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Breathless
Titolo originale: Ddong Pa-ri
Corea: 2008 Regia di: Yang Ik-june Genere: Drammatico Durata: 130'
Interpreti: Yang Ik-june, Kim Kkot-bi, Jeong Man-shik, Kim Gol-bi
Sito web:
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
Sang-hoon è un piccolo gangster, la cui principale occupazione è riscuotere debiti per conto dell'amico usuraio Man-sik. Cresciuto in una famiglia in cui i rapporti erano regolamentati dalla violenza, odia suo padre ed ha un rapporto conflittuale con la sorellastra. Le sue uniche occasioni di scambio affettivo sono con suo nipote Hyung-in e con Yeon-hee, una liceale incontrata per strada con cui riuscirà ad instaurare un rapporto d'amicizia.
Il vigoroso esordio nel lungometraggio dell'attore Yang Ik-june (anche produttore, attore principale e sceneggiatore) si è aggiudicato riconoscimenti in tutti i festival in cui è stato presentato, vincendo un Tiger Award all'International Film Festival di Rotterdam, un premio come Miglior Film e un Premio della Critica al Deauville Asian Film Festival e un premio ai due attori protagonisti al Festival di Las Palmas. Tutti meritatissimi, considerato che era tempo che non si vedeva un debutto così viscerale, magmatico e dolorosamente coinvolgente, che conferma la creatività della produzione indipendente coreana rispetto a quella mainstream, ultimamente fin troppo adagiata su una certa normalizzazione dei contenuti.
La passione e l'urgenza del raccontare prendono il sopravvento, brutalizzando qualsiasi presunta belluria di ordine estetico e/o fotografico, eppure Yang Ik-june piega l'estrema versatilità del digitale alle sue esigenze: tutto camera a mano e close up incandescenti, "Breathless" conserva una sua miracolosa fisicità quasi pittorica, che dà corpo e sostanza alla rabbia e alla conflittualità estrema che definiscono i rapporti tra i personaggi.
La violenza, l'abuso e l'aggressività costituiscono una sorta di tara ereditaria, sia all'interno del nucleo familiare che all'interno della struttura sociale, dove tutto è regolamentato dal denaro, ed è inutile aggiungere che anche le relazioni tra i sessi sono impostate all'insegna della sopraffazione, soprattutto verbale.
Le famiglie di provenienza di Sang-hoon e Yeon-hee scontano i frutti di questa violenza, le cui conseguenze si riverberano sui figli, in un ciclo dove non esistono vincitori ma solo vittime.
Il padre di Sang-hoon, dopo aver provocato la morte della madre e della sorella del protagonista, è appena uscito di prigione, e viene regolarmente picchiato dal figlio, mentre il padre di Yeon-hee, un reduce dal Vietnam affetto da demenza senile, e suo fratello Young-jae la maltrattano costantemente. Sang-hoon, meravigliosamente tratteggiato dallo stesso Yang Ik-june, riesce ad evadere attraverso una paternità vicaria con il nipote Hyung-in e mediante il suo rapporto con Yeon-hee anche se, nonostante le coincidenti situazioni familiari dei protagonisti ne facilitino forse l'incontro, rimangono sempre inespresse.
La rinuncia di Sang-hoon e il suo inaspettato sacrificio condurranno ad una momentanea ed effimera riconciliazione, sapientemente orchestrata da punto di vista registico, ma si tratta solo di un'illusoria parentesi, preludio all'inevitabile reiterarsi della violenza.
Intensissimi tutti i protagonisti, non solo Yang Ik-june, che si è visibilmente gettato anima e corpo nel progetto, ma anche la bravissima Kim Kkot-bi e tutti i comprimari, amici del regista e persino membri della troupe. Il titolo originale, come dichiarato dall'autore, si riferisce ad una mosca che si nutre di escrementi e, per traslato, ad un outsider sociale.
Il titolo inglese è stato suggerito casualmente da un amico e Yang non ne conosceva il significato, per cui sembra legittimo escludere immotivati riferimenti a Godard.
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