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Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 07 giugno 2011

Caterpillar
Titolo originale: Kyatapirâ
Giappone: 2010  Regia di: Kōji Wakamatsu Genere: Drammatico Durata: 85'
Interpreti: Shinobu Terajima, Shima Ohnishi, Ken Yoshizawa, Keigo Kasuya, Emi Masuda, Sabu Kawahara
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Strisciante

Tratto dal racconto omonimo di Edogawa Ranpo

CaterpillarKyuzo Kurokawa ritorna dal fronte della guerra sino-giapponese con tre medaglie e il corpo privo delle braccia e delle gambe, reso sordo e incapace di esperimersi.
Sua moglie lo assiste, mentre l’uomo, a mano a mano, prende consapevolezza della propria condizione e ricorda le atrocità commesse al fronte. Intanto il Giappone si avvia alla fine della Seconda guerra mondiale e alla sua terribile disfatta.

Tratto dal racconto omonimo di Edogawa Ranpo, censurato in patria all’epoca a causa della strisciante critica al nazionalismo giapponese, Caterpillar mette direttamente il dito sulla piaga mai sanata del senso stesso della guerra.
L’intero racconto è intessuto su due binari paralleli, da una parte l’orgoglio per il proprio ruolo in una guerra di conquista, e dall’altra il prezzo enorme richiesto alla popolazione fiera di quel ruolo, ma completamente in balia della propaganda nazionalista.
Kyuzo Kurokawa torna dalla guerra con il corpo ridotto al solo tronco, incapace di esperimersi e di comprendere quel che gli viene detto. Sua moglie lo assiste, come ogni donna giapponese è votata a fare in nome della patria e dell’Imperatore, e nel frattempo i due ricordano, ciascuno per suo conto, il passato che li ha condotti dove sono adesso.
Kyuzo ha commesso delle atrocità in battaglia, e non solo contro il nemico, ma anche contro le donne indifese di un paese in guerra. Shigeko invece vive il conflitto di chi, da una parte accudisce il marito come dal ruolo che ci si aspetta lei reciti fino in fondo, e dall’altra desidera nel profondo del suo cuore che un uomo ridotto il tale stato non sopravviva.
I ricordi di lui affiorano a mano a mano e gli avvelenano il presente, quelli di lei la mettono nella condizione di chiedersi se davvero l’uomo meriti la sua dedizione. Le richieste di lui si fanno pressanti, mentre lei diviene sempre più consapevole del prezzo pagato da entrambi all’idea stessa della patria.

Feroce critica alla guerra come strumento di sopraffazione del più debole, e nel contempo al nazionalismo nascosto nelle pieghe di un’idea di grandezza nazionale, Caterpillar riesce nel suo intento in maniera eccellente. Seppure leggermente discosto dal racconto originale, ne mantiene intatta l’ambiguità morale dei protagonisti e il sottile senso di rivalsa che tiene legata la donna fino in fondo al suo ruolo. Il tema centrale della grandezza nazionale è dapprima lentamente insinuato e poi sezionato con precisione chirurgica, come anche i sentimenti delle persone coinvolte, senza che questo scada mai nella patetica accettazione di un destino di dolore.
Il Giappone come potenza in guerra chiede sangue, e il suo personale Dio della Guerra, l’Imperatore stesso, investe le vittime della propria brama di potere del ruolo di divinità accessorie. “Cos’è poi un Dio della Guerra?” si chiede la spaesata Shigeko di fronte alle pretese sempre maggiori del suo padrone mutilato, ma straordinariamente vitale.
Ma la risposta non arriva mai, e a nulla vale neanche l’adorazione e il rispetto dei compaesani ammirati da tanto coraggio e dalle medaglie simbolo di un eroismo senza prezzo. Shigeko è sola di fronte alla rassegnazione e all’istupidimento dati da una guerra senza senso. Una guerra che si finirà per perdere nel dolore di un’illusione di significato, che trascende la sopraffazione e diviene unico sacrificio al Dio della Guerra e della conquista.
Un Dio sempre affamato e poco riconoscente, che tutto fagocita e cui tutto è dovuto.

Una grandissima Shinobu Terajima è Shigeko, premiata a Berlino per la sua straordinaria performance, che sola regge il peso dell’intera opera. La regia solare e molto accurata regala momenti di grande coinvolgimento, quasi tutti in interno, dove emergono lentamente le ombre e le ambiguità che affliggono i due sfortunati coniugi. Mentre gli esterni raccontano al meglio l’orgoglio di una nazione che crede nel proprio Imperatore e per lui è davvero disposta a morire.
I siparietti con le didascalie sfiorano il sarcasmo, mentre insinuano nello spettatore un desiderio di attirare l’attenzione sulle contraddizioni di un’idea di nazione, che per farsi grande ha bisogno del sacrificio di ciascuno dei suoi più piccoli uomini.

 
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