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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 24 settembre 2007

Izo
Titolo originale: Izo
Giappone: 2004. Regia di: Miike Takashi Genere: Drammatico Durata: 128'
Interpreti: Kazuya Nakayama, Kaori Momoi, Ryuhei Matsuda, Ryousuke Miki, Kitano Takeshi, Nagato Hiroyuki, Kiki Kirin
Sito web:
Voto: 9
Recensione di: Nicola Picchi

izo_leggero.jpg“La rivolta metafisica è il movimento per il quale un uomo si erge contro la propria condizione e contro l'intera creazione.” (A.Camus)
Con Izo, Miike Takashi firma il film probabilmente più ostico della sua sterminata filmografia, in parte assimilabile sia per modalità di rappresentazione che nel delineare un percorso iniziatico alla Montagna Sacra di Jodorowskiana memoria, di cui condivide la sovversione linguistica unita ad una certa sgangheratezza di fondo. Izo è un’opera sull’ineluttabilità della violenza ed insieme lo zenith dello sperimentalismo di Miike, cosa che lo rende, a tutt’oggi e con più di sessanta film alle spalle, un regista, per fortuna, impossibile da classificare. Il film ha una struttura circolare ed è strutturato intorno alla figura dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda simbolo dell’infinito: si apre con un documentario che illustra il formarsi di uno spermatozoo, cui seguono l’immagine di un feto e poi quelle di un parto, sequenza interrotta, con un brusco stacco, da alcune immagini di repertorio della II Guerra Mondiale. Miike sceglie come punto di partenza la scena finale di Hitokiri (1969), di Hideo Gosha, ovvero l’esecuzione del samurai Izo Okada, crocifisso e trafitto a morte. Ma lo spirito di Izo è soggetto alla legge del Karma e all’infinito ciclo della reincarnazione, e ritorna ancora e ancora assetato di vendetta, attraversando le epoche e costretto ad un infinito e sanguinario massacro. Ad ogni ciclo la sofferenza, inflitta e subita, ed il peso dei suoi crimini deteriorano progressivamente la sua immagine, finchè verso la fine assumerà le fattezze di un demone. Ma chi o che cosa è Izo? E’ una “personificazione dell’assurdo e dell’irrazionale”, è una “disfunzione nel sistema che appare occasionalmente”, è “tutto ciò che è inaccettabile”. Izo è l’Uomo in Rivolta teorizzato nel celebre saggio di Albert Camus: nella sua furia inarrestabile cerca di abbattere una dopo l’altra tutte le icone del potere: la Religione (l’Arcivescovo), la Nazione (il Generale), la Legge (il Primo Ministro, un imperturbabile “Beat” Takeshi) e persino Dio stesso (l’androgino Matsuda Ryuhei), in una negazione nichilista di tutti i valori visto che, come recitano i bambini di una scuola elementare prima dell’ennesimo massacro, “L’amore è solo una parola e le parole sono solo simboli fonetici, la democrazia è un’ ipnosi collettiva e la nazione un concetto costruito per controllare le persone”. Izo uccide l’amante tornata a rimproverarlo, taglia in due parti la madre naturale, che rimane aggrappata ad un albero con il tronco in un grottesco rovesciamento della nascita di Buddha dal fianco materno, e si accoppia con la Grande Madre, modello archetipo che contiene in sé tutti gli elementi del femminile. Archetipo che, in negativo, è elemento nemico della differenziazione che impedisce lo sviluppo del Sé, il quale, per unirsi alla propria parte femminile, deve differenziarsi da essa: non a caso l’incontro di Izo con la propria Anima si rivela fallimentare, nella misura in cui lui stesso è ancora intrappolato nell’Uroboro, in una condizione di totale assenza temporale. Izo cerca di spezzare l’eterno ritorno, di porre fine al ciclo di vita-morte-rinascita che porta solo altra violenza, dato che, secondo la dottrina buddhista tutto è dolore e la causa del dolore è proprio il desiderio di vita che porta ogni volta ad una nuova nascita. Ma l’incontro con il Dio-Imperatore lo porterà ancora ad una nuova, e forse definitiva, incarnazione (speculare a quella messa in scena in Gozu), come un’essere rinnovato e, forse, potrà raggiungere il Nirvana. Miike gioca con gli anacronismi, dato che i periodi storici convivono spesso nelle medesime scene: all’interno dell’Uroboro, regno dell’indifferenziato dove gli opposti non esistono e tutto si equivale, il tempo non esiste e, a sottolineare questo concetto, il regista cambia repentinamente d’ambiente su uno stacco d’inquadratura, in una sorta di continua ed anarchica sovversione spazio-temporale, concedendosi spesso spiazzanti raccordi di montaggio. Izo attraversa non solo il tempo, ma anche i generi cinematografici: uccide indiscriminatamente samurai, vampiri, yakuza, zombi in divisa della II Guerra Mondiale (probabile citazione di un episodio di Sogni di Kurosawa), membri della Swat, accompagnato da un cantore-aedo che, con le sue liriche dissonanti, sottolinea i momenti signficativi dell’azione.
Il film è anche una meditazione sulla violenza connaturata al genere umano e sull’inevitabilità dell’orrore (Izo è brutale perché umano, dirà uno dei personaggi del film), e Miike ce ne parla a modo suo, saturando l’immagine per eccesso con l’assoluta libertà a cui ci ha abituato da anni, e senza arretrare davanti ai momenti più gore ed estremi. Pur non possedendo la compattezza stilistica di altre sue opere (Audition, Box, A Big Bang Love, Visitor Q), Izo trae forza dalla somma delle proprie imperfezioni, talmente è denso di significati ed arricchito dalla polivalenza tipica dei simboli. In definitiva un’opera certamente tra le più importanti e seminali del maestro giapponese, che contiene allo stato embrionale molto del suo cinema che verrà.

 
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