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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 28 maggio 2012

Titolo: My Way
Titolo originale: Mai-Wei
Corea: 2011. Regia di: Kang Je-gyu Genere: Drammatico Durata: 142'
Interpreti: Jang Dong-gun, Joe Odagiri, Fan Bing Bing, Kim In-kwon, Kim Hie-won, Oh Tae-kyung
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Retorico
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myway_leggero.pngCorea, 1928: il giovane Hasegawa Tatsuo si trasferisce a Seoul dove incontra Kim Jun-shik, un coetaneo che appartiene a una famiglia alle dipendenze dei suoi genitori, il quale condivide la sua passione per la corsa.
I due ragazzi sono separati da differenze etniche e di classe, e tra di loro nascono subito rivalità e competizione. Nel 1938, ritenuto responsabile dei disordini che si sono verificati al termine di una maratona, Jun-shik viene arruolato a forza nell’Armata del Kwantung e spedito al confine con la Mongolia, dove ritroverà Tatsuo diventato colonnello.

Tutto cominciò da una fotografia, quella di un soldato coreano con l’uniforme della Wehrmacht, catturato a Utah Beach il 6 giugno 1944. Identificato (pare) come Yang Kyung-jong, l’uomo fu poi internato in un campo di prigionia in Gran Bretagna, e alla fine della guerra si trasferì negli Stati Uniti, dove si spense serenamente nel 1992.
Ma come arrivò sulle coste della Normandia, e per quale motivo si trovò a indossare un’uniforme tedesca? E’ quanto racconta in “My Way” Kang Je-gyu, che torna alla regia a sette anni da “Taegukgi” con un film ispirato alla vicenda di Yang e al documentario “Korean in Normandy” (2005), una vicenda talmente paradossale che potrebbe essere autentica.

Il regista ci tiene a sottolineare la veridicità della storia, sostenendo che la parte finzionale riguarda esclusivamente la passione del protagonista per la maratona o, come direbbe Murakami Haruki, per l’arte di correre.
La corsa come metafora della vita, dunque, ma anche come mezzo per risollevare l’orgoglio nazionale della Corea oppressa e colonizzata.
Proprio nel 1936, infatti, il maratoneta Sohn Kee-chung si aggiudicò la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, chinando il capo in segno di protesta durante l’esecuzione dell’inno nazionale nipponico, e scatenando nel paese una ventata di nazionalismo. E sarà proprio il campione olimpico, in una delle scene più improbabili del film, a intercedere in favore del protagonista e a far revocare il bando deciso dai giapponesi nei confronti degli atleti coreani.
L’intervento di Sohn permetterà a Jun-shik di battere Tatsuo nelle preselezioni, ma sarà proprio la vittoria di Jun-shik, ingiustamente squalificato dai subdoli giapponesi, a scatenare la sommossa che lo porterà verso l’arruolamento forzato.

Ma è solo l’inizio, perché Tatsuo e Jun-shik sono destinati ad attraversare i campi di fuoco della II Guerra Mondiale. Quando l’esercito dell’Imperatore viene annientato dai carri armati sovietici nella battaglia di Nomonhan (1939), i due vengono deportati in un campo di lavoro nel distretto di Kungursky.
Arruolati nell’Armata Rossa quando Hitler invade l’Unione Sovietica, si battono contro i tedeschi e, unici sopravvissuti alla cruenta mattanza, si danno alla fuga in direzione della Germania.
Catturati dalla Wehrmacht in Ucraina, si ritroveranno nel 1944 in Normandia, pochi giorni prima del D-Day.
“My Way” dovrebbe reggersi in teoria sul rapporto conflittuale tra Tatsuo e Jun-shik, che dall’antagonismo iniziale dovrebbero arrivare, attraverso un processo che rimane relativamente oscuro, alla comprensione e all’amicizia.
Tatsuo, in quanto giapponese, è arrogante, crudele, razzista e di un fanatismo che rasenta l’idiozia. Jun-shik, in quanto coreano, è comprensivo, generoso e compassionevole.
Convinto che il soldato che scappa sia buono per un’altra volta, è dedito con ostinazione al suo sogno di diventare un grande maratoneta: corre nelle steppe mongole, corre tra la neve del campo di prigionia, corre sulle spiagge della Normandia, mentre tutt’intorno il mondo va in frantumi.

Lo stretto rapporto tra i due personaggi appare però scarsamente motivato e ancor meno credibile, se non ipotizzando che Jun-shik soffra di una sorta di sindrome di Stoccolma nei confronti del suo aguzzino.
Tatsuo riduce la sua famiglia in povertà, ne provoca indirettamente l’arruolamento forzato, lo condanna a morte, cerca di accoltellarlo nel campo di prigionia; eppure Jun-shik si premura di salvarlo, rinunciando alla libertà per avvisarlo dell’arrivo dei sovietici, rifiuta di ucciderlo dopo una lotta all’ultimo sangue e se lo trascina dietro per mezza Europa.
Questo per dimostrare che il sentimentalismo e l’umanità dei coreani alla fine avranno ragione del razzismo e del militarismo dei giapponesi. Sulla carta (e solo sulla carta), Tatsuo nel corso del film si renderà conto della follia della guerra e dell’assurdità delle sue rigide convinzioni, sviluppando a sua volta affetto e amicizia per Jun-shik.
Il loro incontro in Normandia è effettivamente girato da Kang come se fosse la riunione di due amanti che si ritrovano dopo molto tempo, e ci si aspetta che da un momento all’altro i due si abbandonino a qualche effusione, dando la stura alla latente ma fortissima tensione omoerotica della pellicola.

Peccato che la progressione drammatica e lo sviluppo dei protagonisti siano tragicamente monchi e incompleti, vanificando sia la credibilità che la coerenza dell’intero film. Per il resto, il regista gestisce con estrema professionalità le scene di massa e l’armamentario del war-movie: tornano le SS di Hirohito, i seppuku a maggior gloria dell’Imperatore e gli attacchi kamikaze, con il solito contorno di camera a mano convulsiva e soggettive dei proiettili.
Kang Je-gyu cita “Intrigo Internazionale” facendo mitragliare Jun-shik, novello Cary Grant, da un aereo sovietico; inserisce Shinrai, un cecchino cinese interpretato da Fan Bing Bing, a maggior beneficio dell’effetto drammatico (il cecchino donna sembra ormai un passo obbligato, da “Full Metal Jacket” a “The Front Line”); mette in scena una risibile partita di pallone in stile “Mediterraneo” tra i soldati della Wehrmacht sulle spiagge della Normandia (ma è la Lettonia).

Insomma, compone il sue personale inno al pacifismo e alla riconciliazione tra i popoli con un sentimentalismo e un patetismo talmente grevi da far scivolare il film nel ridicolo involontario.
E bisogna ammettere che Andrea Bocelli che canta “To Find My Way” sui titoli di coda, assesta il colpo di grazia definitivo. Costato la stratosferica somma di 25 milioni di dollari, malgrado la buona prova di Jang Dong-gun (Taegukgi) e Joe Odagiri, “My Way” ha deluso anche al botteghino, ottenendo un risultato inferiore alle aspettative.

 
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