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Port of Call PDF Stampa E-mail
Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 14 novembre 2016

Titolo: Port of Call
Titolo originale: Port of Call
Hong Kong 2016 Regia di: Philip Yung Genere: Drammatico Durata: 120'
Interpreti: Aaron Kwok, Jessie Li, Michael Ning, Patrick Tam, Elaine Jin, Maggie Siu, Eddie Chan
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Anteprima Torino Film Festival
Voto: 6,5
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Liturgico
Scarica il Pressbook del film
The Handmaiden su Facebook

port_of_call_leggero.pngIspirato a un fatto di cronaca verificatosi a Hong Kong nel 2008, "Port of Call" è il terzo lungometraggio dell'ex critico Philip Yung, il quale già nei precedenti "Glamorous Youth" (2009) e "May We Chat" (2013) aveva indagato l'alienazione e la rabbia delle nuove generazioni con la sensibilità di un sismografo.
Anche questa volta prosegue nella medesima direzione scegliendo di raccontare la storia di Wang Jamei, una sedicenne del Guangdong che si trasferisce a Hong Kong per raggiungere la madre e la sorella maggiore.

Wang Jamei, come tutti gli adolescenti, nutre aspettative irrealistiche e il suo sogno di raggiungere il successo come modella è destinato a infrangersi contro la dura realtà; costretta a prostituirsi per mantenersi, la ragazza finirà assassinata in uno squallido appartamento.
Il sergente Chong indaga sull'omicidio, ma le convenzioni del thriller investigativo decadono immediatamente non appena il colpevole si costituisce: si tratta di Ting Tsz-chung, un ragazzo che effettua consegne al mercato. Chong, ossessionato dal caso, si sforza allora di comprendere le motivazioni dell'accaduto.

Al regista non interessa dunque il côté investigativo, quanto restituire un ritratto non edulcorato dello stato delle cose, il quale si traduce nell'analisi in una realtà sconfortante, quella delle ragazze che dalla Cina continentale arrivano a Hong Kong coltivando grandi speranze (Jamei è una fan di Sammi Cheng) per poi ritrovarsi arruolate nella schiera delle lavoratrici del sesso. Sullo stesso argomento si rammentano "Whispers and Moans" (2007) di Herman Yau e "Girl$" (2010) di Kenneth Bi, entrambi sensazionalistici, annedotici e poco compiuti.
Philip Yung imbocca una strada assai più personale, elaborando variazioni concentriche dal sapore minimalista su uno spartito risaputo, quello dell'"angst" adolescenziale e delle illusioni perdute. Costruisce inoltre il suo film a partire da un'assenza, quella del corpo di Wang Jamei. Il cadavere della ragazza è stato infatti smembrato da Ting Tsz-chung, e i suoi resti non vengono rinvenuti nell'appartamento. "Port of Call" diventa allora la sofferta, ellittica ricomposizione "post mortem" di un'individualità dissolta, la quale viene pazientemente ricostruita per restituirle la dignità perduta.

A tale scopo il regista interseca differenti piani temporali, focalizzando l'attenzione sui protagonisti: Wang Jamei, Ting Tsz-chung e il sergente Chong. Il legame tra Ting, un ragazzo solitario che ha perduto la madre in un incidente automobilistico, e Jamei è più profondo di quanto non appaia, una complicità che può arrivare al sacrificio di sé pur di esaudire l'ultimo desiderio della ragazza: Ting uccide infatti Jamei al termine di un rapporto sessuale, ma il suo gesto ha tutta la brutale dolcezza di un'eutanasia. Le sue ossa vengono vendute al mercato mentre la testa viene gettata in mare, perché Jamei è senza volto in morte così come lo era stata in vita, un corpo privo di un'identità sancita e riconosciuta dal mondo esterno.

L'atmosfera dominante, supportata dalla colonna sonora liturgica di Ding Ke e Tu Du-chih, è di greve malinconia, un'oppressione palpabile che ben si adatta alla vicenda narrata. Flashback e flashforward si soffermano su singoli attimi dell'esistenza dei protagonisti, ma la divisione in quattro capitoli appare un inutile argine frettolosamente eretto durante una piena. La narrazione si dissolve senza soluzione di continuità in un flusso opaco, trascinante, evidenziato dalla fotografia di Christopher Doyle che sceglie una palette limacciosa, a sottolineare l'irredimibile squallore della vita di Ting e Jamei, e l'angusta geografia urbana (condomini, scale, androni) di una Hong Kong tutt'altro che glamour.

Aaron Kwok si conferma attore versatile, e basti pensare anche alle recenti prove di "The Monkey King 2" e "Cold War II", mentre brillano l'esordiente Jessie Li e il musicista e attore Michael Ming, che hanno fatto incetta di premi sia agli Hong Kong Film Awards che ai Golden Horse. Non a caso "Port of Call" è il film candidato da Hong Kong per la corsa agli Oscar del prossimo anno e, sebbene sia ben lungi dalla perfezione, spicca quanto basta in un'annata non particolarmente esaltante per il cinema dell'ex colonia britannica.

 
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