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Double Xposure PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
mercoledì 19 dicembre 2012

Titolo: Double Xposure
Titolo originale: Erci puguang
Cina: 2012. Regia di: Li Yu Genere: Drammatico Durata: 105'
Interpreti: Fan Bingbing, William Feng, Huo Siyan, Joan Chen, Yao An-lian
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Sovraesposto
Scarica il Pressbook del film
Double Xposure su Facebook

double_xposure_leggero.pngSong Qi, specialista di chirurgia estetica in una clinica privata, inizia a sospettare che il suo ragazzo Liu Dong, il quale lavora come chirurgo nella stessa clinica, la tradisca con la sua migliore amica Zhou Xiaoxi. Già notevolmente stressata dal fatto di dover accudire il padre che risiede in un ricovero per anziani, Song Qi una sera a una festa intravede Dong e Xiaoxi che fanno l’amore, e non esita a confrontarsi con la sua amica il giorno seguente.
Tra le due donne scoppia un feroce litigio, e nella concitazione del momento Qi strangola l’amica e ne seppellisce il cadavere in giardino.
Quando un poliziotto viene a interrogarla in merito alla scomparsa di Xiaoxi, Qi cerca di escogitare una soluzione convincendo una cliente della clinica a rifarsi il viso con i lineamenti dell’amica.

Quando una regista di talento come Li Yu, di cui si ricordano molto positivamente “Lost in Beijing” (2007) e “Buddha Mountain” (2010), tenta un approccio al cinema di genere, nella fattispecie il thriller psicologico, il risultato non può che essere sghembo e viziato da inopportuni vezzi autoriali. E’ il caso di “Double Xposure”, un film con l’anima divisa in due, un ibrido disarmonico che cerca di conciliare esigenze commerciali e artistiche, finendo per risultare grottesco, alla maniera delle creature dei bestiari medievali.
Principale indiziata del misfatto è una sceneggiatura goffa e risibile, opera della stessa regista e del produttore Fang Li, che cerca di tenere il piede in due scarpe azzardando una netta cesura a metà minutaggio, mossa compiuta non con la grazia del bisturi del chirurgo, ma con la brutalità del colpo di mannaia del macellaio.

La prima parte si risolve in uno psycho-thriller trito e convenzionale, in cui la tormentata Song Qi ha probabilmente ucciso la sua migliore amica Xiaoxi e ne ha seppellito il cadavere in giardino, mentre il suo ragazzo, colpevole di tradimento, sembra essere misteriosamente scomparso. Il detective Liu Jian si insospettisce, inizia a fare troppe domande, e allora Song Qi lo investe con l’automobile. Ma forse no.
Può darsi che le cose non siano andate esattamente come la protagonista le ricorda, e che magari questo velleitario pasticcio a base di chirurgia estetica, amiche assassinate e fidanzati che non sono tali, possa essere frutto della sua immaginazione sovraeccitata. Anzi, vista la banalità dello script, è quasi inevitabile che le cose siano andate proprio così, come ci viene effettivamente confermato da un twist che rattrista per ovvietà ma irrita per supponenza, visto l’esibito campionario di raccogliticci traumi infantili e ammiccamenti hitchcockiani.
Segue l’immancabile parte espositiva, che tracima nella seconda parte del film. Archiviato lo psicodramma ci si inabissa nel mélò familiare, completo di madri adultere, padri vendicativi, simbolismi a go go, bagni in acque lustrali e finalino consolatorio.
La doppia esposizione va fuori fuoco, e anche di senso ne conserva assai poco; la storia di Song Qi, che poteva avere una ragion d’essere intesa come un viaggio alla riscoperta della propria storia familiare, un itinerario che è anche un percorso di guarigione, è compromessa dal bric à brac che la precede.

Una sceneggiatura da cestinare è dunque l’imperdonabile pecca di “Double Xposure”, perché malgrado tutto Li Yu è una regista accorta e competente. Il film riserva infatti più di una sorpresa per le soluzioni visive adottate, anche se l’impostazione estetizzante delle inquadrature è sempre al limite con lo spot d’autore, e non ci stupirebbe vedere Li Yu seguire le orme di Wong Kar-wai, e magari realizzare un’altra pubblicità del Chivas Regal. Fan Bingbing, alla sua terza collaborazione con la regista, si aggira fremente e spiritata da Beijing ai deserti dello Xinjiang, neanche fosse Renée Falconetti ne “La Passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer.
Una performance di alto livello, s’intende, ma degna di miglior causa e assolutamente sprecata. Irrilevante William Feng (il cacciatore di demoni di “Painted Skin: The Resurrection”) nel ruolo di Dong, e gradito ritorno di Joan Chen nelle vesti della direttrice della clinica.
Per la cronaca, Li Yu ha girato in digitale (smagliante fotografia di Florian Zinke), utilizzando il 16mm per i flashback. Doppia esposizione e doppio fallimento, dunque, per un film che ci si sente di consigliare esclusivamente agli estimatori di Fan Bingbing.

 
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