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Titolo: The Crossing
Titolo originale: Tai Ping Lun
Cina, Hong Kong: 2015. Regia di: John Woo Genere: Drammatico Durata: 260'
Interpreti: Kaneshiro Takeshi, Zhang Ziyi, Huang Xiaoming, Song Hye-kyo, Tong Dawei
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto:5,5
Recensione di: Nicola Picchi L'aggettivo ideale: Affondato
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Diviso in due parti a causa dell'elefantiaco minutaggio, "The Crossing" esprime al meglio la nuova "grandeur" produttiva della Repubblica Popolare, dimostrandone allo stesso tempo i limiti evidenti. Si tratta infatti di un tipo di cinema senescente, realizzato con tutti i crismi dell'ufficialità e francamente inesportabile.
Malgrado lo splendore formale dell'opera, e da un maestro come John Woo non ci si poteva aspettare di meno, il risultato è un film nato vecchio che affonda sotto il peso dei reiterati flashback, un po' come la nave Taiping si inabissa tra i flutti al largo di Taiwan.
L'ambizione sarebbe quella dell'affresco storico, nel quale le vicende personali dei protagonisti, i quali si perdono e si ritrovano "come le foglie al vento", confluiscono nel mare della storia con la esse maiuscola. I quattro sceneggiatori accreditati, tra cui Wang Hui-ling di "La tigre e il dragone" e "Lust, caution", la prendono alla larga partendo dal luglio 1945, e quindi dall'imminente tracollo del Giappone, per poi attraversare gli anni travagliati della guerra civile, arrivando fino alla fatidica data del 27 gennaio 1949. Quella notte la nave Taiping, sulla quale erano imbarcati i nazionalisti in fuga a Taiwan, affondò dopo aver speronato la nave Jianyuan. Un incidente che provocò un migliaio di vittime, al quale sopravvissero solo una trentina di persone, soccorse da una nave australiana la mattina seguente.
In questi "tempi interessanti", come recita una tradizionale maledizione cinese, si trovano a vivere i protagonisti principali: Lei Yifang, generale del Guomindang che intende combattere fino all'ultima pallottola, e la moglie Zhou Yunfen, ricca figlia di un banchiere, la quale lo attende a Taiwan dopo il matrimonio; il taiwanese Yan Zekun, medico arruolato nell'esercito nipponico, il quale non riesce a dimenticare l'innamorata Masako, rimpatriata in Giappone dopo la fine della colonizzazione dell'isola; la contadina Yu Zhen, una ragazza del nord alla disperata ricerca del fidanzato Yang Tianhu, arruolato nell'esercito del Guomindang. Tutti questi personaggi sono collegati da fili invisibili, siano essi luoghi (lo studio fotografico di Shanghai) o persone (il soldato Tong Daqing), nessi riconoscibili come tali solo nell'ambito di una visione d'insieme, su un arco temporale assai vasto. Il melodramma risulta però eccessivamente artificioso, scevro dalle emozioni che ad esso dovrebbero accompagnarsi, e gli struggimenti dei personaggi si infrangono contro una superficie laccata ma inaccessibile, quel simulacro dell'emozione che è il sentimentalismo. E basta pensare che la sequenza più coinvolgente di "The Crossing" è quella in cui Lei Yifang sacrifica il suo cavallo per nutrire i soldati, per misurarsi con la portata del fallimento.
Il tentativo di replicare il successo de "La battaglia dei Tre Regni"" dividendo il film in due parti si è dimostrato nocivo, costringendo il regista a ricorrere a ridondanti flashback in cui si ripetono intere sequenze che lo spettatore ha già visto nella prima parte, accompagnate dalla stucchevole colonna sonora di Taro Iwashiro.
Quante volte dobbiamo vedere la sequenza nella quale Yu Zhen, ridotta alla fame, è costretta a prostituirsi? Quante volte dobbiamo assistere alla scena in cui Zhou Yunfen viene morsa da un serpente e visitata da Yan Zekun? E a quella in cui sua madre brucia le lettere di Masako? Semplice, quanto basta a raggiungere un minutaggio regolamentare, che permetta di arrivare all'affondamento del Taiping. Ci ritroviamo però più dalle parti del tv-movie, sia pure di lusso, che del grande cinema a cui John Woo ci ha abituati.
Non che il regista abbia perso il suo smalto. Dolly come se piovesse sui campi di battaglia durante la campagna dello Huaihai (1948-49), romanticismo artefatto ma impeccabile (la sequenza del ballo alla "Cenerentola"), strepitoso dominio dell'inquadratura. Il problema sta a monte, ovvero in una sceneggiatura inerte con un fastidioso sottofondo celebrativo.
Al contrario di quanto avviene in film che trattano il medesimo periodo storico, tutt'ora prodotti copiosamente in Cina, non si calca troppo la mano sulle atrocità perpetrate dal Guomindang.
Tuttavia ogni soldato dell'Esercito Popolare di Liberazione ha un che di angelicato che ne rimarca la superiore dirittura morale, per tacere di Zeming, fratello minore di Yan Zekun, il quale rinuncia simbolicamente a virtù confuciane e pietà filiale perché gia proteso verso il "sol dell'avvenire". Non mancano grossolane deformazioni storiche, sciorinate in nome di una malintesa pacificazione nazionale. "I fratelli sono diventati nemici", commenta amaramente Lei Yifang sul campo di battaglia, dimenticando però che comunisti e nazionalisti si massacravano allegramente già dagli anni '20.
Nel ruolo di Yan Zekun, esempio da manuale di abnegazione e sacrificio di sè, l'immarcescibile Kaneshiro Takeshi passa dall'afflizione al dolore con minimali variazioni di tono, mentre Song Hye-kyo (Yunfen) è essenzialmente decorativa, come era in "The Grandmaster". Spiccano invece il carismatico Huang Xiaoming (Women Who Flirt, The Guillotines) e la sempre eccelsa Zhang Ziyi (2046, Hero, The Grandmaster), mentre Tong Dawei (Dearest, The Flowers of War) è l'amabile jolly della situazione. Nonostante il cast prestigioso e i dignitosi effetti CGI, "The Crossing" è affondato anche al box-office, piazzandosi al 76° posto e facendosi stracciare persino da "The Hundred Regiments Offensive" di Ning Haiqiang, ambientato nello stesso periodo storico.
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