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Babel
Titolo originale: Babel
USA: 2006. Regia di: Alejandro González Iñárritu Genere: Drammatico Durata: 135'
Interpreti: Cate Blanchett, Brad Pitt, Gael García Bernal, Mahima Chaudhry, Mahima Chaudhry, Kôji Yakushi
Sito web:
Nelle sale dal: 2006
Voto: 6,5
Recensione di: Alberto Lazzarini
In “Babel” si rimane, all’inizio, piuttosto spiazzati dall’apparentemente sadico cambio di scena (e di storia) che il regista propone più volte. Non appena ci si sente coinvolti emotivamente da un gruppo di personaggi e dalle loro vicende, si viene catapultati in luoghi e atmosfere che non sembrano avere nulla a che fare con ciò che si è visto finora. Così si passa dagli spari insensati di due ragazzini nel deserto marocchino alle cure domestiche di una balia messicana a due bambini americani, da una coppia in escursione turistica ad una ragazza giapponese sordomuta.
Il film si apre in una zona desertica del Marocco, dove un uomo sta vendendo un fucile ad un vicino di casa, interessato all’acquisto per proteggere il proprio gregge dagli sciacalli. Il compito, però, spetta ai figli che, entusiasti del nuovo “giocattolo”, si allontanano da casa per provarlo. Il minore dei due, per mostrare all’altro le potenzialità del fucile (e della sua mira), spara dei colpi ad un pullman che sta passando sotto le loro teste ad una distanza notevole. La bravata dei due fratelli ci rimanda alla vicenda di due coniugi statunitensi in vacanza. Impersonati da Brad Pitt (poco credibile come marito affranto) e da Cate Blanchett (sempre credibile come donna in crisi), i due stanno discutendo piuttosto animatamente sullo sfondo di un panorama desertico, che già preannuncia il loro coinvolgimento con la scena precedente. Oltreoceano una corpulenta donna messicana sulla cinquantina sta accudendo due bambini americani, quando riceve una telefonata dal loro padre, decisamente sgomento, che le impone di prendersi cura dei bambini per un giorno in più. La donna, per non mancare al matrimonio del figlio, in programma proprio il giorno dopo, decide di portare con sé i bambini.
Da qui si passa improvvisamente in Giappone, dove una ragazza sordomuta sta giocando una partita di pallavolo.
Si tratta del personaggio che suscita più compassione, forse perché non può (e non riesce) a comunicare i propri problemi affettivi, se non allo spettatore, chiamato ad immedesimarsi in lei.
Ciò che fa perdere valore all’originale spunto del regista è l’ovvia rapidità con cui si incastrano le diverse tessere del mosaico, inizialmente piuttosto confuse. Senza addentrarsi in macchinose congetture, si riesce presto a delineare un quadro logico degli eventi. Alcune scene, inoltre, mancano di pathos, forse per la fugacità con cui ci si immerge.
Tutte le storie seguono lo schema che prevede una rottura dell’equilibrio iniziale, una tentata soluzione e un epilogo che tranquillizza ma non troppo. La crudeltà del mondo sembra non dare scampo: anche piccole leggerezze possono sollevare disastri di notevoli dimensioni.
I protagonisti sono in balia degli eventi e si trovano a dover rattoppare situazioni ormai ampiamente deteriorate.
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