suoi occhi toccata da un’incredibile fortuna: presto sarà adottata da una famiglia americana.
Una famiglia che è già venuta a vederla e aspetta con ansia il passaporto. Ma Soon-ja non si rassegna al suo destino e fa di tutto per attirare l’attenzione di papà Steve.

Lee Sang-woo, nonostante dichiari un’ammirazione per Wong Kar-wai, si è in realtà ispirato stilisticamente molto di più alla scuola di Kim Ki-duk, di cui è stato assistente in due diverse occasioni, per Time e Breath. Le sue precedenti prove (Mother is a whore e Father is a dog) hanno messo ben in chiaro il suo desiderio di raccontare la parte più dura della vita in Corea, quindi è con malcelato piacere che ci fa sapere di essersi ispirato, per questo suo ultimo lavoro, a una storia realmente accaduta alla fine degli anni ottanta nel suo paese. All’epoca un famoso regista coreano avrebbe voluto raccontare i fatti, ma il governo si oppose al progetto temendo di turbare i buoni rapporti con gli Stati Uniti. Anche se ci tiene a precisare che “ormai queste cose in Corea non accadono più” Lee mette comunque direttamente il dito nella piaga dell’opulenza americana contrapposta alla miseria di altre parti del mondo meno fortunate.
L’America delle opportunità è qui dipinta come un sogno, un luogo in cui non si può che stare bene, peccato che questo benessere sia riservato ai soli americani i quali, noncuranti della scorie che si lasciano dietro, continuano a consumare tutto quello che incontrano sulla loro strada e di cui hanno bisogno al momento. La Corea è descritta, invece, come un paese in cui tutto è a buon mercato, anche la vita delle persone, mentre i sogni di queste vengono letteralmente fagocitati dalla capacità di spesa infinita di un portafogli d’oltreoceano. Lee racconta, con una crudezza mitigata dalla volontà di uscire dalla nicchia del cinema indipendente a basso budget, la storia di una famiglia come devono essercene tante, una di quelle disposte a dare tutto pur di vedere realizzato un sogno e, da che esiste il mondo, non c’è sogno che non si possa comprare.
Il racconto ha un che di amaro sin dall’inizio, al solo pensiero che una ragazza, per vedere assicurato il suo futuro, debba lasciare la sua casa per andare in un paese di cui ha solo sentito parlare, ma quando la storia evolve velocemente verso il suo prevedibile epilogo, lo spettatore non può che inorridire di fronte alla considerazione dello scarso valore attribuito alle persone, da parte di chi ha la possibilità persino di comprarle.

La strepitosa interpretazione di Kim Sae-ron (A Brand new life, Neighbors, The Man from nowhere) accentua la sensazione di ingiustizia che pervade l’intera pellicola, mentre la regia sobria e meno cruda del solito, sottolinea senza eccessi la noncuranza verso il prossimo di tutti gli adulti della storia.

 
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