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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 06 aprile 2010

Daisy Diamond
Titolo originale: Daisy Diamond
Danimarca: 2007 Regia di: Simon Staho Genere: Drammatico Durata: 95'
Interpreti: Sofie Gråbøl, Trine Dyrholm, Stine Stengade, Beate Bille, Laura Drasbæk, Charlotte Munck, Lars Kaalund, Dejan Cukic, Jens Albinus, Thure Lindhardt, Bent Mejding, David Dencik, Lotte Andersen, Noomi Rapace
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Bergmaniano

Daisy DiamondAnna è una ragazza madre che, dalla Svezia, si trasferisce a Copenhagen per tentare la carriera di attrice. Qui inciampa in una serie di rifiuti finchè, stremata dalle responsabilità verso la bambina, che vede come un ostacolo alla propria realizzazione personale, esplode e la uccide.
Questo gesto innesca un processo che la condurrà progressivamente verso l’autodistruzione.

“Daisy Diamond “ è opera intimamente vampiresca, che si nutre della linfa vitale di un film preesistente. Vive, infatti, attraverso una continua tensione dialettica con “Persona”(1966) di Ingmar Bergman, instaurando con esso un dialogo a distanza, una conversazione che è anche uno scambio. Il riverbero è di natura sia stilistica che tematica, anche se il contesto è diverso. Dal capolavoro del maestro svedese, il regista Simon Staho prende le ambientazioni vuote e scarnificate e l’utilizzo quasi costante del primo piano, spendendolo però in maniera differente: quello che in Bergman era chirurgica dissezione diventa qui un mezzo che permette l’identificazione, disturbante e un po’ colpevole, con il carnefice di turno.
Chi guarda è reso complice riluttante del rifiuto e della progressiva mercificazione del corpo di Anna.
Il titolo bergmaniano alludeva alla maschera dell’attore (appunto, Dramatis Personae), la medesima che indossa Anna alle audizioni, sadicamente strutturate per ingannare chi guarda. Una frustrazione deliberatamente inflitta che assomiglia a un coito interrotto. Non sappiamo mai se stiamo assistendo a un evento reale o a un provino, finche la macchina da presa non si allontana dal volto di Noomi Rapace. La vera Anna è afona come Elisabeth, e si esprime solo indossando una maschera. Forse la maschera e Anna corrispondono, ma il riconoscimento è sempre negato dall’irrompere della finzione.

Mentre il personaggio di Liv Ulmann aveva scelto di non comunicare più, ad Anna è impedito di farlo, essendo costretta ad esprimersi con le parole di un'altra. Non riusciamo mai a sentire la sua voce se non nei dialoghi immaginari con la figlia Daisy. Molti monologhi della protagonista provengono dalla sceneggiatura di “Persona” e appartengono al personaggio dell’infermiera Alma (Bibi Andersson), sia quello in cui descrive il rapporto di Elisabeth (Liv Ulmann) con una maternità indesiderata (come Anna con Daisy) che quello, all’epoca pesantemente censurato nell’edizione italiana, in cui Alma racconta una sua esperienza di sesso di gruppo con una sua amica e due sconosciuti incontrati sulla spiaggia.
Staho, perfidamente, inserisce quest’ultimo brano durante le riprese di un film hard, come prologo a una scena di sesso.
Con questi continui riferimenti a “Persona”, che i personaggi di “Daisy Diamond” vanno anche a vedere al cinema, e attraverso la triangolazione Alma-Elisabeth-Anna, il regista mette in scena la sua personalissima riflessione sul doppio e la maschera.

Il panorama umano rappresentato è avvilente e le relazioni interpersonali passano attraverso la reificazione del corpo, sia quella con la produttrice di film d’animazione che quella con il regista Thomas Lund. Anna decide di diventare un oggetto per soddisfare le fantasie altrui, annullandosi fino a diventare una bambola: Daisy Diamond.
Ma anche la sessualità è asettica e autoptica, senza gioia. Come in una dissertazione sadiana, il mondo si divide in carnefici e vittime, e la scena in cui Anna si taglia i capelli, completando la propria trasformazione in vittima, rievoca memorie di universi concentrazionari.
L’iter psicotico del personaggio segue un percorso obbligato, dal sorgere del conflitto all’esplosione.
Nessun senso di colpa, i dialoghi con la Daisy immaginaria esprimono semplicemente il tentativo di appropriarsi di nuovo della propria parte vitale, la parte bambina la cui volontaria amputazione è necessario presupposto della caduta conclusiva.

Staho usa la colonna sonora con grande efficacia, Vivaldi compreso: durante la prima mezz’ora il pianto della piccola Daisy è sottofondo sfibrante e di difficile sopportazione, uno stratagemma che rende lo spettatore partecipe dello stato d’animo frustrato e alterato di Anna.
L’onnipresente Noomi Rapace, in un ruolo in cui si mette in gioco sia fisicamente che emotivamente, è straordinaria per intensità e dà vita a una performance memorabile, giustamente premiata ai Bodil Awards e al Robert Festival di Copenhagen. Gelido e allucinato, “Daisy Diamond” è stato presentato nel 2008 al Festival del Cinema Europeo di Lecce: recuperatelo in DVD, consapevoli del fatto che non si tratta di un film per tutti i palati.

 
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