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Assembly
Titolo originale: Assembly
Cina, Hong Kong: 2007 Regia di: Feng Xiaogang Genere: Drammatico Durata: 124'
Interpreti: Zhang Hanyu, Yuan Wenkang, Deng Chao, Tang Yan, Liao Fan
Sito web:
Voto: 6,5
Recensione di: Nicola Picchi
Essendo uno dei registi “ufficiali” della Repubblica Popolare Cinese, i film di Feng Xiaogang contengono spesso una buona dose di retorica, sia pure aggiornata ai tempi e unita a un pizzico di critica sociale, e quest’ultimo “Assembly” non fa eccezione, muovendosi verso la costruzione di un’epica nazionalista. Considerato che ci siamo sorbiti per 50 anni la retorica americana sulla II Guerra Mondiale, vedere per una volta la storia attraverso uno sguardo alternativo non può che essere considerato motivo d’interesse.
Seguiamo il capitano Gu Zidi durante la guerra civile degli anni ‘40, quando, militando con l’Esercito di Liberazione Popolare, si batte contro le armate nazionaliste del Kuomintang di Chiang Kai-sheck. Qui la sua compagnia, lasciata a coprire la ritirata del resto dell’esercito, verrà completamente annientata mentre attende invano il segnale della ritirata, e Gu si salverà per miracolo. Dopo la vittoria di Mao nel 1949 e la fuga di Chiang Kai-sheck sull’isola di Taiwan, il capitano parteciperà alla guerra di Corea del 1950, in cui perderà quasi completamente la vista per l’esplosione di una mina. Nel 1955, ospitato in una casa di riposo per veterani, Gu si batterà contro la burocrazia del partito perché il sacrificio dei suoi 47 compagni venga finalmente riconosciuto.
Dopo l’irresistibile “A World without Thieves”, con uno scatenato Andy Lau, e lo shakespeariano “The Banquet”, Feng Xiaogang torna con un film basato su un episodio realmente accaduto, nettamente diviso in due parti: la prima segue le vicende belliche del capitano Gu secondo le classiche coordinate del “war movie”, la seconda è di tono più intimista e malinconico, quasi crepuscolare. Il contrasto tra le due parti è evidenziato anche dalla fotografia di Lu Yue: nelle scene di battaglia il tono è monocromatico, tarato sulle diverse sfumature del grigio delle uniformi e del fango, occasionalmente spezzate dal rosso del sangue o da quello della sciarpa del commissario politico, mentre nella seconda parte, dal ritmo lento e rarefatto, ha i colori della terra, delle foglie autunnali o del verde degli alberi. Il regista ha assimilato alla perfezione la lezione di Spielberg e di “Salvate il soldato Ryan”, di cui riprende l’incipit e la conclusione: là dove il regista americano iniziava e concludeva il film con la bandiera a stelle e a strisce che sventolava sui cimiteri di guerra della Normandia, Feng lo apre e lo chiude sulla stella rossa, posta sulla sommità del monumento dedicato ai caduti della nona compagnia. Naturalmente non si tratta solo di questo, il regista tiene ben presenti le scene dello sbarco durante il “D Day” e, con la collaborazione di Park Ju-chun, che si era già occupato di coordinare le scene di azione del blockbuster “Tae Guk Gi” sulla guerra tra le due Coree, offre un saggio di regia stupefacente, con una nervosissima camera a mano che si tuffa nel caos della battaglia, soggettive da FPS e l’impressionante montaggio di Liu Miaomiao, dinamico senza essere parossistico. Il punto di vista di Feng non è banalmente commemorativo, anche se un certo grado di celebrazione rimane implicito, ma è piuttosto uno sguardo umanistico, che si concentra sull’uomo lasciando i mutamenti politici sullo sfondo. Tutto il film ruota attorno al personaggio di Gu, reso con grande sottigliezza interpretativa da Zhang Hanyu, oppresso dal rimorso e dal senso di colpa dato che, avendo perso l’udito per effetto delle esplosioni, teme di non aver sentito il segnale della ritirata, e di aver condotto inutilmente i suoi uomini al massacro.
Per questo, negli anni del dopoguerra il suo unico scopo sarà quello di onorarne la memoria.
Non che questo basti a raggiungere la classica limpidezza del recente dittico di Clint Eastwood, o a fare del film un nuovo “Orizzonti di gloria”, dato che Feng è regista tutt’altro che scomodo politicamente e “Assembly” non esula dall’ortodossia, ma si tratta pur sempre di un ottimo risultato, che arriva da parte di uno dei più abili registi cinesi contemporanei.
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