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Scritto da Roberto Scanu   
domenica 07 marzo 2010

Donne senza uomini
Titolo originale: Zanan-e Bedun-e Mardan
Germania, Austria, Francia: 2009 Regia di: Shirin Neshat  Genere: Drammatico Durata: 95'
Interpreti: Pegah Feridon, Shabnam Tolouei, Orsi Tóth, Arita Shahrzad
Sito web: 
Nelle sale dal: 12/03/2010
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Roberto Scanu
L'aggettivo ideale: Altalenante

Donne senza uominiSullo sfondo tumultuoso del colpo di stato appoggiato dalla Cia nell’estate del ’53, il film, Leone d'argento per la migliore regia all’ultimo Festival di Venezia, interseca i destini di quattro donne, appartenenti a classi sociali profondamente diverse, ma accomunate da una vita segnata dalle violenti prevaricazioni maschili.
Fakri, borghese di mezza età, deve fare i conti con un marito arrogante e irrispettoso che non ama più; Zarin, giovane prostituta, scappa dal bordello dove lavora quando si rende conto del livello della sua vita, che odia e disprezza come ormai il suo stesso corpo; Munis, dotata di una spiccata coscienza politica, lotta fino all’ultimo contro l’oppressione psico-fisica del fratello integralista; Faezeh sogna un futuro ideale con lo stesso fratello dell’amica Munis, ma si scontra con la durezza e la bestialità della terra e dei suoi abitanti.

Shirin Neshat, fotografa, video artista e ora neo-regista iraniana traduce il romanzo omonimo di  Shahrnush Parsipur (alla quale offre il ruolo della tenutaria del bordello) regalando un mosaico di sofferenti emozioni al femminile, supportate il più delle volte da una bella fotografia e una perfetta colonna sonora.
Ma, giusto per essere sinceri fin dall’inizio, forse il problema del film sta proprio in questo, nella creazione di magiche (a volte perfino sublimi) atmosfere, che poi rimangono come fluttuanti nel buio della sala, frammenti d’arte e sentimento che si perdono nei successivi dialoghi, i quali a volte vengono letteralmente buttati via quasi come in una fiction televisiva, rimanendo sostanzialmente ancorati al foglio di carta che li ha partoriti.
Già dall’inizio è percepibile quella che, purtroppo, diventerà una prassi non episodica, peccato non così veniale, che trasforma l’opera prima dell’autrice in un capolavoro mancato. Lo spettatore viene accolto in sala sin da subito con uno dei momenti più drammatici dell’intera storia, il tragico e combattuto suicido di una delle protagoniste, reso con un’intensità realmente apprezzabile e toccante, considerando che nulla sappiamo di questa giovane donna e l’identificazione con lei è al momento pressoché impossibile.
La scelta di collocare tale scena in apertura è senz’altro coraggiosa e riuscita, nel tentativo anche di dare circolarità all’intera narrazione (viene infatti riproposta come scena finale con in aggiunta una variazione di inquadratura).
Il problema è che l’attenzione catturata e la carica emotiva sapientemente creata nello spettatore, lasciano il posto ad una sensazione ai limiti dello straniamento, tanto è la banalità con cui vengono giocati i primi dialoghi.
Dovrebbero avere una valenza fondamentale per introdurci al rapporto della futura suicida col fratello gerarca e per darci le prime nozioni storico/geografiche di ambientamento. Dovrebbero essere pugnali e invece scivolano via perché rimangono parole (scritte).

Di particolare interesse è invece la scelta non casuale di ambientare il tutto poco prima del colpo di stato del 1953, con il quale lo Shah, manovrato economicamente e politicamente dal governo britannico e da quello americano del neoeletto Eisenhower, rovesciò il primo ministro Mohammad Mossadegh, primo capo di governo democraticamente eletto in Iran, reo di aver infastidito le (pre)potenze occidentali con la nazionalizzazione del petrolio persiano.
Questo viene visto come uno snodo fondamentale per comprendere e conoscere la storia contemporanea del paese, scossa prima dalla Rivoluzione teocratica Khomeinista del 1979 e ora dalle nuove tensioni sotto la Presidenza Ahmadinejād. (non a caso il film è dedicato a tutti gli iraniani che dal 1953 fino all’attuale Movimento Verde si sono battuti per gli ideali della libertà e della democrazia).
Spiace che difficilmente verrà proiettato nell’ideale paese di origine (ideale perché la coproduzione è tedesca, austriaca e francese e le stessa Teheran è stata ricostruita in Marocco) visto il duro clima di repressione culturale che li si respira, simboleggiato anche dalla recentissima incarcerazione del regista Jafar Panahi.

Bella e riuscita la metafora del giardino, punto d’unione tra la cultura cristiano/occidentale e quella musulmano/orientale, che si trasforma in un Eden dove le protagoniste possono ritrovare la loro indipendenza perduta, luogo di libertà, ma anche di esilio; tuttavia una volta spalancate le sue porte il suo destino è segnato, come quello della giovane vita di Zarin, ad esso profondamente legato. Il gioco delle metafore si ritrova poi nella stessa prostituta, il cui corpo martoriato simboleggia in modo fin troppo chiaro le sorti del paese, della democrazia e dei suoi sostenitori, uno dei personaggi forse più riusciti, che, sarà una coincidenza, non pronuncia neanche una battuta.
Il film ha dunque il merito di riuscire a toccare vertici di comunicazione empatica e sintesi audiovisiva eccellenti, ma non ha la forza e la tecnica per collegarli in un progetto globale che vive dunque di continui sali-scendi.
Cinema e Video-arte sono del resto stretti parenti, ma non possono essere sinonimi avendo propri linguaggi e peculiarità.

 
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