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Adam Resurrected PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 11 ottobre 2010

Adam Resurrected
Titolo originale: Adam Resurrected
USA, Germania, Israele: 2008. Regia di: Paul Schrader Genere: Drammatico Durata: 102'
Interpreti: Jeff Goldblum, Willem Dafoe, Moritz Bleibtreu, Idan Alterman, Vasile Albinet, Jenya Dodina, Derek Jacobi, Juliane Köhler, Hana Laszlo, Joachim Król, Hanna Meron, Dror Keren, Veronica Ferres, Mickey Leon, Gabriel Spahiu, Cristian Motiu, Yoram Toledano, Ayelet Zurer
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Anteprima al Ravenna Nightmare Film Fest 2010
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Sanguinante
Scarica il Pressbook del film
Adam Resurrected su Facebook

Tratto dal romanzo "Adamo risorto" di Yoram Kaniuk (ed. Theoria, 1995; Einaudi, 2001)

Adam ResurrectedAdam Stein è un affermato artista nella Germania degli anni venti.
La sua fama gli impedisce di sottrarsi alla persecuzione degli ebrei da parte del regime e, infatti Adam finisce in un campo di concentramento insieme alla sua famiglia.
Là incontra un uomo di cui si era fatto beffe durante uno dei suoi spettacoli il quale decide di tenerlo nei suoi alloggi e di indurlo a comportarsi come un cane.

Adam Stein è un archetipo, è l'Ebreo che ride e che, in questo caso particolare fa anche ridere. Il suo spettacolo è molto apprezzato, sia pure con tutte le riserve date da un'epoca agli albori di una delle più devastanti guerre mai combattute.
La politica non lo riguarda, ed è infatti la prima cosa che lui dice al tenente venuto ad arrestarlo, e gli dice anche che tutti amano il circo. Infatti l'ometto insignificante che lui aveva deriso anni addietro in uno dei suoi acclamati spettacoli, è ad aspettarlo fuori dal vagone piombato che lo ha condotto, con la sua famiglia, in uno di quei posti su cui c'è poco da ridere. Quindi lui si adegua e lo segue nei suoi alloggi. Abbandona ogni dignità e ne diviene il cane, nel disperato tentativo di salvare la sua famiglia. Ma Klein, questo il nome del suo aguzzino, ha in mente di giocare con lui, e si diverte a regalare al suo cane un amico di giochi, e a lasciare che mangino dalla stessa ciotola.

Anni dopo Adam è un sopravvissuto. E' in cura in un famoso istituto ai margini del deserto israeliano e fa da mattatore all'interno delle stanze riservate ai pazienti, tutti sfuggiti alla morte e tutti con una qualche forma di adattamento coatto alla sopravvivenza di cui ancora portano il peso.
Adam continua a cercare di far ridere, e nel contempo esercita il suo dominio sul corpo che l'ha prima reso famoso e poi gli ha salvato la vita. Il suo modo di assorbire il dolore e di tramutare il suo corpo in uno specchio lo rende più che apprezzato dai pazienti e impensierisce non poco i medici.
Un'infermiera di buon cuore lo ama a modo suo e un bambino traumatizzato da un imprecisato passato gli offre la possibilità di uscire dal cerchio del dolore mai sopito che rende invivibile ogni sua giornata.

Il passato più nero dell'Europa nazista torna a fare da sfondo all'ennesima storia di una persona qualunque. In questo caso un artista che con la sua abilità riesce a rimandare il più possibile l'inevitabile fine che aspetta tutti quelli che sfortunatamente si sono trovati coinvolti nella più grossa operazione di pulizia etnica mai operata da un solo popolo.
I flashback del passato teatrale di Adam si intrecciano con quelli della sua permanenza nel campo.
E l'insieme risulta assai più vivido della sbiadita realtà attuale, che lui vive come costretto e di cui sente la caducità nella misura in cui si porta dentro l'immagine del suo aguzzino. Il suo dio personale, che gli parla dai roveti ardenti, come altri prima di lui, e gli ordina di uccidersi. Ma se il senso di colpa del sopravvissuto è uno dei cardini della psicoterapia per gli scampati al genocidio, è anche vero che spesso non è nel presente che si risolvono simili traumi, ma piuttosto nel ritorno a un passato su cui non si è potuti intervenire allora e che per questo ancora si rivive ogni giorno.
Adam ha una sola carta da giocare al tavolo cui è stato destinato dalla sua semplice appartenenza etnica, la condivisione.
Un bambino che gli ricorda il suo passato da cane gli offrirà una possibilità di mettere ancora a frutto le sue capacità e salvare almeno una vita.

Paul Schrader costruisce lentamente l'universo interiore di Adam, con la stessa cura per i dettagli e la stessa precisione della messa in scena del suo passato. Gli regala un'umanità che trapela spesso con la sola espressione di uno sguardo canino, ferito e pieno di un dolore inesauribile. Il suo è un dolore esistenziale, la cui presenza offusca ogni altro sentimento e che solo riempie di senso ogni gesto compiuto per affermare la propria permanenza a dispetto di un tifone che ha spazzato via altri milioni di persone come lui.
Adam si trascina stancamente,  spesso sulle quattro zampe, come psicologicamente è rimasto piegato dagli eventi del passato, e così arranca in un presente che non riesce a vedere a causa del fantasma di un'esperienza con cui non riesce a fare i conti. La sua vita spezzata e la sua umanità umiliata non bastano però a provocarne la resa, c'è ancora qualcosa da fare, c'è sempre qualcuno da salvare.

Un potentissimo Jeff Goldblum recita con maestria un ruolo che pare scritto su misura per la sua capacità di mostrare il fanciullo dentro ogni uomo, mentre un inquietante Willem Dafoe convince il pubblico col solo scintillio di uno sguardo, sottomesso dapprima e poi potentemente folle, quel tipo di follia che atterisce con la sola combinazione di intelligenza e cattiveria.

La regia patinata e a tratti didascalica convince in misura maggiore nei frammenti che raccontano il passato, mentre rimane leggermente in superficie nel racconto di un presente senza nessun  futuro.
L'insieme di una bella e tristissima storia e di una fotografia abbacinante fanno il resto.
E seppure è vero che di storie sulla follia del secolo passato ormai ne abbiamo viste molte, è sull'indugiare al confine tra il vecchio e il nuovo che si scoprono ancora racconti sulla tenacia della volontà di non dimenticare ciò che nessuno ha desiderio di vedere ripetuto.

 
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