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Easy Rider
Titolo originale: Easy Rider
USA: 1969 Regia di: Dennis Hopper Genere: Drammatico Durata: 94'
Interpreti: Peter Fonda, Karen Black, Robert Walker, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Luana Anders.
Sito web:
Nelle sale dal: 1969
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Samuele Pasquino
Billy (Dennis Hopper) e Wyatt (Peter Fonda), due hippies motorizzati, viaggiano per le strade d’America con un ingente carico di droga, prefissandosi come meta New Orleans, città dove si svolge una grande festa di Carnevale.
Lungo la strada incontrano un eccentrico avvocato (Jack Nicholson) che si unisce a loro.
Accade spesso che nella storia del cinema alcuni film diventino veri e propri cult, ed è stato così per “Easy Rider”.
Il trattato sulla libertà diretto ed interpretato da Dennis Hopper lascia tuttavia qualche perplessità inerente a temi e situazioni, evidenti ma poco sviluppati rispetto all’intero contesto. Siamo alla fine degli anni ‘60, in un periodo in cui il mondo va incontro ad un rinnovamento concettuale e ideologico, riflettendo tali mutamenti in una società di giovani hippies che rappresentano una nuova concezione della libertà e dello spazio.
Hopper riproduce il sogno americano e lo mette letteralmente in moto, confrontandolo con la realtà conservatrice che circonda i due motociclisti in sella alle mitiche Harley Davidson. I personaggi protagonisti, Billy e Wyatt, seguono una loro personale filosofia che non accetta pregiudizi nè convenzioni perbeniste, tant’è che droga e spinelli non costituiscono secondo la loro prospettiva una colpa. La visione di una nazione aperta alla libera idea, senza obblighi di spazio nè radicati valori, li porta a viaggiare per le strade assaporando l’aria del proprio tempo, e ad accamparsi visitando luoghi d’ampio respiro, entrando a contatto con persone che condividono le loro stesse idee.
Lo stereotipo del capellone rivoluzionario e anticonformista trova nel film una collocazione precisa, è un personaggio caratterizzato e definito che si contrappone al politicamente e socialmente corretto statunitense, originando scontri di classe e di abitudini. Non si può propriamente parlare di una visione distorta da parte di Billy e Wyatt, bensì di uno stile di vita recepito e acquisito, accettato in virtù di una scelta esistenziale che non vuole conoscere confini.
Hopper rinvigorisce questo punto di vista introducendo l’eccentrico avvocato interpretato da un giovane Jack Nicholson, candidato come attore non protagonista agli Oscar per questo suo ruolo pittoresco. L’uomo si trova legato alla sua professione, nè è oppresso e perciò decide di unirsi ai due motociclisti per liberarsi da catene sociali robuste ma non definitive. Il Carnevale di New Orleans costituisce per gli hippies una forma di svago attraverso cui divertirsi, la componente religiosa non viene nemmeno presa in considerazione, evidenziando la ribellione messa in atto nei confronti delle convenzioni appartenenti alla classe proletaria americana.
Il film non giustifica il suo blasone, si toccano vari argomenti importanti ma lo stile on the road impedisce di soffermarsi troppo su scene e situazioni che si vengono a creare, generando alcuni dubbi relativi al vero obiettivo del racconto, narrato cinematograficamente in modo corretto e accompagnato da splendide canzoni anni ‘60, ma come detto prima poco sviluppato.
Una generazione sociale viene descritta in un film precario che approda ad un finale tragico e significativo.
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