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Scritto da Samuele Pasquino   
giovedì 26 febbraio 2009

Cinque pezzi facili
Titolo originale: Five easy pieces
USA: 1970 Regia di: Bob Rafelson Genere: Drammatico Durata: 100'
Interpreti:Jack Nicholson, Karen Black, Susan Anspach , Lois Smith.
Sito web:
Nelle sale dal: 1970
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Samuele Pasquino

Cinque pezzi facili Robert Dupea (Jack Nicholson) è un pianista fallito che lavora in un pozzo petrolifero e vive con una cameriera svampita che non ama. Saputo della malattia del padre, Robert parte alla volta del capezzale del genitore riunendosi alla sua famiglia.
Qui seduce la compagna del fratello, ma l'ambiente intellettuale e apparentemente perfetto dei parenti lo induce a fuggire lasciando affetti e un passato alle spalle.  

Nel 1970 questo film impegnato di Rafelson raccolse ben quattro nomination all'Oscar come miglior film, sceneggiatura, attore protagonista e attrice non protagonista. Considerando il reale valore dell'opera, soltanto le ultime due candidature appaiono giustificate, e ciò per più di un motivo.
Con una regia accademica basata su inquadrature fisse e totale assenza di movimenti di macchina, il cineasta parte già con l'idea di ammaliare il pubblico spettatore attraverso sfumature contenutistiche pregnanti e temi sottilmente intuitivi costruendo una scenicità sostenuta interamente dalla pregnanza emotiva correlata all'eccentricità del personaggio interpretato da Nicholson.
Una trama molto semplice, quasi un dramma on the road che unisce due stili di vita lontani, e l'estrosità si un attore eclettico ben supportato dal resto del cast: i limiti della vicenda e della sceneggiatura dalla quale è originata paiono evidenti, i continui primi piani adottati cercano di distrarre e mettere a fuoco le varie personalità esaltate dalla mimica recitativa, un tentativo grossolano mal riuscito. Il ben congegnato inganno di Rafelson ha breve durata, il finale al quale si approda lo testimonia ampiamente, denotando parecchi punti deboli che rendono "Cinque pezzi facili" uno spettacolo più teatrale che cinematografico, in bilico fra l'assurdo e il tragico. Robert fa i conti con i suoi fallimenti e una vita inconsistente, precaria.
L'uomo, a contatto con l'ordinato e intellettuale mondo dei parenti, acquisisce consapevolezza della sua mediocrità esistenziale, reagendo con insofferenza alle situazioni che gli si propongono. La cultura musicale alla quale è stato iniziato constituisce un motivo di contorno che non gli appartiene più, Robert si affida alle speranze di una vile fuga, abbandonando una donna sinceramente innamorata di lui.
Il protagonista è un vagabondo in cerca di se stesso e Rafelson chiude l'amaro spettacolo senza ulteriori spiegazioni, lasciando tutto alla libera interpretazione.
Anche questa si configura come una soluzione vile che denota una reticenza a concludere con cognizione un dramma sociale. Le occasioni di ponderata ilarità non mancano, tuttavia per molto altro il film latita e si spinge troppo oltre le sue reali potenzialità.

Il successo raggiunto non si comprende, poichè fatta eccezione per gli interpreti, il lavoro di Rafelson abbisogna di troppa attenzione e non costruisce un discorso diretto, rivelando comunque un tema su cui discutere.

 
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