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Lethal Hostage PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
domenica 07 aprile 2013

Titolo: Lethal Hostage
Titolo originale: Bian jing feng yun
Cina: 2012. Regia di: Cheng Er Genere: Drammatico Durata: 96'
Interpreti: Sun Honglei, Wang Luodan, Ni Dahong, Zhang Mo, Yang Mun
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: XI Asian Film Festival
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Virtuosistico
Scarica il Pressbook del film
Lethal Hostage su Facebook

lethal_hostage_leggero.pngQuando una crime story è suddivisa in un prologo e quattro capitoli, si è liberi di supporre che il regista coltivi una certa vocazione autoriale. E’ il caso di “Lethal Hostage” di Cheng Er, al suo secondo lungometraggio dopo “Unfinished Girl” (2007), il quale prende una storia non troppo originale utilizzandola come materiale grezzo per un rarefatto esercizio di stile.

Provincia dello Yunnan, ai confini con la Birmania: un detective è sulle tracce di un trafficante di droga, il quale si è rifugiato in uno squallido appartamento, attiguo a quello in cui abita, guarda caso, proprio la sorella del poliziotto. Ma il cane della donna continua ad abbaiare davanti alla sua porta, e l’uomo si trova costretto a risolvere la questione a suo modo.

Ma questo è solo il principio, perché Cheng Er ci tiene a destrutturare l’insieme scompaginando la timeline. Il collasso della cronologia è solo lo stratagemma più appariscente usato dal regista, gli altri sono la maniacale costruzione dell’inquadratura, il montaggio netto che delimita gli slittamenti temporali, la colonna sonora di Chen Weilun, ora minacciosamente rumoristica, ora melanconica.

“Lethal Hostage” racconta la vicenda di un trafficante di droga che prende in ostaggio una bambina, di cui nel corso del tempo si innamorerà, mero pretesto per architettare modulazioni virtuosistiche, che si intrecciano l’una con l’altra. I personaggi non hanno nome, in quanto archetipi fuori dal tempo (il gangster, il poliziotto, la ragazza, il padre) che non necessitano di una definizione ulteriore.
Non a caso, a parte la ragazza, i protagonisti non invecchiano malgrado il passare degli anni, e questo più che un errore sembra una dichiarazione d’intenti. Il gangster possiede l’impassibilità e il fatalismo dell’antieroe, per cui il destino non può che essere avverso; la ragazza la fiducia e lo sguardo limpido dell’innocenza; il padre il dolore della perdita e lo stupore dettato dall’incomprensione; il poliziotto la determinazione a compiere il proprio dovere.

Le traiettorie di questi personaggi collidono più volte, mentre assistiamo, tra sutra buddhisti e sventagliate di pallottole, all’ascesa del gangster da piccolo tirapiedi a boss del narcotraffico tra Cina e Birmania. La ragnatela invisibile che li lega è infatti quella tessuta dalle Parche. Ma prima che Atropo ne recida alcuni fili c’è spazio per un ultimo tentativo di riconciliazione, un effimero sprazzo di comprensione reciproca. A un certo punto il protagonista deciderà di ritirarsi, ma, come se ci trovassimo d’incanto in un “polar” d’oltralpe, c’è sempre un ultimo colpo da fare prima della fine, un tentativo aleatorio di forzare il destino, un aeroporto da raggiungere.

Pause e silenzi sono più espressivi delle parole, il pathos è imploso, congelato dai tagli e dalla nitidezza iperrealista delle inquadrature, mentre i dialoghi sono ridotti all’osso. Impressionano il dominio assoluto, quasi demiurgico, che Cheng Er impone sulla materia trattata e l’eleganza millimetrica dei movimenti di macchina.
In “Lethal Hostage” è impossibile trovare un passo falso o una sbavatura, e paradossalmente è proprio questa ossessione del controllo che impedisce per un soffio al film di diventare un capolavoro, che per definizione ha bisogno di far sfavillare nell’ombra una luminosa scheggia del caos.

In concorso all’XI Asian Film Festival di Reggio Emilia, il film ha dalla sua anche le ottime interpretazioni di Sun Honglei (A Simple Noodle Story, Drug War), quasi un “Samourai” melvilliano, e di Ni Hadong (The Assassins, La città proibita) nel ruolo del padre. In un’annata in cui il cinema di genere hongkonghese ha mostrato la corda, dal troppo esile “Motorway” di Soi Cheang al raccogliticcio “Cold War” di Longman Leung e Sunny Luk, “Lethal Hostage” fa ben sperare per la nascita di una solida alternativa nel cinema della Repubblica Popolare.

 
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