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Scritto da Nicola Picchi   
mercoledì 06 marzo 2013

Titolo: Masquerade
Titolo originale: Gwanghae, Wangyidoen Namja
Corea: 2012. Regia di: Choo Chang-min Genere: Drammatico Durata: 131'
Interpreti: Lee Byeong-heon, Ryu Seung-ryong, Jang Gwang, Han Hyo-joo, Kim Myung-gon, Kim In-kwon, Shim Eun-kyung
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito Florence Korea Film Fest
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Teatrale
Scarica il Pressbook del film
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masquerade_leggero.pngAnno 1616: Gwanghae, 15° monarca della dinastia Chosun, temendo di essere avvelenato incarica il suo segretario Heo-gyun di trovare un sosia che lo sostituisca a palazzo. Heo-gyun individua il candidato ideale in Ha-seon, intrattenitore in un bordello, e lo sottopone al Re per ottenere la sua approvazione. Qualche giorno dopo il sovrano cade ammalato per un sospetto avvelenamento, e Heo-gyun è costretto a rimpiazzarlo con Ha-seon, il quale viene rapidamente istruito sull’etichetta di corte.

Brillante variazione su un canovaccio divenuto classico, quello de “Il principe e il povero” di Mark Twain, “Masquerade” prende spunto da una nota a margine nei libri di storia: 15 giorni “perduti” durante l’ottavo anno di regno di Gwanghae, di cui non rimase traccia negli annali della dinastia Chosun. Dato che Gwanghae (1574-1641) spiccò tra i sovrani dell’epoca per l’audacia delle riforme proposte, quali l’introduzione dell’”hopae” (una primitiva carta d’identità), la redistribuzione delle terre e un’equa politica fiscale (tanto che fu deposto in seguito a un colpo di stato ed esiliato sull’isola di Jeju), nel film si ipotizza che in quel lasso di tempo si verificò un avvenimento che influenzò la sua fase di governo più illuminata.

Era dai tempi di “The King and the Clown” (2005) di Lee Joon-ik che un film in costume non sfondava al botteghino, anche perché, malgrado ogni anno si realizzino un buon numero di film ambientati durante la dinastia Chosun, e si tratti di un genere amato dal pubblico e dai produttori, spesso i risultati lasciano a desiderare. Solamente lo scorso anno sono usciti nelle sale “The Concubine” di Kim Dae-seung, penalizzato da una regia anonima in odore di dramma televisivo, e “Gabi” di Jang Yoon-hyun, melodramma popolare per palati facili d’insostenibile enfasi retorica. Sul versante comico, abbiamo avuto l’effervescente “The Grand Heist” di Kim Joo-ho e persino una vicenda analoga a quella di “Masquerade”, declinata in chiave di commedia: nel modesto “I am a King” di Jang Gyoo-seong, infatti, in seguito a una serie di equivoci un Re e uno schiavo si scambiano di posto con reciproca soddisfazione.

Il film di Choo Chang-min è assai più complesso e articolato nell’analizzare le meccaniche del potere, anche se non aspira certo alla tragicità shakespeariana del “Kagemusha” (1980) di Kurosawa Akira, altro illustre antecedente sul tema del sosia, ma tende ad alleviare la cupezza della tematica con una certa leggerezza dei toni. La briosa vivacità della prima parte non gli impedisce però di farsi emotivamente coinvolgente nella fase conclusiva, quando le cose iniziano a complicarsi volgendo al peggio. Il merito della riuscita del film è da ascrivere principalmente all’ottima sceneggiatura di Hwang Jo-yoon (Old Boy), che costruisce con umorismo personaggi umanamente credibili, e allo stupefacente exploit di Lee Byeong-heon nel doppio ruolo di Gwanghae e Ha-seon.
Nessuno si sarebbe aspettato dall’attore coreano, in genere a suo agio in ruoli molto “cool” (A Bittersweet Life, I Saw the Devil) che lo costringono entro una limitata gamma espressiva, una così ampia varietà di sfumature. Paranoico, tirannico e arrogante nel ruolo di Gwanghae, ingenuo e sprovveduto, ma anche dignitoso e volitivo, nel ruolo di Ha-seon, Lee centra la sua migliore interpretazione fino ad oggi, aggiudicandosi il premio come Miglior Attore Protagonista ai recenti Daejong Film Awards, così come sono ugualmente eccellenti i veterani Ryu Seung-ryong (War of the Arrows) nel ruolo di Heo-gyun e Jang Gwang (Silenced) nella parte del capo degli eunuchi di corte.

Il versante spumeggiante di “Masquerade” è riservato al primo, drammatico approccio di Ha-seon con le infinite minuzie della vita di corte. Anche se istruito da Heo-gyun, Ha-seon stenta ad adeguarsi alle norme che regolano la vita di palazzo, dai pasti pantagruelici, i cui eventuali avanzi sono destinati a nutrire la servitù, fino al rituale mattutino della defecazione del sovrano, di cui il nostro eroe, in una scena esilarante, scoprirà l’estrema complessità. Il povero Ha-seon, con suo estremo sconforto, dovrà anche tenersi lontano dalla Regina e dalle innumerevoli concubine, le quali potrebbero smascherarlo.
Ma un Re non sarebbe tale se non si trovasse al centro di cospirazioni e intrighi politici. Il ministro Park Chung-seo ha accusato di tradimento il magistrato Yoo Jeong-ho, fratello della Regina, confidando di detronizzarla in un secondo momento, e ha avvelenato Gwanghae con un oppiaceo.
E’ inutile dire che il falso Re si dimostrerà più intraprendente e coraggioso di quello vero, nonché assai più adatto a governare la nazione. Tra lo sconcerto generale, Ha-seon passa da utile idiota a sovrano vero e proprio, imponendo leggi più eque e opponendosi agli esorbitanti tributi pretesi dall’Impero di mezzo. Al ritorno del legittimo sovrano, la ragione di stato esigerà la sua sparizione, preferibilmente definitiva, ma forse il suo comportamento avrà aperto gli occhi a Gwanghae sulle ingiustizie sociali del regno e sulla povertà del suo popolo.

Ambientato quasi esclusivamente all’interno del palazzo reale, “Masquerade” ha un impianto marcatamente teatrale (infatti è stato rappresentato anche in teatro), accentuato dai sontuosi costumi di Kwon Yoo-jin e dalla rigorosa scenografia di Oh Heung-seok. Il regista Choo Chang-min (Mapado) ne asseconda la struttura mettendosi al servizio degli attori, mentre dolly appena accennati e sinuosi carrelli lungo i corridoi del palazzo lasciano intravedere giochi d’ombre e di potere. Il montaggio di Nam Na-yeong, tanto fluido da essere inavvertibile, e la splendida fotografia di Lee Tae-yun, che utilizza l’illuminazione dell’epoca, sono altrettanto importanti ai fini della riuscita complessiva dell’opera.
Una solida drammaturgia, i dialoghi intelligenti e un generico ma condivisibile elogio della tolleranza, hanno permesso al film, presentato in anteprima italiana al Florence Korea Film Fest, di fare incetta di premi ai Daejong Film Awards e di classificarsi al 4° posto tra i maggiori incassi del cinema coreano di tutti i tempi.

 
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